Rivista "IBC" VIII, 2000, 3

inchieste e interviste

Siamo tutti degli 'shlemil'

Franco Bonilauri
[direttore del Museo ebraico di Bologna]

In occasione dello spettacolo "Mame, Mamele, Mama, Mame, Mamma, Mamà. Il crepuscolo delle madri" - tenutosi nel capoluogo, all'Arena del Sole - Franco Bonilauri, direttore del Museo ebraico di Bologna, ha intervistato l'autore-attore Moni Ovadia su alcuni dei vari aspetti della cultura e della tradizione ebraica, concentrandosi in particolare sulla "condizione interiore del sentirsi ebreo" oggi, che egli ama definire col termine "ebraitudine".

Ovadia è stato in visita al Museo ebraico, apprezzandone specialmente il forte impatto comunicativo dell'allestimento e giudicandolo tra i migliori fra quelli visti in Israele e negli USA. L'artista si è offerto di attivare delle collaborazioni seminariali su alcuni temi-chiave, a cominciare dalla importanza dell'oralità e della parola nella tradizione ebraica. L'avvio di questa preziosa collaborazione, inserita tra le attività culturali del Museo, è previsto per il prossimo autunno.


Lei parla spesso della forza del racconto nella tradizione ebraica. Oggi questa forza sembra trasmettersi attraverso canali nuovi: sul piano cinematografico, ad esempio, quale è stato a suo parere il racconto più efficace nell'esprimere la storia del popolo ebraico?

Mi chiedono spesso molti pareri a tal proposito; mi chiedono di fare delle presentazioni. Qualche tempo fa ho presentato Jacob il bugiardo, un robusto film di genere, ben costruito e con bravi attori. Ho amato La vita è bella per una ragione e Train de vie per un'altra. Nel film italiano Benigni è un narratore ed un attore straordinario. Ho amato molto Comedian Harmonists, di cui ho curato i dialoghi italiani, perché racconta attraverso un episodio dell'inizio della Shoah la storia della rottura di uno dei più grandi miracoli della storia culturale, la cultura ebraica tedesca. È la vicenda di un sestetto vocale che ebbe un successo trionfale in Germania durante l'ascesa del nazismo: dal trionfo alla condanna, fino all'obbligo di smettere, perché metà di loro erano ebrei.

Ma per me il capolavoro ineguagliato rimane Shadilanz, perché nulla come il racconto dell'uomo ci racconta dell'uomo: l'emozione che dà esso, nessun film di fiction potrà darvela, impossibile!

Mi piacerebbe fare un'analisi approfondita della questione, parlare di come si insegna raccontando le storie, invitare anche qualche rabbino a dire la sua e organizzare un bel seminario sull'oralità e sul valore umano del racconto. Un buon sottotitolo potrebbe essere: "Questa è la parola del canto: il canto è la parola", oppure: "Dio ha creato gli uomini perché amava sentire raccontare storie".

Si potrebbe coinvolgere anche l'Università, da Umberto Eco a Roberto Leydi, per creare un momento di riflessione comune. Per l'Università di Bologna sto già preparando un progetto sulla narratività e sulla narrazione, simile a quello a cui ho lavorato nell'Università di Padova. Ho pensato alla potenziale collaborazione di grandi narratori quali possono essere Roberto Benigni, Dario Fo, Marco Paolini ed anche di grandi affabulatori-cantori come Giovanna Marini. Pensi a come sarebbe bello poter collaborare con Roberto Benigni: è un prodigio della narrazione!


"Ebraismo" ed "ebraitudine": che differenza passa tra questi due termini?

L'ebraismo è una delle grandi matrici della civiltà umana, quindi riguarda tutti. Io dico spesso a molti dei miei amici non ebrei che ci sono molti modi per avvicinarsi agli ebrei: si possono leggere dei buoni libri, certo, ascoltare della buona musica, ma per entrare veramente nel pensiero di un'altra cultura devi sapere quello che fai. D'altra parte ci sono poi gli ebrei che mi rimproverano di fare spettacoli solo per i non ebrei. La pensano così, e sono liberi di farlo: io intanto faccio la mia strada. Il Talmud ha insegnato una cosa gigantesca: "Non giudicare il tuo prossimo finché non ti trovi nei suoi panni". Ed io mi permetto di aggiungere che una volta che ti ci trovi ti è già passata la voglia di giudicare. Noi ebrei - ha detto qualcuno - siamo legittimati a litigare perfino con il Padre Eterno: figuriamoci se mi spavento di un rabbino integralista.

"Ebraitudine" è un termine brutto, ma molto efficace. Indica la condizione interiore di chi si sente ebreo. E non è una prerogativa esclusiva degli ebrei, può riguardare anche molti non ebrei che dall'ebraismo hanno mutuato questa condizione di stranieri a sé stessi. Credo che Kafka l'abbia espresso nella maniera più folgorante. In una lettera a Milene Iesenkava, egli dice: "Noi conosciamo molti esemplari di ebrei occidentali, io per quanto ne so sono il più occidentale di voi. Ciò significa, per dirla con una metafora, che non mi è concesso un minuto di più, devo riguadagnare tutto, non solo il presente e il futuro, ma anche il passato".

La condizione dell'uomo postmoderno assomiglia radicalmente alla condizione dell'ebreo. Tutti siamo degli shlemil, degli individui goffi: uno shlemil è uno che cade sul sedere e si rompe la punta del naso. Tutti siamo degli individui spaesati che goffamente cercano di captare ogni tipo di certezza. L'ebraitudine è questo stato che appartiene ad ebrei e non ebrei: un'inquietudine esistenziale che ti permette di non diventare un barbaro, di mantenere la tua condizione di straniero, anche quando sei residente.

