Rivista "IBC" XXVII, 2019, 4

storie e personaggi, linguaggi

Una testimonianza dell’autore sulla svolta che ha avuto il teatro dialettale.
Dalla poesia al teatro

Nevio Spadoni
[poeta]

Sono nato in un paese della campagna romagnola, e fin dagli anni Cinquanta la mia prima lingua è stata il dialetto che tuttora vivifica il dialogo per una più schietta comunicazione. Il mio però, com’è noto, è uno dei tanti in Romagna, specificatamente quello delle Ville Unite (un agglomerato di paesi che comprende S. Pietro in Vincoli – dove sono nato − Campiano, San Pietro in Campiano, Carraie, S. Stefano, Massa, S. Zaccaria, etc), un idioma che l’insigne glottologo austriaco Friedrich Schürr ha definito puro in quanto parlato in un’area lontana dai grandi centri di comunicazione (via Emilia per esempio), in zone comunque rimaste discretamente isolate dal contesto urbano e dai grandi traffici, in paesi tuttora preminentemente agricoli.
Il dialetto mi ha catturato fin da piccolo, e già da adolescente ho misurato la mia esperienza di scrittura con quella di personaggi della mia zona, già avviati nello studio del dialetto e nella poesia. Cito i nomi di Gioacchino Strocchi (medico condotto di San Pietro in Vincoli), Libero Ercolani (autore tra l’altro di un dizionario italiano–romagnolo), Bruto Carioli (direttore per più di cinquant’anni del coro dei canterini romagnoli “Balilla Pratella”). Poi è giunto in età matura il giorno in cui ho lasciato la campagna, in cui il dialetto mi era stato trasmesso dai nonni e dai genitori contadini, e ho abbandonato quel paesaggio che già aveva suggestionato prima di me poeti e scrittori di grande statura: Pascoli, Moretti, Serra, Serantini, in lingua, ma anche i vari Olindo Guerrini, Francesco Talanti, Aldo Spallicci, Nettore Neri, Lino ed Enzo Guerra, fino a quelli del secondo Novecento, da Tonino Guerra, a Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Walter Galli, Tolmino Baldassari.

Dalla campagna alla città

Ho lasciato la campagna per vivere in città, dove l’insegnamento mi chiamava, a Ravenna, bella nella sua arte e nella sua storia, ma con tutte le tristezze, angustie e contraddizioni del vivere di oggi. Tuttavia, una inevitabile lacerazione mi ha indotto a rompere l’indugio e a ritornare con la memoria a quel mondo interiore di voci, suoni, odori, realtà interiorizzata che avevo lasciato, dopo averla assaporata, toccata, scrutata, interrogata. Quel mondo strideva profondamente con il volto di una città, anche se non metropoli, che fa i conti con un tempo diverso, più frenetico, e che non è più quella civiltà rurale dai ritmi più distesi, civiltà che già Pier Paolo Pasolini aveva presagito nel suo declino, e che Tonino Guerra aveva mirabilmente descritto ne I bu.
E proprio a Ravenna, in questa ‘città del silenzio’ come Hermann Hesse l’aveva definita: “Se tu l’attraversi e osservi, le vie tristi e umide sono mute da un millennio e ovunque cresce muschio ed erba”, mi si è fatto impellente il bisogno di comunicazione. Di qui il coraggio di rendere pubbliche le mie esperienze poetiche e di camminare su quel solco. Già le prime raccolte mi hanno consentito di guardare con chiarezza la mia identità e quella degli altri. Quando il bisogno nasce dalla carne a volte lacerata e sanguinante, quando la fantasia poi trasfigura le cose non appena esse scompaiono, è necessità scrivere per difendere – come ha sostenuto la filosofa Maria Zambrano – “la solitudine in cui ci si trova salvando le parole dalla loro esistenza momentanea e transitoria e condurle verso ciò che è durevole”. Testi come Par su cont, Al voi, Par tot i virs, A caval dagli ór, È côr int j oc, hanno segnato l’esperienza della prima fase del mio lavoro poetico. In seguito, è uscita la prima raccolta di tutte le mie opere in poesia in Cal parol fati in ca (Quelle parole fatte in casa), con un saggio introduttivo del grande storico della letteratura Ezio Raimondi, e per Raffaelli Editore, 2007, comprendente una sezione inedita, I sgrafegn. Ė uscita poi la raccolta, con un ritorno al frammento, alla misura epigrammatica, di Un zil fent (Un cielo finto),prefazione di Luciano Benini Sforza , IlVicolo , 2010. Ma già la misura breve, epigrammatica dei primi testi, aveva ceduto il posto a poemetti “sospesi tra visionarietà e distillata percezione delle cose” (N. Lorenzini), con un linguaggio lirico − narrativo, come Mario Luzi ha opportunamente rilevato. Mi riferisco soprattutto a quelli contenuti in A caval dagli ór (A cavallo delle ore), Ravenna, Longo editore, 1991, che considero propedeutici ai lavori teatrali. Occorre considerare che nel 2017 ho raggruppato poi tutti miei lavori poetici in Poesie (1985 −2017) edizione Il Ponte Vecchio di Cesena.
Negli anni 90 è uscita l’Antologia Le radici e il sogno, Poeti dialettali del secondo novecento in Romagna (Faenza, Moby Dick, 1996), curata da Luciano Benini Sforza e dal sottoscritto. Qui però il dialetto veniva affrontato su un piano storico e critico, come anche nell’ Antologia D’un sangue più vivo – Poeti romagnoli del Novecento, a cura di Nevio Spadoni e di Gianfranco Lauretano, edizioni Il Vicolo, 2013.

