Rivista "IBC" XXVI, 2018, 4

mostre e rassegne

A Ravenna una mostra riflette sulla guerra.
Quando l'arte racconta i conflitti

Daniele Torcellini
[Critico d’arte, curatore e docente]

Il centenario della fine della prima Guerra Mondiale è l’occasione da cui ha avuto origine la mostra dell’autunno 2018-2019 del MAR, il Museo d’Arte della città di Ravenna. ? War is Over. Arte e conflitti tra mito e contemporaneità, curata da Angela Tecce e Maurizio Tarantino, attraverso un’ampia selezione di opere d’arte contemporanea, a cui si affiancano significative testimonianze di epoca antica, rinascimentale, barocca e moderna e incisivi contrappunti letterari e filosofici, propone una riflessione, niente affatto scontata, sul senso della conflittualità perenne che connota il vivere umano.

Il percorso si snoda sui tre piani del museo, intercalando tra di loro, per un incontro/scontro continuo di punti di vista, le opere scelte per dare corpo ai tre temi, “livelli concettuali” per come li definisce Angela Tecce, su cui i curatori hanno concentrato la loro attenzione: Vecchi e nuovi miti; Teatri di guerra. Frontiere e confini; Esercizi di libertà.

Al fondo non vi è tanto l’irrealizzabile pretesa di dare risposte ai grandi interrogativi etici, politici e filosofici che le guerre e le conflittualità tra gli individui e i popoli sollevano, quanto piuttosto l’intenzione di mettere in evidenza, come scrive Maurizio Tarantino nel saggio in catalogo “pensieri, liberi da ogni ‘ismo’, anche in contraddizione tra di loro”. E se, come ipotizza Nicholas Mirzoeff nel suo Guardare la guerra. Immagini del potere globale, le immagini sono diventate esse stesse uno strumento di guerra e, d’altra parte, il sovraccarico di quelle stesse immagini, a cui le attuali tecnologie dell’informazione ci sottopongono, ci ha reso meno sensibili, favorire un approccio critico che possa aiutarci ad orientarci e a sentire, appare, oggi, necessario. D’altronde la mostra affronta il tema della guerra tenendosi bene a distanza da tutti quei moralismi retorici da social network, dove le condivisioni, da tastiera indignata o affranta, di immagini dei conflitti odierni appaino sufficienti a liberarci dal peso di un presunto – come la stessa mostra ci suggerisce – privilegio di vivere lontani dai rischi. A fronte dell’anestesia della socialità digitale e della crossmedialità contemporanea – il sovraccarico delle immagini è anche un perfetto meccanismo di mascheramento, per ricordare ancora Mirzoeff – la mostra ha il merito di rimettere in discussione il tema, sotto una luce diversa. All’amarezza, anti-retorica, per le umane sofferenze, si lega uno scandaglio in profondità, critico e razionale, che vuole celebrare il dialogo – e non tanto la pace – come contraltare della guerra, perché, in fondo, “guerra è sempre”, come risponde l’ex-deportato nei lager Mordo Nahum a Primo Levi.

Si è detto dei tre temi. Il primo di questi, Vecchi e nuovi miti,esplora le mitologie e le ideologie che sono state, e che sono ancora oggi, alla base dei conflitti, a partire dall’Iliade, evocata dal dipinto Ettore e Andromaca (1924) di Giorgio de Chirico, posto in dialogo con le scene di un cratere attico a figure rosse, tratte dal poema omerico. Se l’impronta storica connota poi un frammento marmoreo di I/II secolo d.C., che pare rispecchiarsi nell’Alabardiere di Pieter Paul Rubens, altrettanto significativo è il riferimento alle ideologie moderne del colonialismo, quale conseguenza dell’industrializzazione. Jan Fabre, nella sua esplicita Railway Tracks to Death (2013), propone uno sfavillante mosaico di carapaci di coleotteri provenienti dal Congo, a rievocare le drammatiche vicende coloniali, conflittuali, del Belgio. Sul filo di una riflessione tutta contemporanea, che esplicita le distonie della comunicazione digitale, si muove Pixel Collage n. 84 (2017) di Thomas Hirschhorn, collage di immagini fotografiche stridente e di grande forza espressiva. Figure femminili opportunamente mascherate da un effetto a pixel sono accostate al crudo realismo di corpi mutilati, quest’ultimi, comunemente, oggetto di offuscamento. Il mito della bomba atomica e dei test atomici proposti alla curiosità degli ospiti dello Stardust Hotel and Casino di Las Vegas è ricostruito e commentato da Francesco Jodice, in una installazione che vede al centro l’icona di Miss Atomic Bomb, l’avvenente pin-up esultante con le braccia al cielo, vestita con la nuvola a fungo, residuo delle esplosioni. Alle ideologie della prima metà del ‘900, attraverso le forme della propaganda nazista e comunista, fanno invece esplicito riferimento i dipinti del 2008 di Gian Marco Montesano. Di contro, Renato Guttuso, con Fucilazione in Campagna (1939), tra i primi esempi del suo impegno politico, nasconde dietro la scena di un ipotetico delitto di mafia, la morte del poeta Federico García Lorca, fucilato dai franchisti nel 1936. Arricchisce questo primo tema anche il dipinto Jeux de pages (1951) di Pablo Picasso. Qui la drammaticità della guerra, per come affrontata in altre ben note opere come Guernica o Massacro in Corea,si stempera in una amara ironia dal sapore cortese e rinascimentale. Al rapporto di Picasso con il tema della guerra è inoltre interamente dedicato il puntuale saggio in catalogo firmato da Caterina Bon Valsassina. Fanno parte della stessa sezione le opere di Eugenio Giliberti, Gilbert & George, Anselm Kiefer, Domenico Antonio Mancini, Hermann Nitsch, Nam June Paik, Lamberto Pignotti, Vettor Pisani, Robert Rauschenberg, Vedovamazzei, Andy Warhol.

