Rivista "IBC" XXIV, 2016, 1

mostre e rassegne

Una mostra al Museo della Città di Rimini dedicata la tema della moda del Novecento si sofferma sugli aspetti legati al Vintage.
"Nei panni degli altri". La moda Vintage

Iolanda Silvestri
[Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna]

Il Comune di Rimini in occasione della seconda edizione della mostra Rimini. Risvolti dell'Abito (tenuta al Museo della Città dal 13 novembre al 20 dicembre 2015), dedicata al connubio tra arte e moda (fig.1), ha voluto dare visibilità e spazio critico a un fenomeno nuovo della moda del Novecento, il Vintage, che tanto ha influito nel rinnovo creativo dei suoi modelli e nell'incremento del comparto del settore. Lo ha fatto esponendo una selezione mirata di abiti e borse dell'Archivio Vintage A.N.G.E.L.O e riservando un incontro sul tema.

Il Vintage, quando è comparso con questa denominazione agli inizi degli anni novanta del Novecento, ha contagiato ambiti di creatività diversi dell'arte, dell'artigianato e del design industriale, non limitatamente a quelli legati alla moda. Vintage nel suo significato originale indica sì un capo o un accessorio moda, ma più in generale un prodotto del design industriale del Novecento che ha rappresentato nell'immaginario collettivo un'epoca, uno stile di vita riconoscibile diventando nel tempo un oggetto cult universalmente riconferitogli dal mercato. Pensiamo a un abito Chanel (figg. 2 a,b), alla borsa Kelly (fig.3), alla Vespa, alla Cinquecento, alla lampada Arco di Castiglioni, ma anche a oggetti non necessariamente legati a un marchio ma a un modello nuovo di design come un juke-box, una radio, o una chitarra elettrica.

Dove, quando e perché è nato il Vintage?

Come fenomeno anonimo nasce negli anni sessanta del Novecento in America con la contestazione giovanile che oppone al consumo di massa la voglia di vestirsi in modo libero con abiti poco costosi che non provengono esclusivamente dal mercato del fashion. I giovani alternativi incominciano a indossare abiti entici (gli hippies), eskimo (i contestatori della politica), divise militari (i gruppi musicali pop e rock) (fig. 4), ma recuperano anche indumenti più datati trovati negli armadi della nonna e nel mercato delle pulci. L'"usato" diventa di moda.

Negli anni settanta il second hand diventa una bandiera della moda femminista e riserva di caccia di cultrici selezionate del revival.

Con il trionfo della moda pronta negli anni ottanta la ricerca del capo usato diventa meno popolare. Gli anni novanta segnano un recupero del fenomeno implementato da un'inversione di tendenza del "pronto moda" che, per rispondere a una domanda sempre più diversificata del mercato, acquista capi e accessori del Novecento per il rinnovo dei marchi, revisionando i classici del proprio brand come le MaisonsPucci (fig. 5), Roberta di Camerino, Ferragamo. L'usato di qualità griffato diventa molto ricercato.

Il termine Vintage nasce proprio in questo periodo e indica la contaminazione di due vocaboli francesi l'age du vin (vino d'annata) e la vendange (vendemmia).

Anche i musei, specie quelli americani, in quegli anni cominciano ad acquisire moda Vintage del primo Novecento incentivati dalla lungimirante direttrice di "Vogue America", Diane Vreeland, che promuove mostre ed eventi di moda al Metropolitan Museum of Art di New York, stimolando l'acquisto di capi d'epoca di firma da parte di una clientela altolocata che li indossava per l'occasione per poi donarli al museo.

Da allora ad oggi si può dire che il Vintage non è ancora finito, anzi si aggiorna nel tempo diventando sempre più popolare e meno esclusivo nella selezione degli oggetti perché si rivolge a un'utenza ampia e diversificata.

Un'utenza importante del Vintage è costituita dall'industria della moda che vede crescere gli archivi e i musei d'impresa dove si raccoglie in banche date specializzate e si espone molta documentazione del Novecento (capi d'epoca griffati o meno, accessori (fig. 6), campionari di tessuti e filati (fig. 7), bozzetti, disegni, cartamodelli, fotografie, cataloghi di mostre, libri, riviste e articoli, film storici, documentari e reportage televisivi). Ricordiamo gli archivi d'impresa di Louis Vuitton, Pucci, Prada, Armani, Max Mara e Ferragamo.

Un'utenza di nicchia è rappresentata invece da collezionisti sempre più specializzati in una marca, in uno stilista, in un periodo storico, in una categoria di capi accessori cult particolari. Alcuni nomi: Ludot (Parigi), Cavalli/Nastri e Jacassi (Milano), Quinto e Tinarelli (Roma), A.N.G.E.L.O (fig. 8) e Mazzini (Ravenna).

