Rivista "IBC" XV, 2007, 4

convegni e seminari, interventi, leggi e politiche

Da qualche anno sono sempre di più i cantieri per la costruzione di nuove sedi bibliotecarie. Ecco alcune considerazioni per gli amministratori, i bibliotecari e gli architetti chiamati a collaborare...
Libri in soggiorno

Massimo Belotti
[direttore della rivista "Biblioteche oggi"]

Uno dei fenomeni che ha caratterizzato positivamente il settore bibliotecario in questi ultimi anni è il miglioramento delle sedi. La realizzazione di nuovi edifici, o gli interventi di ristrutturazione, sono stati accompagnati dalla riorganizzazione dei servizi, per renderli più funzionali alle esigenze di un'utenza sempre più diversificata. In occasione di "Artelibro. Festival del libro d'arte", il convegno "Architetture di biblioteca", organizzato a Bologna il 21 settembre 2007 dalla Soprintendenza per i beni librari e documentari dell'Istituto beni culturali della Regione Emilia-Romagna, ha chiamato a riflettere architetti e bibliotecari sulla questione: quali spazi, quali arredi, quali servizi e quali funzioni per un'istituzione bibliotecaria progettata sempre più a misura degli utenti? Pubblichiamo l'intervento di Massimo Belotti, direttore della rivista "Biblioteche oggi" (www.bibliotecheoggi.it).

Nell'epoca della biblioteca digitale e della virtualità, nell'epoca dell'accesso che prevale sul possesso, si assiste, quasi per paradosso, a una fioritura senza precedenti di nuove biblioteche "fisiche", non si sono mai costruite tante biblioteche di ogni tipologia e grandezza, non si erano mai visti tanti nuovi cantieri aperti. Il fenomeno riguarda tutte le tipologie, a cominciare dalle grandi biblioteche nazionali, les nouvelles alexandries, come le chiama Michel Melot in un suo famoso e interessantissimo libro di qualche anno fa, riferendosi alle grandi biblioteche, nate in qualche caso in mezzo alle polemiche come la Bibliothèque Nationale de France o la British Library a St. Pancras, oppure alle numerose nazionali dei paesi emergenti o dei nuovi stati dell'Est. Nondimeno il fenomeno investe le public libraries di centri piccoli, medi e grandi e su questo versante il nostro Paese appare da qualche anno tra i più in fermento, soprattutto per quanto riguarda le regioni del Nord e del Centro. All'estero basterà citare, per rimanere vicino a noi, il movimento in atto ormai da alcuni anni in Francia di costruzione/rifondazione delle bibliotheques municipales sul modello mediathèque.

Questa nuova tendenza a investire in "edilizia bibliotecaria" può essere determinata da varie ragioni, tra cui:

  • l'esigenza di rappresentare anche simbolicamente l'identità culturale di una nazione, di una città, di una regione (da qui anche la tendenza facilmente rilevabile a puntare su dimensioni spesso monumentali) in un'epoca di globalizzazione a cui fa riscontro dialettico il bisogno di "locale" (e anche questo è per certi aspetti un paradosso);
  • l'aumento (anche questo fa pensare a un paradosso) delle pubblicazioni a stampa e delle loro esigenze di conservazione;
  • l'aumento della popolazione scolarizzata;
  • l'esigenza - particolarmente sentita nell'ambito delle biblioteche pubbliche di base - che la biblioteca si caratterizzi anche come luogo di socializzazione e di incontro di fronte a nuovi bisogni di aggregazione e accoglienza;
  • lo stesso sviluppo della multimedialità e delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione non elimina il bisogno di spazio fisico (ancora un paradosso?), al contrario crea una moltiplicazione di nuovi servizi e postazioni e amplia le attività di reference e di front office con conseguente richiesta di spazi adeguati.

Sotto un altro aspetto potremmo dire che le dinamiche proprie della società dell'informazione ci stanno rivelando come la disintermediazione sia ascrivibile più al timore di una perdita di identità professionale che a un dato di fatto, mentre la biblioteca rimane un luogo fondamentale della transazione informativa (anche quando l'utente è remoto), purché sappia rispondere a una domanda sempre più esigente (anche grazie a sedi più confortevoli, funzionali e attrezzate).

