Rivista "IBC" XXIII, 2015, 2

mostre e rassegne

Che origini, che storia e quali segreti si nascondono dietro le mura degli edifici che ospitano molti dei nostri musei? Una rassegna promossa dall'IBC ha invitato a scoprirli.
Prima del museo

Chiara Cesaretti
[archeologa]
Marta Cuoghi Costantini
[IBC]
Patrizia Grandi
[responsabile del Museo della Rocca di Dozza (Bologna)]
Jessica Lavelli
[Società cooperativa "CoolTour", Bobbio (Piacenza)]

Il 7 e l'8 marzo 2015, aderendo a un invito dell'Istituto regionale per i beni culturali (IBC), 24 musei di qualità dell'Emilia-Romagna hanno realizzato un ricco programma di eventi e proposte culturali, molto diverse sia nella tipologia che nei contenuti, ma legati da un unico filo conduttore: la valorizzazione delle sedi che li ospitano e della loro storia. Protagonista era chiamato a essere quel che c'era "Prima del Museo", come diceva il titolo dell'iniziativa.

La rassegna ha messo in evidenza un patrimonio di edifici storici davvero importante, a cui il nostro occhio, forse troppo abituato alla loro presenza, spesso non presta la necessaria attenzione. Percorrendo idealmente la diffusa rete museale del nostro territorio, da Piacenza a Rimini, ci siamo infatti resi conto che sono davvero rari gli esempi di architettura progettata a fini museali e che la maggior parte di queste istituzioni occupano edifici antichi, nati a uso abitativo, difensivo, di culto: le loro funzioni sono mutate anche più volte nel corso del tempo prima di approdare all'attuale destinazione.

La possibilità di visitare un edificio di pregio e di conoscerne la storia costituisce un valore aggiuntivo rispetto alla fruizione delle collezioni museali in senso stretto, e ciò vale non solo per i musei nati dalle grandi collezioni aristocratiche, o per quelli civici fondati nei decenni immediatamente successivi all'unificazione, ma anche per le numerose istituzioni create nella seconda metà del Novecento.

La tipologia architettonica di maggior richiamo è certamente rappresentata dalle rocche e dai castelli, sorti numerosi fra Medioevo e Rinascimento come presidi difensivi, spesso trasformati in dimore nobiliari. La loro mole, così caratteristica, identifica ancora oggi molte località, come a Pianello Val Tidone, Fontanellato, San Martino in Rio, Formigine, Dozza.

Altra tipologia architettonica importante è la residenza cittadina, emblema del potere di casati illustri, come l'incompiuto Palazzo Farnese a Piacenza, sede dei Civici Musei, o espressione di una aristocrazia meno esclusiva, come il palazzo appartenuto alla famiglia Tozzoni di Imola, oggi tipico esempio di casa museo.

Arricchiscono il nostro panorama di tipologie architettoniche i grandi complessi monastici che per secoli hanno ospitato prospere comunità religiose e le loro importanti attività: è il caso dell'Abbazia di San Colombano a Bobbio, ora Museo della città, del monastero di San Paolo a Parma, sede della Pinacoteca Stuard, o del convento di Sant'Agostino a Verucchio, dove si trova il Museo civico archeologico.

Fra i contenitori museali non mancano, infine, esempi di architettura rurale e industriale, rappresentate rispettivamente dalla casa dei fratelli Cervi, nel Reggiano, e dalla fornace Gallotti a Bologna. Si tratta in entrambi i casi di contesti architettonici recuperati a usi culturali, e in questo modo sottratti alla distruzione che certamente li avrebbe interessati dopo le radicali trasformazioni che nella seconda metà del Novecento hanno investito il lavoro nelle nostre campagne e in certi comparti produttivi.

