Rivista "IBC" IX, 2001, 3

storie e personaggi

Falci e crostini

Pietro Clemente
[docente di Antropologia culturale all'Università La Sapienza di Roma]

Il 30 luglio scorso, a meno di un anno dalla scomparsa di Ettore Guatelli, la Provincia di Parma ha deliberato l'acquisizione del suo museo ad Ozzano Taro, di cui è attualmente in corso la "dichiarazione di interesse particolarmente importante" da parte del Ministero per i beni e le attività culturali. In omaggio al buon esito dell'operazione, e come auspicio per i prossimi progetti di tutela e di valorizzazione, ripubblichiamo le pagine introduttive del volume La coda della gatta. Scritti di Ettore Guatelli: il suo museo, i suoi racconti (1948-1999) edito nella collana "Quaderni IBC".

 

Falci ben bilanciate a parte,

bisognava mangiarne di crostini

prima di diventare bravi a falciare.


Leggere scritti di Ettore Guatelli è per me un po' come vedere il suo museo e parlarne, scopro facce molteplici di un unico progetto, che nasce da una grande passione e un grande rispetto per la memoria degli antenati contadini e che per questo Federico Zeri ha invitato a considerare un "santuario della società contemporanea italiana".

In queste pagine c'è il Guatelli guida del museo, che racconta, commenta gli oggetti, e spiega come funzionano, e chi glielo ha spiegato o come li ha vissuti lui. Ma c'è anche il Guatelli dei diari, grande tracciatore della memoria della propria vita, che ci regala pagine da dentro i suoi tempi passati e fittamente annotati. E c'è il Guatelli che riconnette la passione per le cose, l'impegno di "far bello" con l'allestirle, la curiosità e la gioia di raccontare storie, con lo spirito di ricerca verso i portatori dei saperi e delle memorie di essi, e verso una introspezione continua che lo porta a scandagliare memorie di uso, ambientazioni, dialoghi con altri, racconti ascoltati ed acquisiti come memoria comune del suo progetto di far museo.

Talora si vede tutta la gamma dei livelli di scrittura di Ettore: dall'appunto che diventa scheda e vien raccolto in "filze" d'archivio (sempre di fattura personale e domestica, basata sul rigoroso principio del riuso: buste di modelli 740, contenitori di panettoni, cartoncini di scatole di pastificio...) alla più compiuta pagina di diario, alla pagina di scrittura vera e propria ma fermata a una prima levigatura, fino a quella di seconda, terza o quarta piallatura. Si intuisce una riflessione sulla scrittura documentaria tra l'appunto, la scheda, la descrizione, la "monografia per singoli tratti culturali" (la falce, la corna, la raganella...), e sul rapporto tra produrre testi come testimonianza e usare testimonianze per farle diventare narrazione.

Ne deriva una consapevolezza chiara del fatto che la scrittura documentaria e memoriale è scrittura nel senso più elevato della parola, e in questa consapevolezza Guatelli cerca di trovare un equilibrio tra precisione e quasi raffinatezza descrittiva e invece immediatezza e vivacità aneddotica. In molti testi vive la tensione tra parole gergali e dialettali, scatto della memoria linguistica vernacolare ed esigenza di equilibrio stilistico nella lingua italiana, per la consapevolezza della sua grande tradizione letteraria. Tra descrizione tecnica e immediatezza di evocazione di ambienti ed emozioni.

Guatelli mostra in ogni cosa la stessa serietà, severità con sé stesso, indisponibilità ad accontentarsi, rovello per la forma e insieme capacità di esprimere le voci degli altri attraverso una grande curiosità di ricerca, e passione per il funzionamento e l'ingegno macchinistico, costruttivo, creativo e adattativo. Lo spirito che anima queste scritture è quello del faticoso autoperfezionamento che vale, nella vita, per apprendere a falciare bene come per fare bene museo e saper scrivere bene.


Il fil di ferro della vita

Ogni volta leggere Guatelli o visitarlo mi impegna a riflettere su me stesso, sul mio mestiere, sui confini tra dilettantismo e professionismo. Noi studiosi "ufficiali" tendiamo a ritenerci gli unici dotati di competenza specialistica, ma quante volte siamo in difficoltà davanti all'enciclopedismo, la passione collezionistica, l'esperienza di vita di tanti dilettanti. Il nostro sapere risulta più dalla metodologia, dagli aggiornamenti, dal lavoro sulle teorie che non dalle esperienze empiriche. Su questo piano il primato sta a coloro che noi chiamiamo "informatori".

