Rivista "IBC" XVII, 2009, 2

Dossier: Fermo immagine sulla pianura - 'Artisti e Territorio' (2006-2009)

immagini

'Artisti e Territorio'

Gian Paolo Borghi
[assessore alla cultura del Comune di Argelato (Bologna)]

"... vieni nel mio paese:

il mio paese è bello,

là scaldano due soli,

due soli e anche due lune;

due volte nasce il grano,

due volte matura l'uva..."

(antico canto macedone)


In un più ampio progetto di collaborazione con la cooperativa Voli e l'agenzia fotogiornalistica Meridiana Immagini, nel 2006, il Comune di Argelato (Bologna) ha prospettato l'ipotesi dell'organizzazione di una serie di eventi fotografico-espositivi finalizzati principalmente allo studio del suo territorio, oggetto in questi ultimi decenni di profonde metamorfosi, che ne hanno modificato caratterizzazioni e identità. Non sono ovviamente stati posti limiti né alle tematiche da affrontare né alla scelta dei fotografi con i quali intraprendere il lavoro di ricerca e di successiva "restituzione" comunitaria.

In un quadriennio il progetto, denominato "Artisti e Territorio", si è sviluppato in maniera sistematica e ha condotto alla realizzazione di otto mostre (corredate di quattro booklets tascabili della collana "I Quaderni di Argelato"), che hanno avuto come protagonisti alcuni tra i più affermati fotografi attivi nel Bolognese, ai quali si sono uniti giovani artisti emergenti con analoghe, forti motivazioni.

Le iniziative sono state presentate nella sala espositiva del civico Centro culturale di Funo di Argelato, una realtà territoriale che, più di tutte, è stata toccata da profonde modificazioni sociostrutturali. I risultati ottenuti possono ritenersi più che soddisfacenti, tanto da auspicare un'ulteriore prosecuzione negli anni a venire. I materiali raccolti sino a oggi hanno condotto complessivamente a uno studio multiforme, utile per più chiavi di lettura: culturali, antropologiche, sociali, urbanistiche... Nonostante le esigenze di risparmiare (ma solo sui costi), questo progetto ha tentato di riportare l'attenzione sul territorio della bassa bolognese, per porre le basi di un archivio visuale con cui misurarsi, qui e altrove, ma anche per proporre le esperienze acquisite come modello culturale di riferimento.


Le prime due esperienze espositive sono state incentrate in prevalenza sulle interpretazioni di questo territorio di pianura e hanno mirato a monitorarne, attraverso lo stile old fashion del bianco e nero, il mutamento irreversibile. Il variegato processo di industrializzazione venutosi a realizzare e consolidare soprattutto a partire dagli anni Sessanta è stato scandito, infatti, dall'altrettanto forte passaggio da un mondo rurale di tradizione a una realtà economica mirante alla produzione tout-court, in ossequio alle standardizzazioni imposte da un mercato globalizzante.

In questi contesti, il paesaggio rurale ha ovviamente subìto profonde ripercussioni, anche se paradossalmente, in taluni aspetti e sia pure in areali delimitati, è riuscito a mantenere una sua "linea", una sua configurazione. La complessità degli sconvolgimenti ha condotto a diversi elementi di sofferenza, finendo per equiparare queste fasce marginali a una sorta di "riserva", di "prateria" padana attorno alla quale gli stereotipi più stridenti l'hanno fatta progressivamente da padrone.

L'esordio è stato affidato all'obiettivo di Paolo Righi che, con "Colonica" (14 gennaio - 4 febbraio 2006), ha fondato la sua ricerca sulle case rurali in abbandono, in molti casi ridotte a veri e propri cumuli di macerie, che caratterizzano tristemente lembi di paesaggio nascosti tra vie di comunicazione secondarie. Le osservazioni hanno toccato in modo particolare le sue radici territoriali di artista, partendo da quel mondo oggi pressoché scomparso (soprattutto in alcune plaghe lambite dal fiume Reno, i cui argini, in parte, riescono a nascondere queste rovine) e rimarcando spazi riconquistati dalla natura, un tempo riservati alla vita e al lavoro. Il fotografo ha posto inoltre in luce particolari emblematici (con ancora la presenza di oggetti d'uso quotidiano, coperti dalla polvere del tempo o dalla sterpaglia), per sintetizzare scelte o costrizioni di vita più o meno recenti, che hanno indotto alla desertificazione di quei secolari microcosmi contadini, abbandonati dall'uomo alla ricerca di nuovi destini in fabbrica e in città.