C'è anche un'utenza dei creativi della moda come Anna Piaggi (fig. 9) e Cecilia Matteucci Lavarini, che nel mixare vecchio e nuovo hanno dato vita a uno stile personale.

Più anonima, ampia diversificata è l'utenza di case d'asta, negozi specializzati (fig. 10), outlet dei marchi, fiere, rassegne, mercatini e siti dedicati, dove si vende un usato di vario genere e qualità, a prezzi contenuti.

Un'altra utenza del Vintage è quella delle produzioni cinematografiche, televisive e teatrali che prendono in affitto da collezionisti capi e accessori Vintage.

Pur con obiettivi diversi, dettati dalla conoscenza e dalla conservazione del passato, anche i musei e gli archivi di documentazione della moda e del design partecipano al mercato dell'usato perché integrano o creano ex novo le loro raccolte acquisendo materiali e dedicando spazi a mostre permanenti e temporanee.

Sul fronte museale ricordiamo i musei italiani più attivi del comparto, la Galleria del Costume di Palazzo Pitti (fig. 11), il Museo del Tessuto di Prato, il Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia, il FAR (Fondazione Antonio Ratti) di Milano.

Sul fronte più strettamente documentario citiamo il CSAC, Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università, aperto di recente nella suggestiva Abbazia di Valserena di Parma, oggi preziosa fonte di consultazione per la ricerca interdisciplinare e la creatività nel mondo delle arti visive (arte, moda, design, fotografia e spettacolo), con una banca dati di 12 milioni di materiali, di cui 70.000 sono costituiti da disegni, figurini e capi moda del Novecento.

Ma ricordiamo anche le banche dati digitali: quella del MIBACT con la messa a punto di una scheda specialistica per la catalogazione di vesti antiche e contemporanee (VeAC), quella dell'ANAI (Associazione nazionali archivi italiani) che dal 2009 ha messo in rete il patrimonio iconografico, audiovisivo e bibliografico della moda del Novecento conservato negli archivi italiani e quella più territoriale dell'Ibc, Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna dedicata catalogazione digitale del patrimonio tessile e vestimentario conservato nei musei della regione: IMAGO (foto disegni e grafica della moda del '900) , VeAC (vesti antiche e contemporanee) e PATER (tessili).

Ricordiamo infine che la moda Vintage non viene solo venduta, affittata, collezionata, studiata, musealizzata, ma viene anche conservata con criteri e tecniche proprie, perché si compone di filati naturali tradizionali (seta, cotone, lana, lino, canapa) spesso combinati in mischia con materiali nuovi di fronte ai quali non esistono ad oggi protocolli conservativi precisi e codificati.

Si sa ormai che nel comparto delle fibre nuove, quelle artificiali derivate dalla cellulosa, introdotte nella industria tessile nella seconda metà del XIX secolo con nomi commerciali diversi (rayon/viscosa, modal) (fig. 12) insieme alle fibre sintetiche di prima generazione a base di polimeri come le cosiddette plastiche (PVC, poliuretano) (fig. 13) comparse nel corso del Novecento, sono sensibili all'acqua e all'umidità, alla luce naturale e al calore e dopo dieci anni si alterano nella struttura.

Al contrario, le tecnofibre di ultima generazione, come i poliammidi (nylon, lycra, lurex), gli acrilici e i poliesteri (fig. 14), sono molto più solide perché resistono all'acqua, alla luce, alle alte temperature, agli attacchi di insetti e microrganismi, agli agenti inquinanti dell'ambiente e ai solventi chimici contenuti nei prodotti di restauro.

Come si vede dunque per conservare al meglio la moda confezionata con questi materiali vecchi e nuovi diventa importante conoscere la loro composizione. L'odierna merceologia e l'etichettatura obbligatoria degli abiti, introdotta nel 1974, fornisce uno strumento utile oggi per riconoscere le fibre e migliorare la loro conservazione. Tuttavia, in attesa di nuovi riferimenti conservativi, per preservare al meglio la moda del Novecento e con essa il Vintage rimangono ancora validi i parametri testati per i materiali naturali: rispetto dei valori ambientali (temperatura 19°/24°, umidità relativa: 40/50%, illuminamento entro i 50 Lux), schermatura totale dalla luce naturale, pulitura a secco e vaporizzazione controllata in sostituzione del lavaggio in acqua, uso di contenitori e prodotti per il restauro realizzati con materiali inerti.

Per saperne di più quindi sulla moda Vintage occorre rimandare l'attenzione ai pochi studi esistenti sul tema e a un convegno che l'Ibc ha dedicato nel 2008 al Salone del Restauro di Ferrara con la pubblicazione degli atti usciti nel 2010 nella sua collana editoriale (fig. 15).

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