Non si parte dal teatro, ma al teatro ci si arriva

Poiché non si parte dal teatro, ma al teatro ci si arriva, come ha sostenuto il regista polacco Tadeus Kantor, così, attraverso l’esperienza del fare poesia, i cvel i va d’su pe’ (le cose vengono di loro piede, naturalmente), è nata la collaborazione con Ravenna Teatro e in particolare con l’attrice Ermanna Montanari e col regista Marco Martinelli. Ermanna viene dai miei stessi luoghi; lei è infatti di Campiano, a pochi chilometri da San Pietro in Vincoli, mio paese di origine, e il dialetto è lo stesso, come uguale è la visceralità della gente, con quel pizzico di follia che è stata tante volte tratteggiata in riferimento ai romagnoli, oltre che da Olindo Guerrini, e Francesco Talanti, anche da Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Nino Pedretti, Walter Galli.
Ermanna ed io ci siamo frequentati da adolescenti e ci siamo reincontrati dopo vent’anni circa nella città di Ravenna. Nasceva così Luṣ (Luce), monologo scritto su una figura di donna realmente vissuta in Romagna a cavallo tra fine Ottocento e gli inizi del Novecento. È la storia di Bêlda, guaritrice, sciamano che si carica addosso i mali degli altri, figura presente nelle Memorie e tradizioni di Romagna di Eraldo Baldini.
Nel teatro romagnolo il monologo è inusuale se non nuovo, a giudicare anche dalle commedie tradizionali che ancora simpaticamente vengono rappresentate, e mi riferisco principalmente a quelle di Marescalchi, Gondoni, Guberti, Missiroli.
La protagonista di Luṣ, ovvero La Bêlda, dalla parola tagliente, quasi pietra e mentre scrivevo già me la raffiguravo scagliata in scena dalla voce politonale di Ermanna − è stata il frutto di un intreccio di volontà e di esperienze, dove io ho dato la parola all’attrice che me l’ha ispirata. Questo testo, scritto appositamente per lei, cucito su misura, è stato più volte provato durante il lavoro di costruzione. In seguito, è uscito Perhindérion, trittico peregrinante su testo mio e di Martinelli, testo fondamentale con La Pérsa, il mio secondo lavoro, la cui protagonista, contadina analfabeta che attorno al 1100 profetizza l’arrivo dell’immagine della Madonna Greca sulle rive dell’Adriatico dopo la conciliazione di Ravenna con Roma. Diverso invece per tanti aspetti, è L’isola di Alcina che fa parte del progetto “Cantiere Orlando.” Sullo sfondo dell’Orlando Furioso, viene narrata una storia tutta romagnola di due sorelle, Marisa e Giorgina, innamorate e poi lasciate dallo stesso cavaliere, un forestiero, capitato per caso in quel paese. Le sorelle, custodi di un canile, invischiate in un incantamento di trappole amorose, istupidiscono, ognuna in una propria mancata corrispondenza tra immagine e sostanza, come nella magia. “E Alcina stia nella sua pena” canta Ariosto nel X canto al verso 58, e da qui inizia il suo delirio.
Si deve a Ermanna la plasticità della figura sulla scena e quindi il successo della pièce. Alcina è un essere pietrificato nella sua pena, e anche questo, come Luṣ, è un lamento e una maledizione. La lingua stessa muta sembiante, da quella ariostesca passa a un dialetto duro, selvatico. L’attrice infatti la interpreta con voce incaponita, acidula, sprezzante, ma anche con toni lirici. E così il confronto con Luṣ diviene inevitabile: in Luṣ, Bêlda è la donna sciamano, Cristo − donna che si fa tutta per tutti e muore invocando per i suoi compaesani la luce; Alcina, invece, è sprofondata egoisticamente nella sua pena d’amore, nella sua notte; è una perdente, vittima della sua rabbia, dei suoi malefizi, condannata a vivere nella sofferenza.
