Rivista "IBC" XXV, 2017, 3

mostre e rassegne

Una mostra a Bologna propone i ritratti di Luigi Crespi.
Il pittore della nobiltà

Elisabetta Landi
[IBC]

Aveva il “particolare dono di ritrarre le fisionomie” (Oretti) il bolognese Luigi Crespi (1708-1779), figlio del più celebre Giuseppe Maria, pittore schietto e fedele al naturale. Fu grazie all’adesione al vero di quel padre famoso e dalla personalità focosa e a tratti bizzarra, interessato ai fiamminghi del granduca di Toscana come ai dipinti di Rembrandt e con un’ossessione per la luce (negli anni delle sperimentazioni dell’Istituto delle Scienze), che il giovane Luigi diventò un ritrattista di statura europea. A lui, che fu forse più conosciuto come letterato per il terzo volume della Felsina Pittrice (1769) scritto in prosecuzione dei due tomi del Malvasia (1678), i Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con il Dipartimento delle Arti Visive dell’Università di Bologna dedicano, oggi, una mostra: la prima. L’esposizione, della quale si avvertiva la necessità, è allestita fino al 3 dicembre nelle sale del Museo d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini. È una cornice ideale. Lì, in quelle stanze dove il Malaguzzi Valeri diede forma al suo sogno di una casa-museo (1920) immaginando l’“andirivieni antico delle dame agghindate e dei gentiluomini in spadino”, tra “gli ori corruschi” che “si accendono e brillano, la sera”, Mark Gregory d’Apuzzo e Irene Graziani hanno organizzato il percorso di Luigi Crespi ritrattista nell’età di papa Lambertini, una rassegna monografica che antepone il pittore alla figura dello storiografo. Luigi Crespi fu un artista abilissimo. In una serie di ritratti, una “civiltà della conversazione” di respiro internazionale, diede un volto al “Settecento fastoso”, prima con la guida di Giuseppe Maria che gli insegnò il “senso del vedere” e il gusto per la realtà fenomenica delle cose, poi in autonomia, ma tenendo a mente l’“attitudine investigante” del padre (Graziani). Lui, “spiritoso giovane” (Giampietro Zanotti), cominciò “per divertimento”. Che è il modo migliore per imparare. Gli riuscì bene e, del resto, lo aveva nel DNA. Si formò nella bottega del padre, a Palazzo Poggi, negli ambienti dell’Istituto delle Scienze che era adiacente all’Accademia Clementina. L’ottica era l’interesse centrale e un argomento alla moda, tanto che entrò nei salotti dove si leggeva il Newtonianesimo per le dame di Francesco Algarotti (1735), un testo accessibile che esaltava l’uso di strumenti scientifici – e persino di lanterne magiche – come supporto all’arte dell’osservare. Crespi sr ne fu affascinato e si costruì una camera ottica nella sua casa di via del Pratello. La sperimentazione entrò nel mondo mentale e immaginativo di Luigi. Però, a differenza del babbo, ispirato alla scena di genere e a tutto ciò che accade per la via purché filtrato dalla fenomenologia della luce, Crespi jr manifestò un’attitudine al vero indipendente rispetto al padre; fin dall’ Autoritratto degli Uffizi, dipinto quando aveva ventisei anni. Uomo di mondo, a differenza di Giuseppe Maria che era “dell’usanza nemico” (Zanotti), si diede alla ritrattistica, sfoggiando un virtuosismo tecnico che piacque alla nobiltà bolognese e a quella toscana e infatti lasciò capolavori non soltanto nella città natale ma anche a Pescia e a Pistoia, luoghi “periferici” ma di non meno elevata stratificazione sociale; un capolavoro sono i due ritratti Cellesi, il Balì Lanfredino e la moglie Elisabetta Bargellini, “collo di cigno e vitino di vespa” (Roli), conservati rispettivamente al Museo Civico della città toscana e alla Gemäldegalerie di Berlino.

