Rivista "IBC" XXVI, 2018, 2

Dossier: La Regione e le sue lingue

La dignità ritrovata

Stefano Rovinetti Brazzi
[Docente di latino e greco, Liceo Galvani Bologna, poeta e studioso]

Inizio questo contributo con un ringraziamento ai miei nonni e ai miei genitori che mai, fin dalla mia più tenera infanzia, hanno evitato di parlare con me in dialetto bolognese. Se sono cresciuto bilingue, parlando parimenti l’italiano e il dialetto, lo devo a loro: pur dando molta importanza alla mia formazione scolastica e universitaria, non hanno condiviso il pregiudizio che il dialetto danneggi la caratura umana ed intellettuale di chi lo parla, convinti che le due lingue e le due culture si compenetrino e si completino a vicenda. A questo principio sono rimasto fedele fino a oggi.

All’università ho letto The mind of the primitive man ( L’uomo primitivo)che l’antropologo Franz Boas pubblicò nel 1911 a New York. Vi si sostiene il principio che fra tipi anatomici, lingue e culture non intercorre un legame necessario, ma che le connessioni fra questi tre elementi sono dovute a ragioni storiche: dunque, nulla vieta a nessuno di partecipare a lingue e culture che inizialmente non rientravano nell’orizzonte personale o del gruppo di cui fa parte. Questo principio giustificava alcuni fatti che iniziavo allora ad osservare e ad apprezzare: il mio stesso bilinguismo, l’ottima competenza del mio futuro suocero, nato a Bologna e poi trasferitosi a Rimini, in tre sistemi linguistici diversi (l’italiano, il bolognese e il riminese), l’integrazione perfetta nel nostro territorio di molte famiglie d’origine veneta attraverso l’acquisizione del bolognese (l’immigrazione dal Veneto era frequente nella prima metà del ’900). Boas, inoltre, è stato un grande studioso delle lingue indigene americane che già mi interessavano nella loro grande varietà tipologica: approfondire le caratteristiche tipologiche del nostro dialetto, così peculiari e spesso distanti da quelle della lingua nazionale, è stato un passo quasi naturale. L’ottica è sempre quella della coesistenza, che è arricchimento, non dell’esclusione, che divide e impoverisce.

Se il rapporto fra tipo fisico, lingua e cultura è storicamente determinato, si può riscattare la lingua locale dalla condizione subalterna cui è stata relegata per secoli, tutti possono imparare la lingua locale ed è possibile insegnarla.

Della prima possibilità mi sono reso conto poco per volta scrivendo poesie pubblicate parte in volume e parte su periodici. Se si vuole fare poesia moderna in dialetto, senza scadere nel semplice ricordo del tempo che fu, bisogna confrontarsi con i classici e con i contemporanei, in poesia e in prosa. Sia nella scrittura poetica che nelle traduzioni credo di essere riuscito ad esprimere in dialetto i temi che di solito si esprimono nelle opere di alto livello artistico scritte nelle grandi lingue di cultura antiche e moderne. Se, ad esempio, si traducono in dialetto le Scritture, sarà bene partire dalle lingue antiche originali, supplendo al lessico mancante, poiché il bolognese non ha mai svolto la funzione di lingua di cultura, con perifrasi che riassumano il concetto in modo efficace e i cui costituenti siano legati fra loro da una precisa struttura ritmica: efficacia semantica e coerenza ritmica danno al testo profondità, equilibrio ed armonia, sia in poesia che in prosa. Modelli di scrittura in dialetto sono stati per me i grandi poeti della nostra regione, i romagnoli soprattutto, come Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Nino Pedretti e Tolmino Baldassari del quale sono stato amico; apprezzo molto anche Walter Galli di Cesena e, al di fuori dell’Emilia-Romagna, Biagio Marin e Albino Pierro.

La passione per la scrittura in dialetto si accompagna all’interesse glottologico per le strutture linguistiche del nostro dialetto. Alla salvaguardia del bolognese e degli altri dialetti della nostra regione hanno dato un contributo importante negli ultimi anni alcuni amici come Gianni Cavriani, Luigi Lepri, Roberto Serra e Daniele Vitali, grazie ai quali ora possediamo un panorama aggiornato dei dialetti dell’Emilia-Romagna e delle zone con essa confinanti. Luigi Lepri e Daniele Vitali hanno pubblicato un ottimo dizionario del dialetto bolognese ( Dizionèri Bulgnaiṡ-Itagliàn Itagliàn-Bulgnaiṡ) e a Daniele Vitali dobbiamo un bel corso di bolognese ( Dscårret in bulgnaiṡ?). Inentrambi si usa un’ortografia ad un tempo precisa e flessibile, la cosiddetta Ortografia Lessicografica Moderna, che permette di notare, in una forma adatta all’uso corrente, le caratteristiche salienti, fonologiche e morfosintattiche, del dialetto urbano e delle sue varietà rustiche.  

