Rivista "IBC" XIII, 2005, 2

musei e beni culturali / progetti e realizzazioni, leggi e politiche

La Regione Emilia-Romagna e la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla promuovono un accordo per la schedatura del patrimonio culturale ecclesiastico.
Un catalogo d'intesa

Marco Barbieri
[assessore alla Cultura, sport, progetti per i rapporti con i cittadini della Regione Emilia-Romagna]
Cristiana Francesconi
[coordinatrice e responsabile scientifica dell'inventariazione informatizzata per la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla]
Tiziano Ghirelli
[direttore dell'Ufficio beni culturali e responsabile diocesano dell'inventariazione informatizzata per la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla]
Giancarlo Santi
[direttore dell'Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici, segreteria generale della Conferenza episcopale italiana]

La catalogazione del patrimonio artistico è compito fondamentale per quanti, istituzioni e tecnici, operano nel settore dei beni culturali. In questa direzione si muove da molti anni la Regione Emilia-Romagna, grazie all'impegno dell'Istituto per i beni culturali (IBC) che ha fatto della conoscenza e dell'anagrafe dei beni culturali del territorio emiliano-romagnolo una missione e una linea operativa.

In questo quadro si inserisce il rapporto con la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, che dal 2000 sta conducendo una puntuale ricognizione del proprio patrimonio storico-artistico, nell'ambito di una campagna di inventariazione dei beni ecclesiastici avviata e promossa su tutto il territorio nazionale dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) in accordo con il Ministero per i beni culturali e ambientali. Il lavoro di ricerca e di schedatura ha portato in taluni casi alla scoperta, o alla riscoperta, di pregevolissime opere, altrimenti dimenticate nelle parrocchie e negli enti ecclesiastici della provincia reggiana.

A questo progetto hanno aderito, arrivando alla formalizzazione di vere e proprie intese con la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, i Comuni di Rubiera (2000), di Vezzano sul Crostolo (2001) e di Guastalla (2003).

Ciò è testimonianza della diffusa consapevolezza che il patrimonio ecclesiastico, oltre a possedere un valore religioso e devozionale, rappresenta un elemento fondamentale dell'identità storica e civile delle nostre comunità. Per questo motivo la Regione Emilia-Romagna ha inteso promuovere uno specifico accordo di collaborazione tra IBC e Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. Un'esperienza che si rivela totalmente inedita poiché, di tutte le diocesi regionali, quella reggiana è stata una delle prime ad aderire al progetto della Conferenza episcopale italiana e ad investire in modo consistente su questa operazione. Un altro obiettivo della collaborazione è sperimentare le modalità di lavoro e i diversi aspetti tecnici connessi con la realizzazione del catalogo regionale, nella speranza di costituire un utile modello anche per altre Diocesi che lavorano nella stessa direzione.

Si tratta quindi di una esperienza importante che mette a frutto le sinergie di diversi soggetti e concretizza un metodo di lavoro comune che dovrebbe essere prassi normale nelle azioni di tutela e valorizzazione dei beni culturali. Ricordiamoci che il ricco patrimonio artistico e culturale del nostro territorio e del nostro Paese è storicamente legato al mondo cattolico; il saperlo tutelare, conoscere e raccontare ci consente di indagare sulla nostra civiltà e di riscoprire la nostra storia e la nostra identità.

[Marco Barbieri]

 

La collaborazione tra enti ecclesiastici ed enti pubblici per l'inventariazione e la catalogazione dei beni culturali di proprietà di enti ecclesiastici