A Bologna, in quel genere di pittura a dettar legge era una donna, Lucia Casalini Torelli. Fu lei a suggerire ai colleghi, e certamente anche a Luigi, un “codice figurativo” in linea con il galateo: la rotazione del busto, il capo leggermente inclinato così da simulare un atteggiamento galante e un invito al dialogo come voleva la civiltà delle buone maniere. Fu sulla qualità della visione che si confrontarono padre e figlio: se per Giuseppe Maria erano importanti l’accidente di natura e la verità delle cose accarezzate dal sole, e “vulgari, e piacevoli”, per suo figlio la natura “tattile” degli oggetti, perle, sete e pellicce pregiate osservate con attenzione lenticolare, era un ingrediente irrinunciabile di un repertorio “virtuoso” di gradimento europeo, in linea con la ritrattistica ufficiale, messo a punto osservando le raccolte granducali fiorentine (tanti, qui, i fiamminghi e presenti anche i ritratti dei Torelli). Così, l’armatura lucente del balì pistoiese e il dito puntato verso un orizzonte come nei dipinti di Hyacinthe Rigaud (Graziani) evocano una moda internazionale e quel “certo stile oltremontano” (Zanotti) che erano già per molti aspetti nella tavolozza del maestro. Luigi era un uomo maturo e un pittore apprezzato quando, nel 1752, arrivò a Dresda. All’epoca, la città sassone era la corte più brillante d’Europa, come aveva osservato Giacomo Casanova. Qui, visto che Augusto III era “nemico dichiarato della parsimonia”, Crespi jr si augurò di consolidare il proprio ruolo di mediatore per l’acquisto di opere d’arte. Gli andò bene, non soltanto per il “superbissimo brillante in una scatola d’oro” ricevuto in dono dal sovrano ma anche perché in Germania poté ammirare i dipinti del ritrattista del principe elettorale, Balthasar Denner noto, a noi, per i ritratti di Händel e di Bach e rappresentato in Sassonia da una serie infinita di volti che compiacevano il narcisismo di corte onorando allo stesso tempo, in “teste di carattere” abilissime quanto anonime, un naturalismo spietato. Ne rivide le opere a Vienna, dove ammirò la ritrattistica minuziosa e smaltata di van Meytens ed è possibile che nella capitale incrociasse Pietro Rotari, interprete di una pittura degli affetti che trovava il suo corrispettivo poetico nei versi del Metastasio, non estranea all’aria di testa del Ritratto di fanciulla di Luigi Crespi (collezione Bordoni), presentato in mostra.

Una conseguenza del soggiorno mitteleuropeo si scorge in una delle sue opere più famose, la Giovane dama con cagnolino del Davia Bargellini (1755) che, come scrive Irene Graziani nel bel saggio di catalogo che correda la mostra, con il suo disinvolto porgersi riflette la moda internazionale; quasi un “doppio ritratto”, con quel cagnolino reso vivo e “parlante” e in sintonia con la padrona. Qui, la fisicità della rappresentazione, “esaltata dalle acutezze dell’occhio applicate all’analisi dei dettagli, fino a raggiungere una “metafora dell’orpello” (Graziani), costituisce l’obiettivo verso cui a Bologna, dagli inizi degli anni quaranta, tendeva quella che si può considerare un’altra tipologia ritrattistica, la cera policroma (Graziani).

Ma non è soltanto al pubblico aristocratico che si rivolse la produzione di Luigi Crespi. In quegli anni il pontefice era il cardinal Lambertini, papa Benedetto XIV dal 1740 al ‘58, ritratto da Giuseppe Maria Crespi nel dipinto delle Collezioni Comunali d’Arte che non a caso apre il percorso della mostra; una personalità forte, che del padre di Luigi condivideva l’autonomia di carattere. Fu lui a riformare la società bolognese e ad accordare una dignità nuova al ceto medio. Di quella classe sociale si fece interprete Luigi, che diventò canonico di Santa Maria Maggiore, in via Galliera, e poi cappellano segreto del papa. Così, accanto ai ritratti di gusto “europeo” – quelli degli accademici “Argonauti”, conservati all’ex Collegio Montalto, ora San Luigi, o a quelli, aristocratici, della Giovane con una rosa (Davia Bargellini), del Cavaliere di Malta (collezione privata) e della Dama con bordo di pelliccia (Collezioni di Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna) – ecco una serie di dipinti dei quali è protagonista la borghesia, rappresentata, nell’esposizione, da opere che rilanciano le modalità paterne: Il Corriere e Il cacciatore (Galleria Davia Bargellini), il Ritratto di un ecclesiastico, L’intagliatore Antonio Cartolari (Pinacoteca Nazionale) e Il musicista padre Giuseppe Corsini (Museo Internazionale della Musica, 1769), tutti ugualmente caratterizzati da oggetti che raccontano la loro storia parlando del valore umano di quella parte della società cui papa Lambertini riconosceva un ruolo nella riforma dei rapporti con le istituzioni ecclesiastiche, aprendo la strada al rinnovamento. E qui, in questo allineamento allo spirito lambertiniano, e nella sensibilità al dialogo e alla libera circolazione delle idee in un’Europa cosmopolita, sta la misura e l’originalità dell’artista.

Correda la mostra il catalogo a cura di D’Apuzzo e Graziani: un’importante rassegna sul Davia Bargellini e sull’età di Benedetto XIV illuminati da saggi dei due studiosi, di Massimo Medica, Gabriella Zarri e Giovanna Perini Folesani, che darà presto alle stampe una monografia sul pittore.

Mostra:
Luigi Crespi ritrattista nell’età di papa Lambertini
Bologna, Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini
15 settembre-3 dicembre 2017

Catalogo:
Mark Gregory D’Apuzzo, Irene Graziani, Luigi Crespi ritrattista nell’età di papa Lambertini, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale, 2017

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