Rivista "IBC" XXV, 2017, 1

Dossier: Il Catalogo forma ed essenza del patrimonio

Il Museo delle Cappuccine di Bagnacavallo: unificare catalogando

Diego Galizzi
[Direttore Museo delle Cappuccine, Bagnacavallo]

Nell’odierno e a volte acceso dibattito sulla gestione del patrimonio culturale italiano accade spesso di sentir parlare di tutela e conservazione in alternativa, se non in contrapposizione, alla valorizzazione. Nella realtà, ovviamente, la questione è molto diversa. Il caso del Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo rappresenta infatti un esempio interessante nel quale le linee strategiche di valorizzazione museale passano proprio per il costante, silenzioso ma imprescindibile processo conoscitivo della catalogazione.

L’eterogeneità dei materiali conservati nel museo bagnacavallese (dipinti, sculture, disegni, ma anche un considerevole fondo di incisioni e di matrici) ha richiesto nel tempo approcci e anche strumenti informativi differenti. All’inizio degli anni Duemila una discreta porzione delle collezioni risultava inventariata, grazie a una campagna catalografica del 1985 che ha avuto il pregio di fotografare, per la prima volta, la consistenza del patrimonio museale, sebbene sotto forma di schede OA ancora embrionali ed esclusivamente dattiloscritte. Negli stessi anni si andava formando presso il museo una ricchissima

collezione di incisioni, che oggi conta più di 12.000 opere. Un accrescimento così veloce del Gabinetto delle stampe del museo, frutto dell’intensa attività di ricognizione degli incisori operanti in Italia svolta in occasione della pubblicazione periodica del Repertorio degli incisori italiani, ha comportato la necessità di dotarsi di uno strumento informatizzato interno in grado di affrontare il compito di raccogliere, quasi in tempo reale, i dati catalografici dei fogli acquisiti, mettendoli sin da subito online. Si trattava di una banca dati immensa, con immagini e schede essenziali esemplate sul modello delle schede S. A fronte della preziosità dei dati raccolti, si andavano tuttavia progressivamente manifestando tutti i limiti dovuti a un sistema chiuso, non dialogante, consultabile unicamente dal sito web del museo e sostanzialmente invisibile ai principali sistemi informativi online del patrimonio culturale.

L’avvento del Catalogo digitale del Patrimonio Culturale dell’Emilia-Romagna, il sistema di catalogazione web-based promosso dall’IBC, ha rappresentato una vera svolta e l’inizio di un percorso che ha portato nel tempo a quasi completare l’impresa conoscitiva delle collezioni del museo. A partire dal Piano Museale 2003 (L.R. 18/2000), il museo ha potuto usufruire di diverse campagne catalografiche, dirette in parte a tradurre in dati informatizzati il contenuto delle vecchie schede dattiloscritte, in parte a ereditare precedenti schede compilate in particolari occasioni, come nel caso del catalogo generale del fondo Enzo Morelli, altre volte a produrre nuove schede OA. Sono state così pubblicate nel sistema informativo

regionale diverse centinaia di schede OA. Ma al di là dell’impegno diretto dell’IBC sul territorio, la novità che ha davvero cambiato il modo di intendere il processo catalografico è stato l’avvio di un percorso di responsabilizzazione dei musei, i quali sono stati messi in condizione, anche grazie a un sistema di accesso remoto in grado di raccogliere localmente le informazioni, di essere essi stessi gli attori di quella che è ormai un’unica e integrata campagna catalografica su vasta scala, secondo un modello non più top-down ma buttom-up. Significativo, per capire le dimensioni del fenomeno, che in virtù di questo nuovo corso il Museo Civico delle Cappuccine dal 2011 ad oggi abbia compilato e pubblicato autonomamente - previo

controllo di uniformità dei dati da parte di IBC - ben 2701 tra schede OA e schede MI.

Un discorso a parte merita la questione della catalogazione del fondo di incisioni contemporanee, che proprio in questi mesi è al centro di un importante progetto (in collaborazione con l’IBC e con il supporto tecnico di Data Management) che condizionerà le future linee di azione del museo anche in termini di valorizzazione del patrimonio. A distanza di circa vent’anni dalla prima edizione del Repertorio degli incisori italiani e di un quindicennio dalla messa in rete nell’inventario online del Gabinetto delle stampe, il contesto appare oggi radicalmente cambiato. Se negli anni ‘90 per poter avere un quadro esaustivo della grafica artistica in Italia il Repertorio era uno strumento editoriale quasi indispensabile, oggi la pubblicazione non appare più imprescindibile a causa dei numerosi altri canali di informazione presenti in rete. Parallelamente l’inventario online - divenuto nel frattempo il principale punto di forza del Gabinetto delle stampe, in grado di catalizzare l’interesse degli incisori che vedono nella possibilità di inserire anche il loro lavoro nella banca dati un fattore di visibilità e, forse, anche di riconoscimento - presenta diverse criticità: si tratta di un sistema chiuso, come si diceva, dalla forma estetica datata e con procedure di aggiornamento piuttosto macchinose. Di qui la decisione di abbandonare queste esperienze, per dare vita a

un progetto fortemente orientato alla digital technology innovation: il Repertorio digitale dell’incisione italiana contemporanea, un portale web che si prefigge l’obiettivo di diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale per la conoscenza della grafica contemporanea italiana. Attorno ad esso ruoteranno numerose funzioni. Innanzitutto l’inserimento e la simultanea messa in rete delle schede catalografiche e delle immagini delle opere sfruttando il sistema informativo regionale PatER (Patrimonio culturale dell’Emilia-Romagna) con intenti di inventariazione patrimoniale, di documentazione e di condivisione dei dati con le principali banche dati online. Tuttavia il Repertorio digitale rivestirà un altro importante ruolo: quello di rappresentare verso l’esterno l’identità stessa del Gabinetto delle stampe, il suo nome,

la sua riconoscibilità, la sua reputazione. Il presupposto di questa vasta ristrutturazione è stata, ancora una volta, la piattaforma sw © Samira, all’interno della quale sono state trasferite, dopo alcuni inevitabili adattamenti, le 11.216 schede precedentemente archiviate nel inventario interno del museo. Sono molte le considerazioni che hanno portato a far confluire questo “tesoro” catalografico nella piattaforma regionale.

In primo luogo la versatilità del sistema, che rende possibile il riutilizzo e la restituzione delle informazioni anche in altri contesti, ma soprattutto la presa d’atto che l’adozione di un sistema aperto e dialogante con altri portali nazionali ed europei del patrimonio culturale sia la garanzia di una prospettiva futura più solida ed efficace. Alla base di questo progetto, che vedrà la luce entro l’estate prossima, c’è la convinzione condivisa che un istituto museale al servizio della comunità debba preservare e mettere a disposizione del pubblico il proprio patrimonio. E naturalmente quel “mettere a disposizione” non esprime solo la necessità di offrirlo alla fruizione tradizionale, fisica, ma anche la capacità del museo di essere un soggetto attivo nella creazione e nella diffusione delle conoscenze.

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