In Italia, sin da quando lo Stato - in un primo tempo tramite il Ministero per la pubblica istruzione, successivamente tramite il Ministero per i beni e le attività culturali - ha dato avvio alla catalogazione dei beni culturali, la collaborazione con gli enti ecclesiastici si è rivelata come una evidente necessità ed è stata praticata costantemente per una serie di ragioni note agli esperti, che è appena il caso di ricordare. In primo luogo, come è noto, il patrimonio culturale di proprietà di enti ecclesiastici è parte rilevante del patrimonio culturale italiano da catalogare; qualunque soggetto intenda documentare il patrimonio culturale italiano deve necessariamente misurarsi con il vasto e capillare patrimonio culturale ecclesiastico e perciò deve prendere contatto e collaborare con gli enti ecclesiastici che ne sono i proprietari e, soprattutto, sono depositari di informazioni e di saperi - le diverse discipline teologiche - essenziali per una adeguata conoscenza dei beni stessi. Inoltre, non si può dimenticare che gli enti ecclesiastici, in base alle norme canoniche, nel corso dei secoli hanno regolarmente provveduto all'inventario dei beni culturali di loro proprietà e quindi dispongono di una grande quantità di documentazione inventariale, di valore fondamentale anche per le attuali iniziative di catalogazione da chiunque promosse. Per accedere a tale documentazione di natura catalografica, oltre che alla documentazione archivistica relativa a tale patrimonio, la collaborazione tra enti preposti alla schedatura ed enti ecclesiastici è evidentemente necessaria. In terzo luogo nel nostro Paese, nella seconda metà del XX secolo l'attività catalografica ha conosciuto una interessante evoluzione; nata come attività esclusiva dello Stato, ha visto gradualmente emergere le Regioni, in qualità di soggetto catalogatore; a loro volta anche le diocesi, a partire dal 1996, hanno ripreso con decisione l'attività di inventariazione. La pluralità dei soggetti impegnati nell'attività catalografica ha richiesto uno stile di concertazione e di collaborazione, adeguatamente formalizzato, per garantire che il fine che i tre soggetti si proponevano potesse essere effettivamente raggiunto in tempi ragionevolmente brevi e fosse di adeguato livello scientifico e di qualità omogenea, in modo da costituire un'unica grande banca dati a disposizione degli enti stessi, degli studiosi, delle Università, degli enti di ricerca e dei cittadini, assumendo la forma di un vero e proprio "servizio pubblico" creato, offerto e gestito da un sistema di servizi distinti e integrati, statali ed ecclesiastici.

Fino al 1984, l'attività di catalogazione promossa dallo Stato si è sviluppata in collaborazione con le diocesi italiane sulla base di disposizioni statali unilaterali. A partire dagli Accordi di revisione del Concordato Lateranense 18 febbraio 1984, grazie all'articolo 12, la collaborazione tra Stato e Chiesa in materia di beni culturali è stata impostata in forma bilaterale. In particolare, per dare attuazione all'articolo 12 degli Accordi, l'Intesa 13 settembre 1996 ha previsto forme di collaborazione sia in fase di programmazione sia in fase di attuazione delle iniziative volte alla conoscenza e alla conservazione dei beni culturali ecclesiastici. Il successivo Accordo 8 aprile 2002, sottoscritto dal Presidente della CEI, cardinale Camillo Ruini, e dal Direttore dell'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD) del Ministero per i beni e le attività culturali, architetto Maria Luisa Polichetti, è stato interamente dedicato alle "modalità di collaborazione per l'inventario e il catalogo dei beni culturali mobili appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche". Infine, in termini ancora più estensivi si esprime l'articolo 2, comma 3 dell'Intesa 25 gennaio 2005, firmata dal Presidente della CEI, cardinale Camillo Ruini, e il Ministro per i beni e le attività culturali Giuliano Urbani: "l'inventariazione e la catalogazione dei beni culturali mobili e immobili di cui al comma 1 costituiscono il fondamento conoscitivo di ogni successivo intervento. A tal fine, la CEI collabora all'attività di catalogazione di tali beni curata dal Ministero; a sua volta il Ministero assicura, ove possibile, il sostegno all'attività di inventariazione promossa dalla CEI e le parti garantiscono il reciproco accesso alle banche dati. Per l'attuazione delle forme di collaborazione previste dal presente comma, il Ministero e la CEI possono stipulare appositi accordi".

A livello regionale e locale, a partire dal 1996, in materia di inventariazione e di catalogazione dei beni culturali ecclesiastici, sono stati stipulati accordi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Marche e in Emilia-Romagna. In concreto gli accordi hanno avuto come interlocutori, per parte ecclesiastica, le Conferenze episcopali regionali e le diocesi e, per parte civile, le Regioni, le Province, i Comuni e le Comunità montane; hanno avuto come oggetto il coordinamento dell'attività di inventariazione, la condivisione della banche dati e hanno previsto l'erogazione di contributi a favore delle diocesi da parte delle Regioni.

