Rivista "IBC" XIV, 2006, 2

editoriali

In tempi di bilanci problematici, dispute sul "benculturalismo" e mitologie dell'evento, una nuova occasione per riflettere sul nostro lavoro all'IBC e sulle ragioni che lo governano divenendo uno stile e una pratica quotidiana.
La nostra parte

Ezio Raimondi
[italianista, presidente dell'IBC]

Con la concomitanza, quanto mai grave, delle difficoltà di bilancio istituzionale si discute da più parti di "benculturalismo" e della convinzione comune a molti, e quasi di moda, di poter assimilare il patrimonio artistico (a cui bisognerebbe sempre aggiungere quello librario) a un valore economico oggettivo e diretto, da gestire con le tecniche appropriate di un'efficiente managerialità moderna. Lo spirito dei tempi, del resto, consente questo e altro, a cominciare dal mito ostentatamente redditizio del grande evento e della cosiddetta eccellenza, che vuole sempre qualcosa di straordinario, al centro dei provvidi riflettori dell'iperbole e del mirabile. E come sempre, anche questa è un'occasione per riflettere di nuovo sul nostro lavoro all'IBC e sulle ragioni che lo governano divenendo uno stile e una pratica quotidiana.

Come si sa, l'IBC è nato con un programma di ricerca e di conoscenza correlate poi a una funzione amministrativa e culturale, quella di coordinare, insieme con le Province, l'applicazione della Legge regionale 18/2000 sulle biblioteche, gli archivi e i musei, e di definirne i contributi finanziari in rapporto al "sistema" dei beni culturali dell'Emilia-Romagna. Così, la nostra esperienza si è misurata, di giorno in giorno, sul doppio binario dell'analisi concettuale e della prassi concorrente allo sviluppo concreto delle istituzioni museali, bibliotecarie e archivistiche, avendo sempre in mente la funzione educativa e civile che sin dal Settecento illuministico si è riconosciuta all'arte, alla scienza e agli organismi che ne illustrano la storia: quello che qualcuno ha chiamato l'eterno presente del passato. In questo contesto, d'accordo con la pluralità delle iniziative e dei centri promotori, si è cercato sempre di costruire un discorso comune, di mettere in atto un'idea di bene culturale che più che all'effetto e al clamore mirasse all'esperienza conoscitiva, alla comprensione dei fenomeni e dei loro linguaggi, alla condivisione critica di valori comuni, alla formazione di un gusto attento alle cose e alla loro segreta dimensione umana.

Certo non è più il tempo di Hofmannsthal, il quale agli inizi oramai lontani del Novecento poteva affermare che "il buon gusto è la facoltà di reagire continuamente all'esagerazione". Oggi si esalta l'iperbole e l'eccesso, l'abnorme e lo stupefacente, ultime metamorfosi, forse, di un'anticlassica antropologia del sublime. Ma proprio in un orizzonte così dilatato, tra globalizzazione e pluralismo, diventa più necessaria un'educazione alla misura e alla sensibilità del quotidiano, all'attenzione alle cose, alla percezione viva delle forme e della loro complessità. E anche al livello medio di una sagace amministrazione istituzionale si può perseguire una giusta eleganza, un gioco fertile dell'invenzione, una intelligente ed efficace chiarezza comunicativa, tutto quanto insomma vale come evento, anche senza l'attributo di grande, sempre costoso e qualche volta superfluo. Ancora una volta l'estetica è insieme un'etica, un principio ordinato e responsabile di stile di vita, non ignaro del suo vincolante complemento economico. Con umiltà ma con fermezza, nella luce ordinaria che gli compete, il lavoro dell'IBC va in questa direzione, e non è affatto facile in un'epoca di transizione e modernità fluida non solo, come è ovvio, per la provincia italiana: il benculturalismo accredita infatti altre topografie. Ma noi ci proviamo, in fondo non è che la nostra parte.

 

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