Rivista "IBC" XIV, 2006, 4

Dossier: Una rete di cataloghi - La catalogazione informatizzata nei musei

musei e beni culturali, dossier /

Documentiamoci e partiamo

Raffaella Gattiani
[Centro regionale per il catalogo e la documentazione, CRC srl, Bologna]

Chi volesse compiere un viaggio ideale nel patrimonio storico-artistico, archeologico, naturalistico, scientifico ed etnografico dell'Emilia-Romagna ha, da alcuni anni, uno strumento in più: sul sito web dell'Istituto regionale per i beni culturali (IBC) è consultabile la banca dati dei musei, un catalogo work in progress delle opere - e sono ormai circa 72.000 - conservate nelle collezioni e nei musei degli enti locali, ma anche nelle stazioni termali e nelle aziende sanitarie locali del territorio (www.ibc.regione.emilia-romagna.it/h3/h3.exe/amuseier).

Dipinti e sculture, abiti e oggetti d'uso, arredi, strumenti scientifici, armi e reperti archeologici, stampe, fotografie e strumenti musicali, ceramiche e beni naturalistici sono le tessere di un mosaico che si ricompone davanti ai nostri occhi, dando vita a un "museo virtuale" dove è possibile riscoprire artisti sconosciuti o dimenticati ma anche ritrovare i grandi maestri, opere d'arte di valore assoluto ma anche piccoli capolavori inediti, strumenti di uso quotidiano frutto dell'ingegno dell'uomo o mirabili oggetti realizzati da artigiani spesso anonimi.

Inoltriamoci dunque nelle stanze di questo museo, pronti a cogliere collegamenti, rimandi e inediti rapporti; soffermandoci, per esempio, sugli oggetti magari meno preziosi ma indicativi di quella volontà pedagogica di "fare gli italiani" che spinse le generazioni postrisorgimentali a raccogliere le testimonianze, le "reliquie laiche" degli eroi dello Stato unitario: come la pagnotta da 5 centesimi conservata al Museo del Risorgimento di Modena, che la tradizione vuole fosse in vendita durante l'assedio di Venezia nel 1849 [foto 01].

Scopriamo come sono ricordati i "padri della patria": ritratti a ricamo, fazzoletti patriottici, gioielli, rilievi, stampe, fotografie, dipinti, ma anche un poncho appartenuto a Giuseppe Garibaldi "indossato in America nel 1846 durante il combattimento di S. Antonio al Salto" [foto 02], e uno scialle a righe indossato da Anita Garibaldi [foto 03]. La figura di Ciro Menotti è ricordata anche da un frammento della bandiera "cucita dalla contessa Rangoni Testi che per questo fu condannata a tre anni di reclusione". Mentre di Ugo Bassi conserviamo, a Bologna, gli abiti sacerdotali utilizzati "negli ultimi anni di vita".

Scorrendo l'elenco degli oggetti censiti colpisce la ricchezza del patrimonio culturale. Abiti di scena realizzati per il film Ludwig di Luchino Visconti a Palazzo Bentivoglio di Gualtieri (Reggio Emilia) [foto 04]. Un raro e prezioso virginale poligonale di Giuseppe Ruosa, firmato e datato 1558, conservato al Museo del teatro di Faenza (Ravenna) [foto 05]: dello stesso costruttore, conosciuto come Ioseph Salodiensis, sono noti tre soli strumenti, costruiti tra il 1559 e il 1574. O, ancora, un'armatura in acciaio inciso all'acquaforte appartenuta a Brunoro II Zampeschi, signore di Forlimpopoli dal 1551 al 1578, conservata a Forlì [foto 06].

Dipinti e sculture ci offrono suggestioni e spunti inediti per nuove ricerche e contributi: scorrendo ancora il catalogo scopriamo, per esempio, due dipinti raffiguranti Cristo come giardiniere appare a Santa Maria Maddalena, due Noli Me Tangere conservati l'uno a Correggio (Reggio Emilia) [foto 07], l'altro a Forlì [foto 08], derivanti dal medesimo dipinto di Bartolomeo Spranger, datato 1581, conservato alla Bonhams Collection di Londra. I due dipinti sono molto simili, ma mentre quello conservato a Correggio è una copia ottocentesca, quello di Forlì, anticamente attribuito allo Spranger stesso, è una replica di discreta qualità molto aderente all'originale nella composizione e nel disegno.