L’isola di Alcina è un lavoro nato ‘in progress’, che diveniva sulla scena. La scenografia si è avvalsa di forti suggestioni musicali e iconografiche, con riferimento non solo all’opera dell’artista americana Kim Dingle (bambola dal volto malefico che esce da un muro come se venisse da un tempo altro), ma anche di scene di Dosso Dossi ispirate alla fantasia ariostesca. Sono presenti anche riferimenti al Casorati, più freddo, geometrico, quasi metafisico, e accenti espressionistici che ricordano Otto Dix e la nuova oggettività tedesca. Un dramma quindi, quasi un montaggio, frutto di un lavoro sinergetico, osmotico, che grazie al pluristilismo del dialetto ha permesso una gamma di tonalità diverse: invettiva, ironia, visionarietà, liricità.
Nel 2003 poi, per “Ravenna Festival” nasceva il melologo dedicato a Galla Placidia, imperatrice del V secolo, archetipo e metafora del femminile nella sua complessità, espressa anche attraverso il plurilinguismo, pur con la prevalenza del dialetto. Nel personaggio infatti convivono mondo greco, romano, cristiano e barbaro. Elemento nuovo questo, rispetto al tradizionale teatro romagnolo. Il testo, interpretato da Elena Bucci, con la sua stessa regia e la musica di Luigi Ceccarelli, è stato rappresentato nella suggestiva e imponente Basilica di San Vitale.
Per “Ravenna Festival”, nella regia di Elena Bucci sono stati rappresentati altri miei lavori, scritti parte in italiano e parte in dialetto: Francesca Da Rimini nell’interpretazione di Chiara Muti, Lord Byron e Teresa interpretato da Chiara Muti ed Elena Bucci con musiche originali di Luigi Ceccarelli. Sempre per “Ravenna Festival” una reinterpretazione de La Pérsa è stata rappresentata da Daniela Piccari nel 2008 con musiche originali di Luciano Titi. Sono seguiti poi altri lavori sia in lingua che in dialetto: Fiat lux, e’ fat dla crazion, (Il fatto della creazione ), Anàstasis, Giuditta di Betulia (tutti pubblicati), e È bal, (Il ballo) interpretato da Roberto Magnani e da Simone Marzocchi, e portato anche al Festival della letteratura di Mantova; poi L’ôv ad stroz (L’uovo di struzzo) e in ultimo, La zopa Caratena (La zoppa dalla pipa di terracotta), personaggio di Olindo Guerrini.
Interessante, a proposito di Fiat lux, è stata la recita a Rimini presso la ‘Domus del chirurgo’ nel 2014 a tre voci: Nevio Spadoni, Francesca Airaudo e Francesco Gabellini, dove questi ultimi due hanno tradotto e recitato le loro parti nel dialetto riccionese. E debbo dire che Luṣ, è stata riproposta nel 2015−2016 sempre nell’interpretazione di Ermanna Montanari, ma con musiche originali di Daniele Roccato (contrabbasso) e Luigi Ceccarelli (musica elettronica) in diversi teatri italiani e stranieri. Nel 2019 ho raggruppato tutti i miei lavori teatrali (14) in Tutto il teatro, Società Editrice Il Ponte Vecchio, volume arricchito di testimonianze di attori e attrici che hanno interpretato i miei lavori.

