Rivista "IBC" IX, 2001, 2

interventi, pubblicazioni

A cielo aperto

Cesare Sughi
[giornalista]

Ho riaperto un libro aureo, Il museo alla sua terza età, che Andrea Emiliani pubblicò nel 1985 presso l'allora gloriosa Nuova Alfa Editoriale. E non mi vergogno di dire che mi ha stupito. Non perché non mi sia nota, da anni di conoscenza e di amicizia, l'acutezza dell'autore in materia di beni culturali, e nemmeno perché, di quel volumetto blu, io non abbia, in varie occasioni, assaporato la densità e l'intelligenza. Ma lo stupore nasce - e mi disturba la corrività della parola - dall'attualità, ormai più di quindici anni dopo, di ciò che Emiliani sostiene in materia di organizzazione museale. Scelgo, fra le tante citazioni possibili:


Così, dunque, il Museo della terza età è - nella mia mente - un sistema eminentemente civico che aggrega luoghi diversi e vocazioni integrate attorno ad una istituzione sola [...]. Ma nell'ambito di quel sistema devono entrare i luoghi delle professioni artigiane e della loro documentazione, conservarsi i patrimoni della società urbana assistita e protetta (IPAB, per intenderci, USL e ex Ospedali), e come questi anche i problemi davvero non semplici di documentazione di un'età come la nostra (1945-1980), che sembra quasi non volersi testimoniare, nelle sue grandi opere pubbliche, nell'architettura sociale e nella stessa politica generale dell'urbanistica e del territorio.


E ancora:


Ma soprattutto oggi l'incerta fisionomia di un museo [...] si coagula in una visione sistematica dei musei. L'età della transizione delle forme e delle materie esige enormi spazi di documentazione, gigantesche entità di contenimento che - di fronte alla velocità del trapasso e alla quantità di scorie e 'fossili' storici che esso ingenerosamente produce - sappiamo almeno raccogliere, classificare, disinfestare, igienizzare la immensa "eredità del passato".1


Per chiarezza, la prima età del museo è quella che culmina con Napoleone, la seconda è quella dell'Italia unita.

Apro adesso il catalogo dei Musei in Emilia-Romagna (Editrice Compositori) curato per l'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna da Orlando Piraccini, con uno scritto del suo presidente Ezio Raimondi e inserti fotografici di Luigi Ghirri. Tenendo accanto, naturalmente, il libro di Emiliani come pietra di paragone, diciamo così, teorica. Se la terza età del museo fissata da Emiliani è ancora pienamente in corso, se il concetto di "sistema" resta ancora il sogno o l'utopia o la scommessa degli addetti ai lavori, mi chiedo adesso, catalogo alla mano, se la mappa dei trecentosessantuno musei pubblici o parapubblici o privati censiti vi corrisponda. Tralascio quindi di sottolineare la qualità, la solidità, la densità della pubblicazione; sono tutti aspetti che ritrovo, e che mi confermano uno "stile della casa" di prim'ordine. Dunque, mi chiedo, i musei dell'Emilia-Romagna costituiscono un sistema, o un abbozzo di sistema museale? Questo, soprattutto, interessa.

La prima risposta, cioè quella che tiene conto della distribuzione bruta delle sedi di museo, è sì. Colpisce, infatti, la forbice relativamente stretta che vi è tra le dotazioni delle diverse province: i ventitré musei del piacentino sono il punto basso, i settantasei di Bologna e provincia il picco. Ma in mezzo, tra Parma, Ferrara e Rimini, c'è un equilibrio intorno ai valori di trenta-trentacinque unità. Il primo requisito c'è, se in questo caso "sistema" vuol significare un'omogeneità organica e coordinata, senza scompensi, disarmonie o buchi.

Ed è positiva anche la seconda risposta, quella con la quale si chiarisce il grado di polisemia del sistema. Un sistema è qualcosa che si esprime e si realizza attraverso una molteplicità di elementi, aspetti e funzioni, ed è tanto più sistema quanto più in esso convivono sfumature, sfaccettature e, perché no, contraddizioni. Anche da questo punto di vista - o, direi, soprattutto qui - il panorama dei musei della regione merita la qualifica.

Basta partire dalla squisita sontuosità della Pilotta o, sempre a Parma, dalle Camere del Correggio nel complesso di San Paolo, per incontrare i tesori di una formidabile civiltà ducale; ma non lontanissimo, a Campogalliano, in provincia di Modena, la visita al Museo delle bilance ci apre all'Emilia artigianale, dove arte e tecnica, scienza e pratica quotidiana si sposano alla perfezione. è una qualità rara questa, ed è da tenere sott'occhio durante tutto lo spoglio del volume. Senza dimenticare che le coppie arte-industria (non necessariamente epoca industriale), arte-fare (pòiesis, poesia, da poièin, fare), arte-agricoltura, arte-turismo, arte-mestieri (il Museo della marineria di Cesenatico) sono una ricchezza tipica - tipicissima se il superlativo non fosse deplorevole - di queste terre.