Chi fosse interessato poi allo scultore Ernesto Bazzaro, esponente della seconda Scapigliatura lombarda, scoprirà due versioni della stessa opera - un bronzetto raffigurante la Fuga in Egitto - una conservata a Bologna alla Fondazione "Lercaro", l'altra a Piacenza alla Galleria "Ricci Oddi". Dell'opera esistono numerose versioni: una battuta da Sotheby's New York nel 1999, una da Hampel nel 2005, e una versione, datata 1892, battuta da Sotheby's Londra nel 2006. Della versione conservata a Bologna non si conosce la provenienza, mentre quella conservata a Piacenza fu acquistata nel 1931, curiosamente, da un collezionista bolognese, Luigi Baiesi, per 1.400 Lire [foto 09].

Chi volesse poi fare uno studio sul costume potrebbe avventurarsi in una ricerca sulla rappresentazione femminile nel corso dei secoli; sono infatti i ritratti celebrativi di nobildonne, poetesse, borghesi, cantanti e attrici, a raccontarci i cambiamenti, le bizzarrie e le invenzioni della moda femminile. Ecco allora una profusione di pizzi, damaschi, sete e perle: come nel ritratto di Cesarina Hercolani, realizzato da Pier Paolo Menzocchi nella seconda metà del Cinquecento e conservato alla Pinacoteca civica di Forlì [foto 10]. Nel Ritratto di gentildonna di scuola fiamminga del Museo civico di Correggio sono la foggia e il ricco ricamo in oro dell'abito, la gorgiera minuziosamente descritta, il vezzo di perle e l'acconciatura, a permetterci di datare l'opera ai primi del Seicento [foto 11]. Mirabile manifesto della moda dell'epoca, catalogo di tessuti, pizzi, nappe e fiocchi di gusto seicentesco è il ritratto di Laura Garzoni datato 1676 di Cesare Gennari, della Pinacoteca civica di Budrio (Bologna) [foto 12].

Ma sono gli anni che vanno dal 1799 al primo dopoguerra a fornirci gli esempi più stuzzicanti. La moda napoleonica irrompe in tutta Europa, ed è una ventata di libertà: via i busti e gli artifizi, gli abiti diventano impalpabili tuniche bianche, di linea diritta, le maniche sono cortissime e lo scollo ampio e quadrato. Ecco il ritratto di Teresa Tambroni Cuty, del 1813, di Pelagio Palagi, conservato a Bologna: la nobildonna francese è ritratta con un abito bianco, i capelli raccolti con la scriminatura al centro e senza gioielli. Sulle spalle uno di quegli scialli in cachemire tanto à la page [foto 13]. Negli anni Quaranta dell'Ottocento Adeodato Malatesta ritrae Adelgonda di Baviera d'Este - moglie del Duca Francesco V fino all'ultimo atto del Ducato nel 1859 - in abito da sera bianco e azzurro, collana e diadema di perle e capelli spartiti al centro raccolti in boccoli sopra le orecchie [foto 14].

Gli ultimi decenni del XIX secolo vedono gonne ampie e bustini accollati e aderenti, acconciature strette sotto cappellini e cuffie. Il ritratto della Contessa Camilla Sauli Visconti di Edgardo Saporetti, conservato alla Pinacoteca civica di Forlì, è un mirabile catalogo di broccati, sete ricamate, bordure, pizzi, gioielli alla moda, ma anche fedele riproduzione dell'arredo di gusto neorinascimentale in voga negli ultimi decenni dell'Ottocento [foto 15]. La Belle Époque propone un nuovo modello di donna: nel 1908 Giuseppe Rambelli ritrae la Contessa Gamberini in abito da sera nero: vita strizzata, ampia scollatura e stola in voile. Unici gioielli un prezioso collier con pendente e anello a rosette [foto 16]. Anche l'arredamento segue i dettami della moda. Come non citare, allora, Il salotto di Leon Ignacio Y Escosura, conservato alla Pinacoteca civica di Faenza: questo mirabile esempio di pittore-collezionista è famoso per le sue "scene di genere", dove, più che sui personaggi, il suo interesse si focalizza sugli arredi e sugli abiti che egli stesso colleziona [foto 17]; oppure, in anni più recenti, l'interno borghese Belle Époque con chinoiserie del Piccolo interno di Mario Cavaglieri, conservato alla Galleria "Ricci Oddi" di Piacenza [foto 18].

