Rivista "IBC" IX, 2001, 3

pubblicazioni

L'antica mappa della chiesa armena

Maria Luigia Pagliani
[Assessorato alla cultura della Regione Emilia-Romagna]

Luigi Ferdinando Marsili è il fondatore dell'Istituto delle scienze e dell'Accademia de' pittori, scultori e architetti, dal 1714 ospitate nel prestigioso palazzo di via San Donato a Bologna. Il programma marsiliano si richiama ai noti esempi della Royal Society di Londra e dell'Academie Royale des Sciences di Parigi, delle quali il nobile bolognese è anche socio. "Bononiense Scientiarium et Artium Institutum ad publicum totius orbis usum": l'iscrizione collocata sull'ingresso di palazzo Poggi sottende l'idea baconiana dell'organizzazione pubblica e collettiva della ricerca scientifica e della sua finalizzazione sociale, base ideologica comune agli scienziati e ai "virtuosi" del Sei-Settecento.

Alla lettura fortemente interdisciplinare della ricerca, che recupera e connette le fonti più diverse, corrisponde l'applicazione del metodo sperimentale per raggiungere più sicure conclusioni scientifiche. Rimangono famose a questo proposito, tra i tanti possibili esempi, le prove empiriche del Marsili sulle lucerne romane, tese a dimostrare l'inesattezza delle tradizionali interpretazioni sul loro uso.

Il gabinetto di Marsili è quindi un eccellente esempio dei nuovi principi ordinatori che si affermano in campo museografico al principio del XVII secolo. Abbandonata la mescolanza tra artificialia e naturalia, da un lato domina l'ordine della natura documentato anche dalle testimonianze più comuni all'interno della gerarchia naturale; dall'altro, oggetti di tipo diverso, come epigrafi, antichità, manoscritti, documenti etnografici conquistano una autonomia espositiva, espressione di una specifica quanto diversa conoscenza.

Con questi intenti il Marsili organizza i numerosi materiali raccolti durante le sue imprese di guerra e di diplomazia. Il generale infatti al tradizionale bottino preferisce libri, manoscritti, oggetti d'arte e di uso comune di popoli e civiltà diverse. L'interesse per il mondo orientale, ad esempio, è ben noto, e travalica le necessità e le urgenze politico-militari dell'epoca. Tant'è che proprio il Marsili, nel 1728, promuove la donazione al cardinale Albani di uno dei più celebrati pezzi della collezione di antichità dell'Istituto, il Fauno della Macchia, originale greco o microasiatico del I secolo d.C. In cambio, su sollecitazione del generale, giungono a Bologna libri, strumentazioni scientifiche e matrici per fondere i caratteri arabi, persiani e turchi, ritenuti di valore superiore alla scultura.

In questa complessa dimensione culturale e di conoscenza, non sempre e non esclusivamente dettata dagli obiettivi politici e militari, si inserisce anche l'acquisizione della carta della Chiesa armena, oggi conservata alla Biblioteca universitaria e recentemente pubblicata da Gabriella Uluhogian per i tipi dell'Editore Longo, in un volume che unisce, con eleganza, dottrina scientifica e sapienza editoriale.

La mappa, custodita originariamente nella biblioteca dell'Istituto, per un certo periodo viene appesa in una stanza dell'Assunteria. Un inventario, successivo alla donazione del 1712, la riporta con queste parole: "Mappa geografica della Chiesa Armena scritta anche in lingua armena e composta da un Prete pure armeno, che mostra tutti li Patriarcati, Arcivescovati, Commenti del Prete armeno con diverse annotazioni istoriche". La carta, consegnata al generale bolognese nel 1692, prima della partenza da Costantinopoli, era stata probabilmente commissionata l'anno precedente e aveva richiesto alcuni mesi di lavoro. L'autore è in realtà un laico, Eremia Celebi Keomiurdjian, personalità di primo piano nella comunità armena di Costantinopoli in quegli anni, conoscitore di varie lingue orientali ed europee, letterato e autore di numerose opere: dalla letteratura alla dottrina religiosa, dalle scienze alle composizioni d'occasione. Le illustrazioni della carta sono invece opera del figlio di Eremia: Malachia. Mentre il Marsili tace sui rapporti con la comunità armena e sulla realizzazione dell'opera, Eremia Celebi è meno avaro di informazioni. In alcune pagine manoscritte, attualmente conservate presso la Biblioteca dei padri mechitaristi di San Lazzaro a Venezia, narra della realizzazione della mappa su incarico dell'"Ambasciatore dell'Imperatore degli Alemanni", il Marsili appunto. L'ambasciatore avrebbe richiesto una mappa dell'Anatolia, della Persia e dell'India e avrebbe inoltre voluto l'indicazione dei monasteri e dei santuari e delle chiese del popolo armeno.

All'opera lo studioso armeno attende con grande diligenza e amore, ben consapevole di dare testimonianza di una realtà straordinariamente ricca e vitale, che non aveva riscontro in altre zone del vicino Oriente. All'informazione storica testuale si accompagna un'altrettanto efficace illustrazione ad acquerello: padiglioni, troni, idoli, chiese in alcuni casi non prive di dettagli documentari, elementi geografici e naturalistici. Vi prevale la dimensione simbolica ed il messaggio visivo, nelle proporzioni e nei rapporti interni, riflette i criteri di lettura e le valutazioni gerarchiche dell'autore. Tuttavia testo da un lato e forme estetiche dall'altro, mirabilmente fuse, consegnano una testimonianza straordinaria della grandezza, della vitalità e della forte identità della cultura del popolo armeno, costretto "a vivere del ricordo, disperso in tutte le plaghe del mondo".


G. Uluhogian, Un'antica mappa dell'Armenia. Monasteri e santuari dal I al XVII secolo, Ravenna, Longo Editore, 2000, 197 p., L. 80.000.

 

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