Con il tema dei Teatri di guerra declinato anche verso la problematica, ben viva e attuale, delle frontiere e dei confini, i curatori pongono l’interrogativo su quanto siano labili le demarcazioni che si presume dividano il territorio immune da conflitti da quello che ne diviene contesto e scenografia. D’altra parte, la sezione invita anche a riflettere sulle stesse aree marginali del nostro paese, come le periferie urbane più degradate, e sull’essere, a loro volta, teatro di conflitti, non bellici, ma non per questo meno drammatici. Proprio a queste aree rivolge la sua attenzione Eugenio Tibaldi. L’artista piemontese, con Sea Side (2013), nella forma di una composita installazione di materiali eterogenei, indaga l’estetica e l’etica di Licola, località della costiera domiziana a nord di Napoli, tra abbandoni, rifiuti e abusivismo. Alla frontiera più discussa degli ultimi anni è invece dedicato il lavoro di Mariapia Borgnigni, Avevo sognato un bel viaggio, ma è stato una ferita, una guerra (2017). L’artista coinvolge un gruppo di rifugiati eritrei, chiamati a raccontare le proprie esperienze di traversata, per un’opera relazionale che prende la forma di un testo ritagliato dalle coperte termiche dorate, utilizzate negli interventi di primo soccorso in mare. La parola “Borders” fatta di specchi ritagliati (2006), del peruviano Jota Castro, interiorizza invece con forza ogni idea di frontiera. Siamo noi stessi, con i nostri pregiudizi e le nostre idiosincrasie, il primo confine da superare. Sacco nero e rosso (1955) di Alberto Burri ci riporta invece al periodo post-bellico italiano nella ricerca delle possibilità di ricucire le lacerazioni e gli strappi sociali e ideologici che l’Italia ha affrontato come teatro di guerra. Alle conseguenze della seconda Guerra Mondiale è dedicata anche la fotografia (2016), opera e documento, di Alfredo Jaar. Vi è ritratto uno spaesato Lucio Fontana tra le macerie del suo studio milanese, nell’atto simbolico di oltrepassare le stesse macerie. Di guerra in guerra, le condizioni sociali e individuali della Prima Guerra Mondiale, per come raccontate da Italo Svevo, sono lo spunto da cui William Kentridge avvia una riflessione sulla Johannesburg degli anni ’80, consegnata alla pièce teatrale Confessions of Zeno, qui presentata nel riadattamento Zeno writings (2002). Suoi anche alcuni disegni preparatori del murale Triumphs and Laments (2016), realizzato lungo le sponde del Tevere e raffigurante personaggi, scene e simboli della storia di Roma. Di grande impatto, anche dal punto di vista dell’allestimento della mostra, è l’installazione del 2000 di Jannis Kounellis, costituita da sei coperte militari che avvolgono un letto d’ospedale da campo, a cui sono accostate due lastre d’acciaio. I visitatori si trovano di fronte ad essa, nelle prime sale di mostra, lasciandosi alle spalle i proclami futuristi, di Filippo Tommaso Marinetti e comprimari, Zang Tumb Tuuum e Sintesi futurista della guerra e il collage Parole in libertà (Bombardamento sola igiene). Fanno parte della stessa sezione le opere di Botto&Bruno, Davide Cantoni, Robert Capa, Jake&Dinos Chapman, Alessandra Cianelli, Paolo Grassino, Marzia Migliora, Michal Rovner, Pietro Ruffo, Andres Serrano, Tato.