C'è poi la terza domanda. Sistema museale implica legami con vite vissute, con personalità rilevanti, con tracce dell'esistere su un territorio: la casa di Carducci a Bologna, quella di Verdi a Busseto, quella di Vincenzo Monti ad Alfonsine, o il Cardello di Oriani a Casola Valsenio, aggiungono al quadro le tinte di una storia ripercorsa attraverso i grandi e le loro vicende. Piccola storia (i salinari di Cervia, per esempio) e Grande Storia, un'altra coppia che in Emilia-Romagna ha buone radici.

E poi, quarto: il collezionismo, perché sistema vuol dire coesistenza e convivenza di iniziative diverse, in una zona in cui il mecenatismo (non solo chiesastico) è una delle fonti del patrimonio della collettività, cui i beni delle istituzioni religiose aggiungono altre preziosità e altri pezzi di storia: la straordinaria raccolta di Magnani, a Mamiano di Traversetolo di Parma, colma straordinariamente questa casella.

E siamo alla parola cruciale, che ovviamente non sfuggiva a Emiliani: territorio. Si ama definire questa regione un museo a cielo aperto. O forse, ripensando ai Grand Tour lo schema vale per tutta l'Italia. Ma diciamolo meglio, sempre con Emiliani, che cosa mai è il territorio dal punto di vista dell'incidenza museale:


Questa emersione lenta ma continua di un paesaggio, sia urbano che rurale, interamente, intensamente costruito dall'uomo, è allora la nozione più esatta che si possa cercare di far rientrare nel così esiguo cestino dei "beni culturali". è l'orma stessa della nostra esistenza storica, non sminuzzata in una serie nozionistica ed enumerativa di monumenti, strettamente connessa ai perimetri spaziali che oggi ancora noi sensibilmente avvertiamo, quali la terra, le prospettive di paesaggio, il cielo stesso con le sue nuvole o il suo sereno.2


Sì, tutto questo ha ben riscontro in Emilia-Romagna. Penso, per esempio, poiché lo conosco e lo amo, al filo sottile e fascinoso che lega Ferrara, il suo centro, il suo cuore, il suo duomo, alla magia un po' stregonesca di Schifanoia, e poi alle Delizie estensi della campagna, o ai resti archeologici di Voghiera, e poi ai Canali di Comacchio e a Spina e a quello straordinario museo d'acque e di fauna e di letteratura e di memorie storiche e di piene paurose e di fatica e di canti e di tavolate che è il Po. è un esempio straordinario, credo. Un parco museale dove la pura bellezza artistica (Cosmè Tura) vive solo, e si esalta, nel contatto con la traccia di una quotidianità che ha il sapore dell'epica popolare (continuando nell'Emilia della Bassa, non si incontrano Peppone e Don Camillo?).

Ed è proprio su questa nozione, territorio, che occorre fare un altro passo avanti. Ovvero, porsi un altro quesito: museo a cielo aperto quant'altri mai, fino a che punto la nostra regione celebra davvero il proprio territorio come il più autentico e promettente dei suoi musei?

Al catalogo non si può chiedere, si capisce, di essere ciò che non è, cioè un trattato di strategia museale. Ma è lecito, come si è cercato di fare, trarne piuttosto domande - cioè sollecitazioni - che risposte. E l'esempio che s'è fatto per Ferrara e il Po serviva proprio a questo, a toccare il punto ancora dolente dell'intera faccenda, e cioè il rapporto fra museo e turismo. Di cui molto si discute - nella chiave, anche, della famosa e ancora lontana collaborazione pubblico-privato - e che è un modo per dettare il passaggio (obbligato) dal sistema alla rete museale.

Qui bisogna chiarirsi. "Rete" è parola già logora e logorata all'uso internettistico, e ben vengano le connessioni informatiche che già sono attive, per esempio, in numerose biblioteche romagnole. Ma poiché in quel famoso territorio occorre muoversi - o territorio non è - "rete" vuol dire capacità di collegare anche fisicamente, in percorsi di una giornata o più, la visita al quadro celeberrimo, una puntata alla Rocca Possente di Stellata (se da Ferrara vado verso Bondeno, proseguendo nell'esempio) o un percorso, anche in auto, lungo gli argini del Grande Fiume. E per chi sia a Rimini, fra i resti romani, come non spingersi almeno a Santarcangelo, alle Grotte di Tufo, ai dipinti di Cagnacci, a tutta un'altra Romagna, di carne e non di pesce?

L'elenco, s'intende benissimo, è lungo almeno quanto la via Emilia che attraversa la regione. Ed è su ciascuno di questi poli turistico-museali che si deve ancora lavorare molto, in termini di servizi, di comunicazione, di programmi. L'impegno è improbo, nel momento in cui la concezione accademica dell'arte non si identifica più con il museo, e viceversa. Ma è forse la sola via stretta che può portarci nel pieno di quella famosa terza età, o indicarcene un ulteriore sviluppo.

 

Note

(1) A. Emiliani, Il museo alla sua terza età. Dal territorio al museo, Bologna, Nuova Alfa Editoriale, 1985, pp. 19, 24-25.

(2) Ibidem, p. 29.

 

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