 

Nell’uso quotidiano i nostri dialetti sono in regresso, come le altre lingue locali in tutto il mondo. È dunque necessario insegnare il bolognese: ma come?

I bei corsi di dialetto bolognese che Roberto Serra e gli amici della Compagnia del Bolognese ( Bâla dal Bulgnaiṡ) organizzano fin dagli inizi dello scorso decennio, si rivolgono agli adulti. Lo stesso può dirsi per i corsi di bolognese che io stesso da qualche anno tengo presso il Liceo Galvani di Bologna: all’età di uno studente liceale si impara una lingua straniera, ma non si diventa bilingui acquisendo un’altra lingua materna. Bisogna dunque iniziare con i bambini più piccoli che frequentano la scuola materna e la scuola elementare perché a quell’età è possibile acquisire il bolognese come un’altra lingua materna. Non ho detto come seconda lingua materna, perché il nostro insegnamento si rivolge anche ai bambini recentemente stabilitisi nel nostro territorio che spesso, oltre all’italiano, già parlano una o più lingue; e dalla conoscenza dell’inglese non si può prescindere. Nella nostra epoca il bolognese può sopravvivere solo in un panorama plurilingue.

In collaborazione con l’Unione Reno Galliera, grazie alla sensibilità del presidente Belinda Gottardi e di Michela Seazzu dell’Ufficio Cultura, è stato avviato un programma di formazione per i docenti e di sviluppo di materiali didattici innovativi. A fianco dei docenti hanno lavorato nelle classi alcuni parlanti nativi, nello spirito della legge regionale n. 16 del 2014 che, nell’ottica della salvaguardia del dialetto, promuove «gli incontri fra giovani e anziani nell'ottica dello scambio intergenerazionale».

I capisaldi del programma sono i seguenti.

  • L’apprendimento del dialetto non compromette le competenze nella lingua italiana e nelle altre lingue straniere; al contrario, come numerosi studi sulla didattica delle lingue minoritarie hanno rilevato, l’acquisizione di un retaggio linguistico e culturale vivo aumenta l’autostima e favorisce un apprendimento consapevole in tutti i campi del sapere.
  • Il dialetto è perciò inteso come veicolo di inclusione e di coinvolgimento culturale; l’iniziativa è dunque rivolta a tutti i bambini del territorio, siano essi d’origine locale o meno, italiani o stranieri, cui si offre la possibilità di accedere a un’educazione plurilingue.

Grazie a una didattica studiata per la loro età, i bambini hanno imparato con rapidità ed entusiasmo; le famiglie hanno apprezzato l’insegnamento del bolognese che è stato visto come un concreto mezzo di inclusione dai genitori recentemente immigrati nelle nostre terre.

Le premesse teoriche e i risultati del nostro progetto sono illustrati in un volume, A Bulåggna i cínno i dscårren in dialàtt ( A Bologna i bambini parlano in dialetto), da me curato e attualmente in corso di stampa per i tipi dell’editore Pendragon di Bologna; a questo libro rimando per notizie più particolareggiate.

 

Ringrazio i docenti e i parlanti nativi che hanno collaborato al progetto. Docenti: Maria Chiara Barbieri e Paola Pesci (Scuole dell’Infanzia ‘Cipì’ e ‘Piazza Pace’); Rita Alberti, Libera Franciosa, Eleonora Russo, Marilina Mastroberardino, Monica Saponaro, Agnese Corsi e Francesca Della Salda (Scuola Primaria ‘C. Levi’); Milena Tassi (Scuola Primaria ‘F. Bassi’); Raffaella Casagrande, Stefano Saguatti e Anna Sassatelli (Scuola Primaria ‘P. Bertolini’).

Parlanti nativi: Fausto Carpani, Luigi Lepri, Gianni Cavriani, Andrea Piombini, Albertina Malferrari e Tiberio Verri.

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