L'offerta culturale elaborata dai musei che hanno aderito a "Prima del Museo" è stata ricca e diversificata: visite guidate (alcune delle quali corredate da mostre fotografiche e documentarie), conferenze tenute dai conservatori delle collezioni o da esperti del settore, conversazioni con ex abitanti di case e palazzi storici, ma anche narrazioni interpretate da attori nelle vesti di personaggi storici noti e meno noti; e ancora: dimostrazioni, laboratori pratici, interviste per illustrare e far conoscere le figure e il lavoro dei monaci, dei maestri fornaciai o dei mugnai, attività che oggi non si praticano più ma che in passato sono state strategiche per l'economia di intere comunità. I tre brevi contributi che seguono rendono bene l'idea delle iniziative messe in campo.

Il Museo della città di Bobbio (Piacenza) ha invitato a conoscere l'Abbazia di San Colombano, uno dei più importanti centri monastici d'Europa per tutto il Medioevo, mediante tre stand interattivi dedicati rispettivamente all'attività dello scriptorium, al giardino dei semplici e all'arte della cucina.

A Dozza (Bologna) una conferenza incentrata sulle vicende architettoniche della rocca, in relazione ad alcuni personaggi simbolo dei periodi rinascimentale, barocco e neoclassico, ha anticipato la visita all'appartamento e alla galleria storica dei ritratti.

A San Giovanni in Galilea (Forlì-Cesena) il giovane e sfortunato Leonida Malatesta, divenuto pazzo a soli 13 anni, ha accompagnato i partecipanti alla scoperta del borgo e dei suoi monumenti storici più significativi, concludendo la camminata rievocativa con la visita del Museo "Renzi".

L'affluenza e la partecipazione del pubblico è stata complessivamente molto positiva in tutto il territorio regionale, certamente anche in virtù della gratuità delle iniziative. In particolare sono stati premiati i musei che hanno sviluppato attività originali, basate su contenuti inediti e realizzate con il coinvolgimento dei partecipanti, come le visite animate, i laboratori, le narrazioni; quelli, insomma, che hanno saputo elaborare un'offerta culturale destinata non solo agli adulti ma anche alle famiglie e ai ragazzi.

Favorendo l'avvicinamento del pubblico attraverso un'informazione coordinata fra stampa e social media, iniziative come "Prima del Museo" possono dunque svolgere un importante ruolo di promozione e incoraggiamento per la crescita e lo sviluppo della rete museale regionale, in particolare a vantaggio delle realtà minori, decentrate e di recente istituzione: quelle che, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, rappresentano un vero e proprio punto di forza del nostro ricco panorama culturale.

[Marta Cuoghi Costantini]


Il Museo della Città di Bobbio è un piccolo museo inaugurato poco più di un decennio fa per riconsegnare al pubblico le sale più antiche del monastero di San Colombano, che ospitavano il refettorio, le cucine e le cantine. Il valore di questo piccolo museo sta quindi, principalmente, nel suo contenitore, conservato pressoché intatto con pavimenti e decorazioni in cotto del XIII secolo e un grande affresco raffigurante la crocifissione del XV secolo.

Il contenuto, allestito con una nuova veste nel 2009, ripercorre la storia dell'abbazia e della città attraverso pannelli che costituiscono un percorso didattico, ideale per le scolaresche che a Bobbio si recano in gita. Un'intera sala è dedicata all'attività dello scriptorium, dove sono anche visibili riproduzioni degli antichi strumenti utilizzati dai monaci per realizzare i codici manoscritti: si va dal calamo alla pergamena, dai lapislazzuli usati per ricavare il colore blu al corno bovino, antenato del calamaio, dallo scrittoio con piano inclinato ai pennelli di vaio.

L'occasione dell'iniziativa "Prima del Museo" ha consentito a molti visitatori di sperimentare direttamente le principali attività del monastero: lo scriptorium appunto, ma anche "il giardino dei semplici", dove si coltivavano le erbe officinali per la produzione di medicinali, e la cucina, che nella Regula colombaniana era semplice, povera e vegetariana.