Se la pratica artistica, di per sé, quando non espressamente di regime, è già un atto politico di dialogo, con il terzo e ultimo dei temi indagati, Esercizi di libertà, la mostra vuole porre l’attenzione su quelle ricerche che si dichiarano come posizioni aperte, critiche, di protesta o di smascheramento, alla ricerca di una via d’uscita dai conflitti, armati, interiori o culturali che siano. Non mancano accenti di lucida ironia. La bomba a mano di Pino Pascali (1967), ritrovata e ricaricata con un biglietto che racconta lo stesso gesto del ricaricarla. Il calcetto di Michelangelo Pistoletto e Diego Paccagnella (2005), i cui giocatori sono vestiti con le maglie delle ventidue nazionali di calcio dei paesi mediterranei, sulla sagoma specchiante dello stesso Mar Mediterraneo come campo da gioco. Le sagome di aerei, molti dei quali militari, che si stagliano su uno sfondo tratteggiato con penna a sfera blu, resi innocui dalla ripetizione ludica di Alighiero Boetti (1990). Il Facimm’ ammuina (2018), scanzonato e goliardico falso storico, intriso di tutto l’umorismo napoletano, di un presunto documento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie,con cui Sasà Giusto costruisce, in occasione della mostra, un’installazione di frammenti di muro.

Di tono ben più drammatico sono invece le denunce di Regina Josè Galindo contro le ingiustizie politiche e sociale in Guatemala (2017). Le tracce di sangue lasciate su una parete dalla intensa gestualità di Ana Mendieta (1974). I quaderni di Hannah Arendt riscritti da Sabrina Mezzaqui (2017-2018). L’indagine sul rapporto tra erotismo e morte in area balcanica nei lavori di Marina Abramović (2005). Le mani di donna dipinte con segni calligrafici e i polsi che sorreggono un fucile, nello scatto fotografico di Shirin Neshat (1994). Momenti di riflessione su una condizione di vita delle donne, divisa tra femminilità e conflittualità.

Di impronta più concettuale le cancellature toponomastiche di Emilio Isgrò (2007) che ci riportano ad un mondo privato delle divisioni geografiche frutto dell’antropizzazione, o il monito Just off the mark – Appena fuori bersaglio (2012) di Laurence Weiner. Fanno parte della stessa sezione le opere di Marisa Albanese, Christo, Mimmo Paladino, Perino&Vele, Melita Rotondo, Salvo, Shōzō Shimamoto.

Una mostra è sempre qualcosa di più e di diverso dall’elenco delle opere di cui si compone e l’allestimento di ? War is Over. Arte e conflitti tra mito e contemporaneità evidenza efficacemente le possibilità di arricchimento culturale, conoscenza e suggestioni intellettuali e poetiche che un percorso ben articolato può garantire. Concorre a ciò anche il fatto che i tre piani del museo siano legati tra di loro dalle installazioni audiovisive site-specific progettate da Studio Azzurro. Lo scalone del museo è il teatro in cui si incarna la cupa descrizione che Edoardo Sanguineti ha consegnato alla Ballata della Guerra, recitata per l’occasione da Moni Ovadia. Nella prima sala di mostra si confrontano quegli scrittori che hanno raccontato i miti e le crudeli realtà della Prima Guerra Mondiale – Lusso, Remarque, Gadda, Hemingway, Ungaretti Céline, Junger, Serra – e un montaggio, significativamente stretto e lungo, di fotografie di guerra in trincea, accompagnato dalla lettura di lettere da e verso il fronte. Studio Azzurro propone poi alcuni passi danteschi fatti interagire con i calchi in gesso di alcune delle metope del Partenone e una interpretazione virtuale della scultura funeraria di Guidarello Guidarelli. Quest’ultima, attribuita a Tullio Lombardo e conservata nelle sale del museo recentemente riallestite dalla conservatrice Alberta Fabbri, è lo snodo concettuale che lega la mostra temporanea, il tema della guerra e dei conflitti, al patrimonio del museo ravennate. Ad arricchire ulteriormente il percorso è infine anche il contrappunto cinematografico di War games, un efficace montaggio di sequenze di culto di grandi film di guerra, curato da Fabrizio Varesco.

Per ultimo, ma non meno importante, il catalogo. Accanto ai testi già citati di Maurizio Tarantino, Angela Tecce e Caterina Bon Valsassina e alle nutrite schede delle opere in mostra, redatte da Luciana Berti, Claudia Borrelli, Davide Caroli, Brunella Velardi, compaiono due interventi di eccellenza. Il saggio di Gennaro Carillo affronta, da un punto di vista letterario e filosofico, il tema della guerra non finita, muovendosi tra i riferimenti ai classici del pensiero come Platone, Tucidide e Eschilo. La lirica e preziosa pagina introduttiva di Maurizio Maggiani apre, in poche righe, uno squarcio di profonda consapevolezza.

 

Mostra:

? War is Over. Arte e conflitti tra mito e contemporaneità
A cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino
Mar Museo d'Arte della città di Ravenna
06 Ottobre 2018 - 13 Gennaio 2019

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