La seconda considerazione riguarda più specificamente il nostro Paese, dove - con riferimento alle biblioteche pubbliche (ma negli ultimi tempi anche a quelle universitarie) - noi abbiamo assistito negli ultimi quindici anni, con una accelerazione negli ultimi tempi, alla moltiplicazione dei cantieri e dei progetti e all'apertura di sedi nuove, perlopiù frutto di ristrutturazione. Al di là dell'esigenza corretta di riuso che deriva dall'esistenza diffusa di edifici di valore storico-artistico, di grandi aree e fabbriche dismesse e di importanti manufatti della cosiddetta archeologia industriale, quello dell'apertura di nuove e più adeguate sedi è forse il segnale più interessante, per intensità e qualità, di un processo che, soprattutto al Nord e al Centro, sta avvenendo negli ultimi anni: il passaggio da una fase che definiremo "dell'infanzia", che ha visto nascere e diffondersi capillarmente le biblioteche di enti locali a partire dagli anni Settanta, a una fase più matura che, simboleggiata dagli investimenti strategici in nuove e importanti sedi, vede le biblioteche acquisire lo status di servizio indispensabile all'organizzazione sociale, riconoscimento che gli deriva certamente anche dalla sensibilità di alcune amministrazioni comunali, ma, ciò che più conta, dalla crescente percezione del ruolo che hanno acquisito nelle comunità in cui sono inserite.

Alcuni interventi legislativi e finanziari hanno sicuramente assecondato la tendenza. Nella regione da cui provengo, la Lombardia, si sono inaugurate nell'ultimo decennio tantissime nuove sedi, grazie anche alle opportunità offerte dalla legge regionale, poi rifinanziata, nota come "FRISL (Fondo regionale infrastrutture Lombardia)", che assicurava prestiti senza interessi ai Comuni che avessero presentato progetti credibili di investimento per la ristrutturazione di edifici destinati a ospitare biblioteche o altri istituti culturali.

Questo fenomeno ha riguardato soprattutto i centri piccoli e in minor misura quelli medi, secondo un processo di "accerchiamento della città dalla campagna" che solo ora sta cominciando a dare i suoi frutti. È indubbio, infatti, che le grandi città abbiano mostrato in tutti questi anni un profilo basso per quanto riguarda l'iniziativa sul versante delle biblioteche pubbliche, anche perché costrette a fare i conti con strutture preesistenti, ancorate a modelli più simili alla biblioteca di conservazione che non a quella di "consumo". A fronte di ottimi esempi che arrivavano dalla provincia e dalle realtà medio-piccole, dove si è assistito a una diffusa progettualità anche sul piano architettonico, le grandi città sembravano accettare la mediocrità e rifluire verso la marginalità, sia per quanto riguarda gli spazi che i servizi. Ma qualcosa sta cambiando, se è vero che proprio da Bologna, con l'apertura della Biblioteca Sala Borsa, è venuto un segnale in controtendenza, seguito dai progetti in corso di realizzazione (seppure con fasi altalenanti) della nuova Biblioteca civica di Torino (35000 metri quadrati) e della BEIC-Biblioteca europea di informazione e cultura (50000 metri quadrati). Ma in questa direzione si collocano anche alcune biblioteche di città capoluogo di provincia o di regione, tra cui non possiamo non citare quella di Aosta, la San Giovanni di Pesaro, e l'ultima nata, la bellissima Biblioteca San Giorgio di Pistoia, costruita sull'area delle ex officine Breda.