Nelle due giornate dell'evento sono stati allestiti tre spazi di approfondimento, dove gli operatori hanno accolto i visitatori illustrando loro le tre attività. Nello spazio della cucina sono state preparate alcune pietanze medioevali: la zuppa del pellegrino, gli gnocchi di pane conditi con fagioli, le uova alla tartara, cucinate con zenzero e cannella, e il pane di farina integrale. I presenti, terminata la degustazione, hanno ricevuto in dono le ricette stampate su pergamena.

Nello spazio del giardino dei semplici sono stati illustrati le proprietà e gli utilizzi delle principali piante officinali che arredavano i monasteri medioevali, mentre nello scriptorium i visitatori si sono immedesimati nei panni dei monaci amanuensi cimentandosi con la scrittura onciale o insulare su carta pergamenata e utilizzando la penna d'oca per realizzare il loro nome o una frase, da conservare come ricordo dell'esperienza.

Il successo dell'iniziativa è stato eccezionale: nel fine settimana del 7 e 8 marzo 2015 i visitatori sono stati centrotrentacinque a fronte di una media annuale di circa venti a finesettimana. Certamente la gratuità ha in parte influenzato l'affluenza, ma il nostro riscontro è stato assolutamente positivo: gli utenti si sono dimostrati molto interessati, hanno partecipato a tutte le attività con grande entusiasmo e si sono fatti coinvolgere nei racconti con sincero interesse. Questo ci ha convinti del buon risultato dell'iniziativa e ci ha portati a programmare altre giornate simili nel corso dell'anno, dove, gratuitamente o meno, i visitatori siano coinvolti in modo diretto.

[Jessica Lavelli]


La rocca di Dozza, a prima vista, è percepita come un complesso maniero basato su un progetto architettonico unitario. In realtà, come altri analoghi castelli, ha subìto numerosi interventi di ampliamento funzionale riconducibili a due principali fasi organiche: la fortezza medievale-rinascimentale (secoli XIII-XV) e la residenza nobiliare (secoli XVI-XIII).

Nella giornata dedicata al museo "Prima del Museo" si è approfondita la conoscenza della rocca intesa come residenza feudale dei Campeggi e dei Malvezzi, signori di Dozza dal 1529 fino al periodo napoleonico. La conferenza e la visita guidata di domenica 8 marzo 2015 hanno ricostruito le vicende architettoniche del palazzo in relazione ai suoi abitanti. La galleria storica dei ritratti ha consentito di avvicinarsi con immediatezza alle figure del conte Lorenzo Campeggi e dei marchesi Tommaso Campeggi ed Emilio Malvezzi-Campeggi, personaggi simbolo dei periodi rinascimentale, barocco e neoclassico.

Il bel ritratto di Lorenzo Campeggi (1474-1539), raffigurato in abiti cardinalizi e racchiuso da una ricca cornice dorata, indica il ruolo di primo piano di colui che può considerarsi il signore rinascimentale del castello: "Laurentius Joannis de Campeggio S.R.E. Card. Episcop. Bononie. Comes Dutie, etc". Eccetera, sì: perché un cartiglio non può riassumere la complessità di un personaggio tale. Giurista, lettore presso lo studio bolognese, vescovo, cardinale e soprattutto diplomatico di livello internazionale al servizio di tre celeberrimi papi del Rinascimento: Giulio II, Leone X, Clemente VII. Campeggi è stato definito il cardinale più cosmopolita del secolo XVI: strinse intensi rapporti con il re d'Inghilterra Enrico VIII, che gli regalò un palazzo a Roma e lo nominò vescovo di Salisbury. Riscosse stima e fiducia dall'Imperatore Carlo V d'Asburgo, tanto che il nostro cardinale lo ospitò nel 1536 nella sua abitazione in Trastevere, organizzando un favoloso banchetto curato dal suo cuoco, il Michelangelo della cucina cinquecentesca, Bartolomeo Scappi.