Ha fatto quindi seguito un'indagine di Daniele Lelli, un fotografo locale prematuramente scomparso, la cui mostra, "Il paesaggio ritrovato" (11 febbraio - 4 marzo 2006), è stata in primo luogo finalizzata alla ricostruzione di un paesaggio "personale", fuori del coro, al centro del quale c'è una ruralità in convivenza ancestrale tra terra e acque. La ricerca di questi ultimi frammenti di un inatteso mondo bucolico, in lotta per la sopravvivenza, offre a sua volta elementi e opportunità per un ritorno alla campagna, alla ricerca del proprio io, tra periferie all'apparenza sterminate, marginalità da scoprire, segni di una religiosità arcaica, in un equilibrio oggi apparentemente lontano anni-luce.

Ha scritto opportunamente Giuseppe Pazzaglia in una nota di commento al primo catalogo:


Poche parole hanno un significato variabile come paesaggio. Di esso si interessano, a diverso titolo, naturalisti e geografi, architetti e urbanisti, pittori e fotografi e anche, sul piano pratico, il legislatore e gli organi amministrativi. Nell'uso più largamente praticato il paesaggio è (o quasi) sinonimo di 'panorama', la veduta di un territorio da un determinato punto di visuale. [...] Non è semplice (e forse nemmeno utile) cercare una definizione precisa. Mi piace invece pensare a un rapporto dinamico fra landscape, cioè paesaggio, e inscape (termine inglese che non trova una corrispondenza nella lingua italiana) che ha il significato di paesaggio interiore, sentimento condiviso dall'individuo e dalla collettività.


Le due mostre successive hanno sottolineato, anche attraverso l'uso del colore, il passaggio dai paesaggi crepuscolari agli spazi, ai segni e ai simboli della festa e del lavoro dei tempi attuali. Questa significativa proposta ha avuto come interpreti gli artisti Andrea Samaritani ed Elisa Pozzo.

Ne "I colori della festa" (4-24 febbraio 2007), Samaritani ha messo lucidamente a fuoco vari aspetti ludici del terzo millennio, a grandi linee oscillanti fra tradizione (sacra e profana), immaginario (non solo medievale), esperienze di teatro di (e in) strada, modi esecutivi della festa-appuntamento politico e del revival musicale. Pronto a cogliere ogni sfumatura tra ristagno, remake e nuova esperienza culturale, l'artista ha indagato in luoghi e spazi di uno scorcio di bassa bolognese (con un sole di sempre minore "guareschiana" memoria...) attraverso una cronaca per immagini tanto atemporale quanto precisa, puntando non sul particulare o sull'estroso (per i quali optò invece in occasione di una precedente mostra sul "Carnevale permanente", curata da Roberto Roda e da chi scrive) ma su una "varietà" di iniziative che scaturiscono dalle esigenze-committenze più diversificate. Tra le molteplici simbologie ivi poste in evidenza, non ultima quella dedicata a un duplice revival: le mondine di un tempo che si esibiscono durante l'inaugurazione di un monumento dedicato alla loro fatica (in altre parole, una sorta di "monumento al monumento"...).

Altrettanto inusuale e densa di interessi si è rivelata la proposta di Elisa Pozzo, incentrata su un autorevole esempio di entità distributivo-commerciale, simboleggiato dal colosso europeo del commercio all'ingrosso: "Unmilionedimetriquadri. Centergross di Funo di Argelato" (3-24 marzo 2007). Una stimolante visione "al femminile", in cui i segni del nuovo millennio si sintetizzano felicemente nel titolo; ma anche, al tempo stesso, un'analisi di luoghi non "facili", le cui interpretazioni, felicemente colte, si intersecano nel susseguirsi più o meno consapevole di giochi individuali e collettivi, i cui cicli di distribuzione sono scanditi dalla celerità delle operazioni e dalla mole dei "resti" (altrimenti detti rifiuti), tipici della nostra società opulenta. Un'operazione culturale, quella di Elisa Pozzo, bene affrontata: vastità di spazi e modi di approccio apparirebbero lontani dai Tempi moderni del grande Chaplin, con un looka volte improbabile e improponibile, con vetrine in allestimento che fanno anche pensare a inquietanti fasi postindustriali.

Dovuto ancora una volta alla penna di Giuseppe Pazzaglia, il commento critico pubblicato nel secondo catalogo tende a porre a confronto i tradizionali alberi della cuccagna con i manichini di nuova "generazione", a sottolineare due nuovi, intriganti capitoli sul paesaggio e sugli abitatori della pianura bolognese: inusuali tessere per la composizione di un mosaico dalla forma variabile e dai contorni indeterminati. Il passaggio dalla festa, ovvero dal "tempo altro" rispetto alla norma (con regole e risultati di convivenza e di iterazione), al lavoro, con le sue complessità e con le sue nuove percezioni, si registra in un quasi inedito, sfuggevole contesto spaziale, la cui indagine passa dalla creatività all'invenzione.


