Rivista "IBC" XV, 2007, 1

musei e beni culturali, biblioteche e archivi / progetti e realizzazioni, restauri, storie e personaggi

A Bellaria Igea Marina (Rimini) riapre la dimora estiva dello scrittore Alfredo Panzini.
Benvenuti nella Casa Rossa

Miriam Fusconi
[laureata in Storia dell'arte contemporanea all'Università di Bologna]

A Bellaria Igea Marina (Rimini) esiste da circa cento anni una casa rossa a ridosso della linea ferroviaria. S'innalza sopra di essa a guardare il mare. Impossibile non notarla costeggiando i binari, la sagoma liscia e regolare domina l'orizzonte spuntando tra gli alberi del terreno in cui affonda le sue storiche radici. La novità è che dal 15 dicembre 2006 questa misteriosa creatura ha ricominciato a respirare, la sua pelle è diventata rossa come vuole il nome e le sue braccia si sono aperte ai bellariesi e a chiunque desideri visitarla.

Questa rinata dimora fu la residenza estiva dello scrittore Alfredo Panzini (Senigallia 1863 - Roma 1939) che l'acquistò nel 1909 per poi nel 1929 donarla, insieme all'area circostante, ai figli, i quali a loro volta negli anni Settanta la vendettero. Ci sono voluti trent'anni prima che il Comune riuscisse a riconquistare quel terreno compreso tra la linea ferroviaria e il litorale. Il "battesimo" è avvenuto alla presenza di numerose autorità, tra cui il sindaco Gianni Scenna e l'assessore alla cultura Alga Franciosi, che hanno augurato nuova vita culturale alle suggestive stanze.

Il restauro, affidato allo studio Diogene di Villa Verucchio e iniziato all'alba del 2006, ha riportato all'originario splendore il villino di inizio secolo, comprese le pitture parietali che animano i vari ambienti. Salendo sul terrapieno ed entrando nel salone che fu il soggiorno per Panzini e per gli amici letterati come Marino Moretti, della vicina Cesenatico, si partecipa a quell'atmosfera di riposo e letteratura che colorava i giorni estivi dello scrittore. Oltre ai fondamentali e delicati interventi di rinforzo dei solai e dei tetti, con puntellamenti eseguiti a mano, una paziente opera di scialbatura ha fatto riprendere vigore alle particolari tonalità dei dipinti. Pareti e soffitti sono quasi totalmente coperti da decorazioni floreali, tipicamente Art Nouveau, ma anche da motivi geometrici che inquadrano gli spazi e incorniciano i numerosi motivi figurativi: un ritratto di Dante, un'anfora, una barca a vela, un treno a vapore che solca la campagna.

I colori decisi come il rosso, le tonalità dei marroni, blu e viola, riempiono gli ambienti senza appesantirli, presentandosi come parte integrante della struttura, naturali elementi della vita che in quelle stanze si è svolta. Gli spazi si presentano ancora spogli, ma è intenzione del Comune trasformare la storica dimora in "casa museo", con presentazione della vita e delle opere dello scrittore al piano terreno, esposizione di oggetti e memorie di vita e riallestimento di parte dello studio e della camera da letto al primo piano, mentre il seminterrato sarà adibito ad archivio, con una sala studio e riunioni. Sono anche previsti stage di scrittura e letteratura, mostre e atelier di pittura, sorretti da adeguate strutture di accoglienza e informazione. Naturalmente la prima manovra in tale ambiziosa direzione sarà l'attivazione di un'opera di restauro conservativo per il parco e le pertinenze architettoniche.

Quel villino rosso, tanto somigliante a un casello ferroviario, grazie a un coscienzioso e civile intervento di recupero si è trasformato in uno splendido contenitore di poetiche memorie (www.comune.bellaria-igea-marina.rn.it/alfredopanzini). Ben lungi dal ripiegarsi su sé stessa, la Casa Rossa si offre come alimento per la crescita culturale della sua città di mare e di campagna. Al primo piano, una scrivania è posizionata davanti alla finestra rivolta verso il parco, sopra di essa ecco una foto in bianco e nero: Alfredo Panzini con l'amata figlia Titti, era il 1922. Viene naturale guardare fuori: "La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi; e c'erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del bucato, alcuni filari di una uva già nereggiante" (La lanterna di Diogene, 1907).

 

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