Elementi di novità rispetto alle tradizionali commedie 

A conclusione di queste note mi sembra di poter affermare, anche sulla scorta di quello che mi disse Raffaello Baldini, che entrambi abbiamo dato al teatro romagnolo una svolta sia sul piano dei contenuti sia su quello della forma rispetto al teatro pur rispettabile e spesso di grande livello, di coloro che ci hanno preceduto. Mi piace infatti ricordare opere come La broja di Bruno Gondoni, La burdela incajeda di Bruno Marescalchi, Al Tatar di Eugenio Guberti, È post dri l’irola di Icilio Missiroli, per fare solo qualche nome.
Le novità più rilevanti oggi nel teatro in dialetto sono: la scelta del monologo, l’uso del plurilinguismo, il ricorso ad una metrica rigorosa con una scelta lessicale attenta e propria e con una sintassi dagli alti valori ritmici e musicali, il coraggio di spingerci oltre la dimensione dei luoghi comuni. E pur considerando ciò che Leone Tolstoj ebbe a dire: “Parla del tuo paese se vuoi essere universale”, nel teatro odierno possiamo parlare di atemporalità e la spazialità dei personaggi. Parte di questi elementi valgono anche per la poesia in dialetto del secondo Novecento. Il teatro, oggi più che mai, vuole essere lavoro di squadra, e si avvale del linguaggio musicale e di una più ricercata tecnica di scena. Viene ad essere quindi carne, corpi vivi sul quale gli autori scrivono le loro visioni. Bando quindi ad imbarazzi o ad equivoci, ma opere scritte per personaggi ben definiti, abiti cuciti e scolpiti su corpi particolari. Le parole allora possono diventare pietre scagliate, scalpelli, fantasmi, soffi. Il testo poi, nel teatro contemporaneo, diventa motivo d’incontro e anche di scontro, nel senso che pur nel rispetto dello scritto dell’autore, il regista ha una sua autonomia di rappresentazione. Ecco la sfida che ci porta al teatro vero di un Goldoni o di un Pirandello e ci si passi il paragone, ad un Terenzio della Roma repubblicana: “Nulla di ciò che è umano mi è alieno”.

Quale futuro per il teatro romagnolo in dialetto?

Spero che il dialetto continui ad essere praticato e ad avere un futuro. Il fatto che tanti giovani l’abbiano riscoperto è certamente positivo. Mi riferisco anche all’accoglienza riscontrata qui a Ravenna e altrove, nelle rappresentazioni di lavori quali Luṣ e Alcina. Questi lavori sono stati poi riproposti in diverse città italiane e straniere, e tradotti in più lingue. Voglio ricordare fra i luoghi: Limoges, Berlino, Mosca, Copenaghen, New York, Shangai, per citarne solo alcuni. Mi piace evidenziare il fatto che la scrittrice americana Susan Sontag ha visto Luṣ più volte, rimanendone edificata. Aggiungo poi che il grande Raffaello Baldini è stato portato in scena da Ivano Marescotti con Zitti tutti e La Fondazione, e con recite di successo da Giuseppe Bellosi. Conosco e apprezzo i lavori dei fratelli Parmiani di Lugo, di Mariangela Gualtieri del Teatro della Valdoca di Cesena, ed altre fertili esperienze anche cabarettistiche come quelle che fece Giovanni Nadiani. Interessanti sono i recenti lavori del riccionese Francesco Gabellini, come Detector, interpretato da Marescotti, ed altri, messi in scena dal ‘Teatro del mare’ di Riccione.
Mi auguro che questo nostro dialetto come lingua di poesia e di teatro vada avanti e lontano.

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