Una terza considerazione. La scelta strategica, da parte di numerose amministrazioni, di investire in nuove sedi, è particolarmente impegnativa, perché non si limita ai costi di costruzione, ma porta inevitabilmente con sé l'esigenza di ridefinizione, ampliamento e rilancio dei servizi. Compierla significa essere consapevoli di affrontare un investimento che non si limiterà all'edificio, ma che riguarderà più in generale la gestione corrente di un servizio e delle relative spese. Nondimeno l'analisi dei risultati ci conferma che, là dove queste scelte sono state fatte, quasi sempre si è registrato un aumento esponenziale dell'utenza e del grado di percezione/identificazione da parte dei cittadini.

Una quarta considerazione. È bene avere maggiore consapevolezza che le scelte architettoniche e progettuali, oltre a rappresentare un'evidente questione di funzionalità, fanno parte integrante dell'immagine della biblioteca. Come sosteneva Novella Sansoni, un architetto che nella sua esperienza di assessore della Provincia di Milano si dedicò molto alle biblioteche, "l'ambiente non può che riflettere l'impostazione culturale e i criteri ispiratori adottati dall'ente locale nell'attribuire finalità a un servizio pubblico quale la biblioteca. Li riflette nei due sensi: uno passivo e l'altro attivo, cioè - prima di tutto - rispecchiandoli, ma al contempo trasformandoli in un messaggio. L'ambiente diventa così una sorta di manifesto, una esplicitazione della qualità del servizio che si vuole offrire, un fattore di impatto, decisivo per il rapporto che l'utente stabilirà con quel servizio. Già nella sua struttura edilizia, nell'ubicazione e nell'articolazione dei locali una biblioteca riflette e, insieme, 'pubblicizza' la concezione culturale che la permea, si rapporta al territorio in un modo piuttosto che in un altro (o non si rapporta affatto), definisce insomma il proprio ruolo".1

Le soluzioni architettoniche possono rivestire, dunque, una grande importanza nella veicolazione del messaggio culturale e del progetto di servizio della biblioteca, e lo spazio può assumere un ruolo strategico nel processo di comunicazione. La possibilità, per esempio, che la biblioteca riesca a essere letta come una sorta di "cattedrale laica", luogo di aggregazione civile e di riferimento per la comunità, dipende anche e non poco da scelte architettoniche e urbanistiche indovinate, a cominciare dalla sua ubicazione nel tessuto della città. L'ambiente, la scelta degli arredi, la disposizione degli scaffali e i molti altri aspetti che riguardano la progettazione degli spazi, sono elementi che non hanno solo una valenza funzionale, ma che possono diventare decisivi per la percezione della biblioteca da parte della comunità e dei cittadini/potenziali utenti. Il che risulta particolarmente importante nel momento in cui si sta compiendo uno sforzo per trasmettere concetti come quelli di "biblioteca amichevole" o di "soggiorno pubblico", lontani da una visione sacrale del libro e della lettura che ha contribuito non poco a erigere steccati.

Se diamo per scontate queste considerazioni preliminari, viene ora la parte più difficile, cioè tradurre gli orientamenti in progetto e metodo di lavoro. Fondamentale, al riguardo, è la collaborazione che si riesce a mettere in atto fra i diversi soggetti che concorrono alla progettazione della biblioteca. Troppo spesso si è pensato che la costruzione di una biblioteca dipendesse esclusivamente dall'abilità dell'architetto, con risultati spesso disastrosi. Oggi è ormai consapevolezza diffusa che gli attori sono più d'uno, tutti essenziali: c'è una amministrazione, che ha un suo ruolo di orientamento politico-culturale, di individuazione del "terreno" e delle risorse; c'è un bibliotecario, che è il principale artefice del progetto biblioteconomico, di quel programma volto, innanzitutto, a definire i compiti che la biblioteca pubblica deve svolgere nella comunità e i servizi che intende organizzare per svolgere questi compiti; c'è un architetto progettista, che, a questo punto, avrà il compito non facile di conciliare le ragioni dell'economia e del servizio con quelle dell'architettura.

Nota

(1) N. Sansoni, Una cultura dell'ambiente per una nuova immagine della biblioteca, in Abitare la biblioteca. Arredo e organizzazione degli spazi nella biblioteca pubblica, Roma, Edizioni Oberon, 1984, p. 1.

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