Lorenzo abitò prestigiosi palazzi a Roma e a Bologna, e quando nel 1529 ottenne da papa Clemente VII il feudo di Dozza, iniziò la trasformazione della fortezza in residenza. Ed è proprio sulle orme di Lorenzo Campeggi che negli ultimi anni sono state condotte le descialbature di alcuni ambienti del palazzo in rocca, con il conseguente svelamento di apparati pittorici rinascimentali. I restauri - realizzati a cura e con il sostegno del Servizio musei e beni culturali dell'IBC - hanno riguardato l'appartamento del conte Lorenzo e la loggia aperta al primo piano.

Nella stanza del conte Lorenzo è stato recuperato il fregio monocromo sui toni del blu e nero vite che delimita, per l'intero perimetro, la parte alta delle pareti. L'accurata esecuzione presenta elementi fitomorfi che intrecciano creature mitologiche, putti, vasi e cartigli, secondo il gusto della decorazione rinascimentale, che trova riscontri nelle decorazioni di San Giacomo Maggiore a Bologna e nel fregio della "stanza dei Putti" in Palazzo Venieri a Imola.

Il restauro della loggia aperta al primo piano ha restituito una testimonianza abbastanza rara, proprio per la natura di tali spazi, particolarmente esposti al deterioramento causato dagli agenti atmosferici. Oggi, di questo loggiato, si può finalmente apprezzare l'eleganza: sulle sue pareti si ripetono specchiature decorate a grottesche che saturano spazi confinati dall'orditura architettonica di paraste marmorizzate e cornici. Nella volta ribassata era dipinta una complessa composizione, affollata da figure allegoriche, putti, fogliami, frutti e uccelli, di cui restano tracce sull'intera superficie.

La potenza e il prestigio guadagnato da Lorenzo favorirono la famiglia Campeggi per circa due secoli: basti pensare che, dopo di lui, vescovi di Bologna furono suo figlio Alessandro e suo nipote Giovanni. Ancora nel Seicento, Tommaso ostentava il suo prestigio nell'eccezionale dipinto di Lorenzo Pasinelli che lo raffigurò insieme alla bella e giovane moglie Ippolita Obizzi e ai loro dieci figli. Un ritratto di gruppo in cui la prossemica esprime la rigida gerarchia che regolava i rapporti all'interno di questa famiglia senatoria.

A quell'epoca, tra 1663 e 1664, Tommaso si trovava a Roma, dove si era trasferito con tutti i suoi familiari nei quattro anni in cui ricoprì il ruolo di ambasciatore del Senato bolognese presso la Santa Sede. Nel ritratto, il marchese presenta con orgoglio la sua famiglia: un patrimonio che ha solide basi, economiche e genealogiche, adatto a mantenere a lungo una posizione di potere.

I documenti di archivio testimoniano che il marchese Tommaso ebbe molto a cuore Dozza: fece realizzare un teatro presso il palazzo municipale e commissionò sostanziali ampliamenti della residenza in rocca. In coerenza con lo spirito scenografico barocco, fece edificare la sala grande, caratterizzata dall'imponente volta del soffitto e dal luminoso finestrone aperto su un affascinante scorcio della Valsellustra. La realizzazione del salone consentì di ricavare a piano terra l'atrio, a cui si poteva accedere con le carrozze, e ai lati della grande portafinestra due corpi di fabbrica attrezzati con scale a chiocciole, che servono alcune stanzette dai soffitti lignei decorati con ornamenti e figure. Nel 1728 morì Lorenzo, l'ultimo figlio maschio del marchese Tommaso. A ereditare il titolo e il feudo di Dozza fu Francesca Maria, sposa del conte Matteo Malvezzi, cosicché loro figlio Emilio divenne il primo marchese della dinastia Malvezzi-Campeggi.