Ha ragione il mio maestro in un'analisi strepitosa della condizione dell'ebreo: prende spunto dalla storia di Abramo che esce dalla città che imprigiona la luce, la città dell'idolatria. Il padre di Abramo è un idolatra ed in una stanza tiene tutti i suoi idoli, egli è un fabbricante di idoli. Abramo glieli sfascia tutti e poi li dispone come se avessero fatto una battaglia. Arriva il padre e gli dice: "Abramo cosa hai fatto? Sei un delinquente, mi hai rotto gli idoli: perché?". Abramo: "Perché pensi che sia stato io? I tuoi idoli hanno cominciato a litigare e si sono spaccati tra di loro". Di nuovo il padre: "Ma allora sei scemo! Degli idoli in pietra, di coccio, di legno, non si possono spaccare tra loro!". Ed Abramo infine: "Ah! Che l'orecchio intenda quello che vuole!".

Mettendo in piedi una commedia umoristica, Abramo sconfigge il padre, lo mette con le spalle al muro e rompe con l'umorismo il circuito della violenza e dell'idolatria. L'ebraismo nasce con una risata. L'ebraismo non è una religione, dà delle regole religiose. I precetti non servono alla religione ma alla vita. Io cerco di muovermi in questa prospettiva, che ha un valore per tutti. Da questa prospettiva Abramo scopre l'interiorità, sconfigge paganesimo ed idolatria in un colpo solo, sconfiggendo insieme il potere, la violenza, la schiavitù.

Abramo ci fa un regalo immenso, difficile da capire. Egli esce dalla città: il Dio dell'umanesimo sta nei luoghi degradati, non nei centri sontuosi come Ur. Poi quel Dio dice: "Va bene Abramo, visto che tu hai fatto questo sforzo di uscire dal deserto ti prometto una terra, che però è mia". Il Re David dice: "Ascolta le mie preghiere, Signore, perché io e tutti i miei progenitori siamo stranieri con te", ed ancora Dio ripete l'annuncio del Giubileo, che è un'invenzione ebraica: "La terra è mia, non c'è proprietà permanente della terra. Tu ci vivrai con me, cioè con l'etica, non così, come soggiornante o residente". La parola usata per soggiornante è la stessa usata per straniero. Tu vivrai insieme allo straniero da straniero.

Anche oggi il nazionalismo è l'ultimo rifugio della peggior feccia, il miglior pretesto per chi desidera che il sangue scorra a fiumi. La società è già multietnica, anche perché ogni forma di nazionalismo è solo una ridicola difesa di un piccolo, egoistico e grasso interesse, perché il mondo è già globalizzato e non perché ci sono cattivi ebrei che vogliono mondializzare o quelli che vogliono portarti via il lavoro.


Chi racconta oggi il mondo ebraico può augurarsi che i suoi messaggi siano ascoltati pienamente dal pubblico?

A questo proposito vorrei raccontarle come, a Genova, ho avuto una delle più grandi sorprese della mia vita. Mi hanno invitato in una classe elementare. Io ero preoccupato perché pensavo: "Cosa gliene fregherà a questi bambini?". Be', sono stato tre ore a parlare e questi bambini mi hanno fatto delle domande straordinarie, erano attenti come spettatori lo sono nel corso dei miei spettacoli. Evidentemente ho fatto un esperienza talmudica: il Talmud dice: "Il mondo riposa sull'alito dei bambini che studiano". Io l'ho visto e quando, dopo tre ore, gli ho detto: "Bambini, adesso voi dovete andare in mensa" loro mi si sono fatti intorno e mi hanno chiesto: "Mangi con noi? Continui a raccontarci?". Ho dovuto girarmi perché mi sono venute le lacrime agli occhi.


Cose che succedono quando si possiede un carisma naturale.

La ringrazio, ma non è questo il punto. È la bellezza della loro mente e del loro cuore, valorizzata da un'istruzione meravigliosamente efficace. Qual era il segreto di questi bambini? Erano i due insegnanti strepitosi che con commovente passione li avevano preparati. Un bambino può capire il mondo meglio di un adulto, con i suoi strumenti.

Gli adulti stanno a litigare come beccacce sulla scuola religiosa o la scuola laica. Perché non litigano sul fatto che i nostri bambini devono avere molte più opportunità? E cosa dicono? "Ah, metteremo un computer in ogni classe!". Perfetto! Sottometteteli al produttivismo! I bambini devono imparare giocando, ascoltando belle storie, non stando solamente dinanzi ad un computer.


Ho notato che ha una passione per Bologna, forse anche per l'Emilia-Romagna: ce la racconta brevemente?

La prima cosa che mi viene da dire è che in questa terra si respira una civiltà dell'uomo incensurata. Voglio dire che qui si respira la certezza del proprio tessuto socioesistenziale, e questo dà un senso di sicurezza.

Bologna, in particolare, è prodigiosa. Per tutto parla l'università: qui non c'è semplicemente un ateneo, c'è qualcosa di più commovente e pulsante, ferve un modo di vivere che ha ancora una dimensione non alienata, eppure ricca. Qui hai l'impressione di trovare tutto quello che serve della società moderna e della società postmoderna, senza che la gente abbia perso il cervello dietro degli standard. Io sono "malato" di umanità e qui a Bologna rischio sempre un peggioramento della mia "malattia", quasi una piacevole overdose. Qui più che altrove c'è modo di respirarla, di percepirla. Ogni volta che vengo mi torna in mente una battuta di Einstein; quando all'ingresso degli Stati Uniti gli chiesero: "Razza?", egli rispose: "Umana!".

 

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