Guatelli, dal canto suo, non solo racconta e spiega da dentro la sua vita, ma si è creato un sistema di informatori e di indagini attraverso i quali, oltre a indagare, deposita cose nel suo museo che diventano patrimonio e memoria comunitaria per avere il valore aggiunto della voce di "utenti" o di "conoscitori". Si è creato un suo mondo di ricerca complesso, nel quale il professionismo sta anche nella esibizione del sapere di non sapere: l'etica più alta che si possa dare per un sapiente. Così queste pagine sono anche la "messa in scena" di tante altre voci oltre la sua: i fratelli, i parenti, i semplici conoscenti dai quali imparare, i visitatori che talora spiegano gli oggetti al museografo, i rigattieri che si fanno curiosi indagatori su quel che raccolgono, o coloro che Ettore riconosce come propri maestri perché capaci - senza alcuno specialismo universitario - di comprendere e praticare l'arte del ricercare e dell'insegnare le peculiarità dei saperi fabrili. A queste voci, come i migliori antropologi fanno, Guatelli affida la polifonia dei saperi delle cose, ed egli stesso si fa di volta in volta voce solista, corista e direttore di coro.

Quale incredibile distanza c'è tra la realtà di quest'uomo, che per tutta la vita ha raccolto, a costo di debiti anche pesanti, che ha indagato pur senza avere équipe di specialisti, ha scritto con una tenacia e costanza rare, ha pubblicato poco per modestia e per severità verso sé stesso, e dall'altra parte l'immagine che qua e là ne viene rappresentata: di furbo raccoglitore di cose da poco da rifilare agli enti pubblici a caro prezzo, o di mezzocontadino / mezzointellettuale, emblema rustico e un po' ingenuo di quel dilettantismo sanguigno e provinciale del cui umore l'Italia è ricca.

Lascia ammirati piuttosto come la funzione conoscitiva si sia innestata dentro una vita diventandone la mania guida e sviluppando, all'interno di essa, come una parte fondamentale di essa, quell'aspetto che in genere ha bisogno di separarsi dalla vita per essere regolato e diventare specialismo. Il me universitario e specialista guarda stupito questo lavorìo all'interno e all'esterno delle proprie vicende, che ci restituisce pagine tali, in linea generale, da rendere esplicito che i livelli di conoscenza cui attingiamo con le ricerche sono di norma abbastanza superficiali rispetto a quelli che vengono prodotti in queste inconsuete modalità, che intrecciano il viverci dentro e l'indagare da dentro.

La critica che si fa scherzosamente negli studi sull'impossibilità che esista la figura del "pesce ittiologo" può talora essere una copertura ironica della nostra difficoltà di indagare un mondo dall'esterno, difficoltà che resta pur tuttavia la scommessa fondante della ricerca sociale. Il "pesce ittiologo" è in realtà "l'antropologo nativo" di cui si discute nell'antropologia di oggi, figura liminale e paradossale che però assume un nuovo significato se si tiene conto della crescita dei consumi culturali e della fine delle fratture di classe. Studiare i contadini "dall'esterno" era d'obbligo nel mondo di Giuseppe Pitrè ma c'è già un salto di storia con Rocco Scotellaro, intellettuale figlio di calzolaio.

Guatelli ci aiuta ad avere presente sia la sfida lanciata dagli studi locali a quelli "senza frontiere", sia a riconsiderare dilettantismo e professionismo, per un migliore funzionamento dell'attività del sapere, conoscere, far apprendere, al di là di qualsiasi formalizzazione di ruoli. Ne sono un emblema le pagine sul fil di ferro: scaturiscono da una scheda con una lista amplissima di usi, da cui prende le mosse una serie di piccoli racconti di memoria in cui si sente il lavorìo del ricordo in opera, sollecitato dall'input dato con la parola fil di ferro, a ricostruire dall'interno frammenti di mondi persi alla trasmissione perché troppo marginali ed umili. Il fil di ferro è un simbolo oltre che un oggetto polimorfo: connette la memoria alle funzioni più diverse e meno vistose, e quindi mostra che la tecnologia, come la vita, è spesso fatta soprattutto di queste.


Una nascita

Dal diario di un 28 marzo 1948 Guatelli, raccontando del parto di una mucca, ci ricorda infine il tema che guida le sue pagine di ricordo: lo spettacolo meraviglioso per gli studi sociali di una cultura raccontata all'interno di una vita, e di una vita che si comprende all'interno di una cultura. Una nascita che vede in scena un giovane Guatelli impegnato, come Socrate, nell'arte del far venire alla luce. Anche per essere maieutici bisogna mangiarne di crostini.

 

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