Rivista "IBC" XXVI, 2018, 3

Dossier: La città in prima visione. Nasce I-Media-Cities, il portale che raccoglie i patrimoni delle cineteche europee

media, progetti e realizzazioni

Un modello per il futuro della ricerca

Nicola Mazzanti
[Coordinator leader del progetto I-Media-Cities, direttore Cinémathèque Royale de Belgique]

Non è certo una novità dire che all’alba del XXI secolo tutte le scienze e le discipline umanistiche, sociali, storiografiche, ormai utilizzano, in approcci tradizionali e interdisciplinari, fonti e documenti che non avrebbero certo utilizzato qualche decennio fa. E in questo contesto, sempre più le fonti iconografiche dei media, o della cosiddetta cultura popolare, hanno un ruolo fondamentale che va ben al di là dei confini ristretti delle discipline di storia del cinema, dei media o della filmologia. Nessuno storico o sociologo serio affronterebbe oggi una storia del XX secolo senza fare riferimento in nessun modo alle fonti iconografiche, siano esse immagini fisse o in movimento.

Ma se le fonti si sono moltiplicate in tipologia, importanza, e provenienza, il loro accesso non si è certo semplificato – anzi, questa moltiplicazione di tipi e provenienza e quest’aumento esponenziale della loro quantità (migliaia di ore di materiale in movimento, milioni di fotografie, di pagine, di materiale vario…) in realtà ha contribuito a complicare la vita dei ricercatori e di fatto a rendere l’utilizzo di queste fonti sempre più frustrante e complesso. Non si può poi dimenticare che alcuni tipi di documenti necessitano di tecnologie per essere consultati: si legge un libro, così come si guarda una foto, con gli occhi, ma se si appoggia l’orecchio su un disco o si solleva un film verso la finestra, non si vede e non si sente nulla! L’accesso è reso ancor più complesso da quelle che chiamerei “barriere tecnologiche”. Senza parlare, ovviamente, più per pietà che per altro, delle barriere legali, cioè del diritto d’autore che in Europa sembra volutamente redatto per impedire ricerca, educazione e cultura. Mentre in altri contesti il fair use permette a tutti i ricercatori di fare il loro lavoro, in Europa persino l’atto di vedere un documento visivo del passato può essere illegale; mostrarlo ad un ricercatore, ancora peggio!

Ovviamente siamo tutti vittime del lavoro di propaganda del pensiero unico che le istituzioni europee hanno cercato di imporre, e portati a credere che la digitalizzazione delle collezioni ed Europeana abbiano risolto tutti i problemi. Peccato che in effetti la moltiplicazione dei canali di accesso digitale abbiano creato un restringimento delle norme del diritto d’autore, che si sia generata l’impressione che qualsiasi documento – persino il più innocuo e “noioso” – debba generare incassi (la ricerca si deve pagare, le biblioteche pure! – il discorso sulla cultura e l’educazione è molto più barbarico nell’era digitale che in quella analogica). Per completare il quadro, la cosiddetta rivoluzione digitale che è stata sventolata sotto gli occhi dei ricercatori avrebbe dovuto compiersi esattamente nel momento in cui a livello europeo si sono sommate due condizioni vincolanti: da un lato Europeana ha risucchiato per anni e anni la maggior parte dei fondi destinati al patrimonio “digitale”, limitando ogni sviluppo non strettamente correlato colla sua crescita, dall’altro la crisi economica ha sottratto fondi alla cultura. Questi due fattori combinati insieme hanno fatto arretrare il settore della ricerca e della digitalizzazione del patrimonio di almeno un decennio se non due.

In questo contesto non certamente favorevole alla ricerca e alla “ricerca di nuovi modi di fare ricerca” – se possiamo dire così – è stato benvenuto il bando Horizon2020 che ha permesso a un gruppo di cIneteche, di università e centri di ricerca europei di dare vita al progetto I-Media-Cities, con l’intento di esplorare delle modalità partecipative di accesso ad ampi fondi di immagini, e di avviare nuove ricerche, permettendo non solo di visionare, ma anche, per esempio, di annotare le immagini e di condividere queste annotazioni, o di condividere i risultati della ricerca. Se la tecnologia gioca un ruolo importante nel progetto (creazione della piattaforma di accesso per i ricercatori, strumenti di annotazione manuali e di analisi automatica delle immagini, accesso separato per ricercatori – free – e per il pubblico, ecc.), gli obiettivi non sono tecnologici, ma di metodo; creare le condizioni tecniche e pratiche (digitalizzazione dei documenti) e legali (permessi di uso e accesso) per sperimentare nuovi metodi di accesso a grandi collezioni monotematiche (in questo caso le immagini di diverse capitali europee dal 1896 a ieri) e di studio collaborativi all’interno degli studiosi e fra gli studiosi e il grande pubblico.

Come istituzioni di patrimonio siamo tutti convinti che la presenza ingombrante di Europeana e la guerra aperta contro servizi innovativi (spesso provenienti dagli Stati Uniti), oltre alle considerazioni più sopra espresse, abbiano creato una situazione nella quale le potenzialità dell’utilizzo di tecnologie digitali per la ricerca e l’educazione non siano neanche state scalfite. Se I-Media-Cities è ovviamente troppo piccolo per incidere su questa opportunità sistemica perduta, osiamo comunque sperare che se ci saranno risultati positivi (come siamo convinti), questi potranno ispirare altri progetti che contribuiscano a creare, nel deserto europeo, le condizioni per la ricerca basata su archivi digitali o digitalizzati.

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