La rocca di Dozza presenta evidenti tracce del gusto settecentesco. La ripartizione in quattro appartamenti (quello nobile, quello del mastio, quello del conte Lorenzo, la foresteria) è quella descritta negli inventari di epoca napoleonica. Ciò vale anche per gli allestimenti storici di diverse sale (per esempio, i damaschi cremisi e i fregi neoclassici dell'appartamento nobile) e per un nucleo dipinti di un'apprezzatissima coppia di artisti, i coniugi Felice Torelli e Lucia Casalini Torelli. Spiccano i quattro grandi ovali di Felice che, tra le altre, restituiscono l'immagine del conte Emilio e della moglie contessa Teresa Sacchetti. Un esempio eccellente di ritrattistica settecentesca che ha anche il pregio di saper rappresentare lo spirito della nobiltà del tempo, senz'altro assai sofisticata ma meno compassata rispetto a quella dell'epoca di Tommaso (il nonno di certo non avrebbe permesso a Emilio di farsi ritrarre senza una scarpa!).

Nel 1798, con l'entrata in vigore delle leggi napoleoniche, la rocca fu sul punto di essere confiscata, ma il marchese Giacomo (figlio di Emilio) riuscì a dimostrare che il castello era un bene privato. Dunque il feudo di Dozza fu abolito ma la rocca, anche se non più residenza marchionale, rimase di proprietà dei Malvezzi-Campeggi fino al 1960, anno in cui l'acquistò il Comune trasformandola in museo aperto al pubblico.

[Patrizia Grandi]


Tra il 7 e l'8 marzo 2015 le vie del borgo di San Giovanni in Galilea si sono animate di oltre un centinaio di visitatori che hanno entusiasticamente partecipato all'iniziativa "Prima del Museo", promossa dall'IBC. Il programma del weekend, ideato e realizzato dalla società "adArte snc", ha avuto come protagonista la sconosciuta e misteriosa figura di Leonida Malatesta, detto il Pazzo, rinchiuso fin dalla sua gioventù all'interno del palazzo malatestiano ubicato proprio a San Giovanni in Galilea. Le vicende di questa famiglia - a partire dal suo fondatore Giovanni Malatesta detto Zanne, primo Malatesta di Sogliano, con le loro storie d'amore, di passioni, rancori e battaglie - hanno segnato profondamente il territorio, lasciando a noi oggi numerose testimonianze della loro presenza.

Attraverso la storia di questo sfortunato giovane, divenuto pazzo all'età di 13 anni, i partecipanti alla manifestazione sono stati guidati nelle vie del borgo alla scoperta dei monumenti simbolo di un epoca passata, come i resti del castello medievale, dell'antica pieve di San Pietro, oggi chiesa di San Giovanni Battista, e della rocca, dimora dei Malatesta a partire dalla metà del 1500. Nel corso della passeggiata, lo stesso Leonida, in un'estemporanea apparizione, ha parlato di sé, della sua famiglia e della sua vita, di ciò che amava fare e di quanto la solitudine lo annoiasse, portandolo a compiere bravate a discapito della povera gente, come la perpetua della chiesa di San Pietro.

La visita alle sale del Museo "Renzi" ha concluso la camminata rievocativa con la visione e l'analisi del cranio di Leonida Malatesta, in cui la presenza di una profonda frattura sulla sommità della testa pone interessanti quesiti sulle possibili cause che lo avrebbero indotto alla pazzia. Il pubblico è stato congedato dallo stesso Leonida che, osservando il suo teschio, si è domandato se il suo corpo e la sua anima troveranno mai riposo, costretti a vagare in un tempo e in luogo che oramai non gli appartengono più. Questo saluto finale lascia presagire che il Museo "Renzi" di San Giovanni in Galilea avrà in serbo per il futuro nuove e interessanti iniziative il cui protagonista sarà il "folle" Malatesta.

[Chiara Cesaretti]

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