La storia culturale e artistica del nostro territorio, però, è anche storia di sapienza manuale e creatività: far rientrare, per esempio, il teatro di figura nel variegato mondo dei beni culturali è stato uno degli obiettivi dell'IBC: negli anni sono stati catalogati circa 2.000 manufatti - burattini, marionette, fondali, pupazzi - conservati in musei e fondazioni specializzati: a Parma, Ravenna, Budrio, Bagnolo in Piano (Reggio Emilia), Medicina (Bologna). Un patrimonio importante, iconograficamente e stilisticamente rilevante, che permette allo studioso, ma anche al semplice appassionato o al collezionista, inconsueti itinerari di ricerca. Una maschera nera, un cappello in testa e l'inconfondibile abito a losanghe multicolori, alla cintura il bastone e la borsa sempre vuota: è Arlecchino, la maschera più nota della Commedia dell'arte. Una semplice ricerca iconografica evidenzia l'esistenza di 11 manufatti, burattini e marionette, di autori e cronologia diversi: è evidente come la creatività e la fantasia dei diversi autori abbia inciso sulla raffigurazione: tratti grotteschi o buffi, oppure fortemente umanizzati, stesso costume a losanghe multicolori ma assai dissimile nei particolari e negli accessori [foto 19-29].

Preziose per la ricostruzione del tessuto storico-artistico della regione sono anche le raccolte di materiale demoetnoantropologico: testimonianze storico-economiche, sociali, rituali e del territorio, i musei etnografici si definiscono come momento vivo e mobile di ricerca degli usi e costumi e delle tecnologie, e hanno come interesse principale quello di cogliere i vari aspetti che formano le tradizioni popolari. A oggi l'IBC ha censito 39 raccolte etnografiche dislocate su tutto il territorio regionale per un totale di circa 10.000 schede. A sorprendere è non tanto la quantità o la qualità dei reperti ma le loro potenzialità comunicative: le relazioni tra oggetti "raccontano delle storie" al visitatore, offrono mille itinerari di visita e sono le particolarità e specificità del territorio a colpirci, le "invenzioni" quotidiane e le "eccellenze" tecniche e artigianali ad affascinarci.

Per non dire delle diverse sfumature linguistiche: l'arcolaio (dvanadóre, dovanadóre, dvanadòr, dvanadùr, guindel, pasturin, indvanadur), utilizzato per dipanare le matasse di filo e le sue mille, diverse forme, frutto della perizia e dell'inventiva dell'uomo. Il carro agricolo (car, plaustar), dipinto in Romagna, scolpito in Emilia. Il crivello (al cribi, balet, val, valorì), setaccio grande, piccolo, circolare, rettangolare, con manici, senza manici, in legno o in metallo, con la rete a maglie larghe o strette, usato per ripulire i chicchi dei cereali dai frammenti di paglia e di spighe, ma anche per pulire la sabbia, che diventa setaccio (sdaz, zdas, val, colein, sdàza) quando è usato per ripulire la farina e il burro, o per passare i pomodori [foto 30-36].

Ci fermiamo qui: sono pochi spunti, tra tanti, ma già da soli evidenziano come la grandezza del nostro territorio stia anche nella straordinaria ricchezza culturale e storica e nella volontà, oltre che nella capacità, di conservarla e trasmetterla.

 

Azioni sul documento

Elenco delle riviste

    Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna - Cod. fiscale 800 812 90 373

    Via Galliera 21, 40121 Bologna - tel. +39 051 527 66 00 - fax +39 051 232 599 - direzioneibc@postacert.regione.emilia-romagna.it

    Informativa utilizzo dei cookie

    Regione Emilia-Romagna (CF 800.625.903.79) - Viale Aldo Moro 52, 40127 Bologna - Centralino: 051.5271
    Ufficio Relazioni con il Pubblico: Numero Verde URP: 800 66.22.00, urp@regione.emilia-romagna.it, urp@postacert.regione.emilia-romagna.it