La terza edizione di "Artisti e Territorio" ha ulteriormente contribuito a cementare un legame, anche calendariale, tra artista, pubblico e comunità. In questo impegnativo progetto, due ulteriori associazioni si sono unite all'originario staff scientifico: l'Unione fotografi organizzati e l'Associazione italiana reporters fotografi. Ancora una volta, due i fotografi partecipanti all'iniziativa, con sguardi d'autore di largo e vario respiro.

Con "L'uva è sempre uva e il grano sempre grano" (29 marzo - 19 aprile 2008) Mario Rebeschini ha sintetizzato un decennio di suoi lavori e soffermandosi superbamente sui cicli lavorativi e le stagionalità di una campagna padano-emiliana (quella tra Bologna e Ferrara, in particolare), di certo venutasi a modificare nelle sue configurazioni tradizionali, ma in gran parte tuttora lavorata con ostinazione e passione dai continuatori di antiche stirpi agricole, consapevoli di esercitare ancora un mestiere scandito dall'aleatorietà e, per questo, tuttora legato, più o meno consapevolmente, a vecchi e nuovi riti propiziatori, dal rogo della "Vecchia" (sono ancora pochi i vecchi contadini che la chiamano "Befana"...) alla croce a salvaguardia dei raccolti (infissa il mattino del 3 maggio, giorno popolarmente detto "della Santa Croce"), dalla festa civile e religiosa al cibo inteso come occasione comunitaria d'incontro. La mostra di Rebeschini ha richiamato alla memoria lontane epopee familiari, proiettate ai nostri giorni attraverso un progetto fotografico innovativo, che ha tratto soprattutto ispirazione dall'antropologia visuale.

In "Piano Natura" (3-22 maggio 2008) Paolo Cortesi ha analizzato con occhio naturalistico lo stesso cosmo (o microcosmo, a seconda delle prospettive), con un'attenzione totale al paesaggio della campagna, per far riflettere su un futuro che, nel bene o nel male, non potrà che ricondurre l'uomo in simbiosi con la natura. Tra cielo, terra e acqua, supportato solo dal suo spirito d'osservazione, il fotografo va in cerca degli habitat, senza proporsi la cattura di "bellezze" fini a sé stesse, ma testimoniando, attraverso un cromatismo splendido e mutevole, la speranza di un riequilibrio, come nello splendido, augurale arcobaleno, che arriva a chiudere tempi tempestosi.


L'ultima edizione dell'esperienza espositiva (28 marzo - 18 aprile 2009) ha reso fotograficamente omaggio ad aspetti inconsueti rilevati nel territorio di Argelato, grazie a due progetti idealmente interdipendenti e oscillanti tra arte e antropologia visuale. I due giovani autori hanno "restituito" a questa terra i risultati delle loro ricerche partendo da temi apparentemente contrapposti (il lavoro e il diporto) ma che, di fatto, grazie anche alla loro capacità di analisi, di interpretazione e di realizzazione, si sono dimostrati in piena connessione. L'insieme fotografico che è emerso, infatti, ha interpretato alcune scene di quotidianità tra il felliniano e l'ormai classica indagine padana di Strand e Zavattini, svelando che "dentro" una dimensione provinciale apparentemente dimessa possono celarsi precise e distinte identità, da non sottovalutare o considerare con sufficienza.

Marika Puicher, nella sua "Quand la tera l'è ancoura moia" (Quando la terra è ancora bagnata), ha illustrato in maniera rilevante alcune fasi della stagione invernale, mettendo quasi liricamente in luce un mondo contadino ancora vivo e autenticamente produttivo, a stretto contatto con la terra (e i suoi prodotti, da raccogliere o da trasformare) e gli animali, in una secolare simbiosi che ancora oggi stupisce. Due, a mio parere, le immagini-simbolo qui presenti: la sensibilità nei confronti della morte (in un rito che tende ad allontanarla il più possibile...) e il perpetuarsi della vita attraverso riti antichi come la preparazione della sfoglia, che esorcizza fami ancestrali e al tempo stesso, grazie all'uovo (la fertilità), crea un cibo che ha il colore propiziatorio del sole.

Il variegato mondo dei bar locali, studiato da Marcello Severi in "Caffèristretto. Argelato nei bar", ha sapientemente evidenziato i segni, le gestualità, i dialoghi, le riflessioni, le modalità d'incontro e d'intrattenimento collettivi di oggi, tra giovani e non più giovani. Con attenzione a momenti e particolari apparentemente effimeri, ma spesso rivelatori di amicizie e di relazioni, le fotografie sintetizzano il desiderio di un futuro cercato con alterna fiducia, da intravedere tra pause, giochi e reciproche cordialità. In fondo, tra un raccolto e l'altro, non si cercava tutto questo anche nelle vecchie osterie (quelle senza l'"acca" iniziale, tanto per intenderci)? Oggi la precarietà e le incertezze non sono forse da meno di quelle di ieri? Anche un solo attimo goduto, magari anche con l'arguta "complicità" del gestore, è un flash di vita e di speranza.

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