Rivista "IBC" XI, 2003, 2

musei e beni culturali / progetti e realizzazioni

Due province, due comuni, un proprietario e un museo: la vicenda della raccolta di Secondo Urbini da Borghi può diventare un modello.
Prove tecniche di sistema

Mario Turci
[direttore del Museo degli usi e costumi della gente di Romagna di Santarcangelo di Romagna (Rimini)]

Una raccolta etnografica privata di circa 1.600 oggetti riunita in una esposizione aperta al pubblico in comune di Borghi (Forlì-Cesena). Un proprietario (Secondo Urbini) che dopo diversi anni di raccolta e di accurata selezione di oggetti e materiali etnografici decide di proporre all'amministrazione comunale la realizzazione di un museo dichiarando la sua disponibilità alla vendita dell'intera collezione. Un amministratore, il sindaco di Borghi, che ritenendo utile interpellare l'amministrazione provinciale e l'Istituto per i beni culturali (IBC) della Regione Emilia-Romagna per una corretta valutazione della proposta, dà concreto avvio ad un percorso che porterà l'intera raccolta al Museo degli usi e costumi della gente di Romagna la cui sede è in un diverso comune e in una diversa provincia (Santarcangelo, Rimini).

Questa la breve cronaca di un evento che potrebbe essere assunto semplicemente, nel risultato finale, come la buona conclusione di una transizione dal privato al pubblico, se non avesse conseguito, come portato sostanziale, la realizzazione, sotto l'egida regionale, di un processo di collaborazione nell'incontro di enti locali diversi, imprenditoria privata ed un istituto museale, il Museo etnografico di Santarcangelo di Romagna, chiamato a svolgere la regia dei processi organizzativi e gestionali.

Secondo Urbini comincia a raccogliere i primi oggetti sul finire degli anni Sessanta, continuando per oltre trent'anni ad acquistare e a sistemare i pezzi di grande valore storico e sociale che hanno costituito il suo "Museo della civiltà contadina". La passione per la storia e per le tradizioni popolari è stato il motore principale di questa raccolta: gli oggetti presenti si riferiscono alla vita contadina, dagli aratri alle zappe, dal mulino dell'olio a quello per la farina, dalle trebbiatrici agli erpici e birocci, ma ci sono anche i mestieri del borgo, come il calzolaio, il falegname, il fabbro, l'arrotino, il barbiere. La provenienza degli oggetti è la Romagna del territorio riminese e cesenate.

Della vicenda descritta all'inizio credo sia importante sottolineare due dati al contempo rilevanti: quello del processo negoziale e amministrativo relativo al trasferimento del patrimonio dalla proprietà privata a quella pubblica; quello delle politiche della qualità attraverso le modalità e le "attenzioni" indicate dagli standard per i musei. Se per il processo di trasferimento della raccolta, avviato dall'IBC, sono intervenuti il Museo etnografico, l'Agenzia iniziative culturali Emilia-Romagna (AICER) e due imprese private - che attraverso erogazioni liberali (articolo 38 legge 342/2000), hanno fornito il finanziamento necessario per l'acquisto dell'intera raccolta e per la installazione di un deposito temporaneo di 500 metri quadrati - il processo politico ha visto l'intervento di due Province e di due Comuni concordi sull'opportunità di dare sostanzialmente risposta ai seguenti quesiti: può una collezione trasformarsi in museo per il solo fatto di esistere ed essere esposta? È lecito oggi pensare alla realizzazione di un museo senza valutarne attentamente il fabbisogno di risorse per la gestione e il rispetto di standard minimi di qualità e di garanzia?

Se fosse ancora necessario riaffermare l'imprescindibile rapporto fra cura/valorizzazione del patrimonio e gestione organizzativa, e quindi garantire concretamente sia l'offerta di servizi di qualità alla luce della centralità del pubblico, sia la salvaguardia del patrimonio alla luce della centralità del rapporto fra tutela e conoscenza, e se fosse necessario sottolineare che l'adozione di un sistema di standard per i musei significa, al di là del suo carattere di strumento, la realizzazione di una politica per il continuo miglioramento e la razionalizzazione delle risorse, potremmo trovare nella vicenda descritta un tracciato interessante dell'incontro fra politiche della tutela/valorizzazione del patrimonio e sensibilità amministrative.

Se il primo e più rilevante obiettivo è stato assumere una responsabilità pubblica su di un patrimonio collettivo (la raccolta "Urbini") allo scopo di tutelarne la consistenza e valorizzarne la qualità culturale attraverso una adeguata gestione, il secondo obiettivo, non meno rilevante, è stato riunire, sotto l'unico interesse della valorizzazione di un territorio e della sua memoria storica, enti locali diversi. Questi hanno dimostrato che la strada dei progetti di sistema può produrre risultati interessanti e di reciproca soddisfazione, se si è capaci di superare i confini del proprio "particolare" territoriale nella definizione e nella gestione di strategie d'area (due province e due comuni sotto l'egida regionale).

A breve la raccolta Urbini sarà trasferita al Museo degli usi e costumi della gente di Romagna attraverso un trasloco davvero complesso (si tratterà di un trasporto di piccoli oggetti, mobili, grandi macchine, compresi due mulini da olio e un mulino da grano funzionanti, carri ed interi corredi di bottega). Ma ancor prima del trasferimento il museo ha realizzato una inventariazione scientifica particolareggiata compreso un catalogo fotografico e documentazione in video degli insiemi e dei singoli oggetti. Contemporaneamente al rilevamento inventariale è stato dato avvio ad una ricerca sulle origini e sulla vita della collezione e sull'opera del raccoglitore.

L'acquisizione della raccolta etnografica ha significato, in definitiva, l'assunzione di due "patrimoni": quello costituito dai beni di una raccolta rilevante e quello realizzato nella sperimentazione di un approccio d'area ai temi della qualità gestionale e di valorizzazione dei beni culturali.

 

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