Da parte sua, l'Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della CEI, quando, nel 1996, ha promosso il rilancio dell'attività di inventariazione dei beni culturali ecclesiastici da parte delle diocesi, in linea con le disposizioni dell'articolo 12 degli Accordi Concordatari 18 febbraio 1984, si è mosso costantemente nella prospettiva della collaborazione tra Chiesa e Stato. In particolare ha definito il progetto d'intesa con l'ICCD del Ministero, compreso lo strumento informatico; inoltre ha stabilito che l'attività di inventariazione ecclesiastica fosse integrativa rispetto a quella di catalogazione statale, e che l'inventario stesso, una volta completato - entro la scadenza del 31 dicembre 2005 -, fosse consegnato alle Soprintendenze e all'ICCD per gli usi istituzionali. In più di un caso le diocesi, come ad esempio la diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, singolarmente o nell'ambito della rispettiva Conferenza episcopale regionale, hanno colto l'occasione dell'avvio dell'inventariazione per attivare contatti e collaborazioni con gli enti locali.

[Giancarlo Santi]

 

Significato e valore dell'inventario dei beni mobili nella Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla

Quella dell'inventario potrebbe essere ritenuta una registrazione noiosa, quasi notarile, di ciò che le chiese della Diocesi reggiano-guastallese conservano, ma così non è. Gli oggetti e i manufatti che a migliaia emergono, grazie a questa attività sistematica, dagli edifici sacri del territorio, parlano un linguaggio che non è solo quello dell'arte o di un artigianato di rilievo, ma che rimanda ai sacrifici e alle passioni che hanno animato il quotidiano di chi ci ha preceduto nell'invocazione diuturna di una fede che si mostra in tutta la sua forza esistenziale.

È dunque grazie a questo censimento, partito nel 2000, che la Diocesi si è inserita nel più vasto programma della CEI; è una iniziativa che, da un lato, dà consapevolezza alle comunità locali del loro patrimonio storico-artistico e, dall'altro, attua quella collaborazione tra Stato e Chiesa che fa parte non solo di norme concordatarie, come recita l'art. 12 dell'Accordo di revisione del Concordato Lateranense, ma di uno stile di rapporti che si è concretizzato in diverse Intese tra Ministero per i beni culturali e CEI. L'inventariazione è un contributo concreto alla realizzazione del Catalogo che il Ministero va curando e, in particolar modo, ha anticipato le direttive del nuovo Codice dei Beni Culturali, secondo il quale si dovrà pervenire a censire non solo i beni immobili ma anche quelli mobili.

Dopo i primi momenti di comprensibile difficoltà, abbiamo registrato disponibilità nei responsabili degli enti ad aprire le loro chiese con quanto annesso; si è capito che quello intrapreso non era un adempimento burocratico, o poliziesco, ma di servizio, uno strumento di tutela che, con il tempo, sta portando alla valorizzazione di beni di cui non si aveva più ricordo.

La polvere, infatti, non era solo sugli oggetti ma si era depositata, se così possiamo dire, anche nella memoria; lo stupore per la riscoperta, in molte delle chiese visitate, è stata dunque il sigillo del lavoro svolto. Si è dato in tal modo il via a mostre ed esposizioni, a restauri di quadri e statue, al recupero di oggetti liturgici che conservano intatto non solo il sapore del tempo ma il valore teologico e liturgico per cui erano stati pensati, tanto da poter essere riutilizzati.

A distanza di cinque anni, e con tanto lavoro ancora davanti, stiamo toccando con mano quanto sia stata giusta l'intuizione della CEI e, in particolare, del direttore dell'Ufficio beni culturali della stessa, monsignor Giancarlo Santi, che con determinazione ne ha promosso l'applicazione in tutta Italia. L'inventariazione dà la possibilità di riscoprire forme e linguaggi che sembravano destinati ai musei o ai mercati dell'antiquariato; sono le forme e i linguaggi delle immagini che caratterizzano, in altri modi ma irreversibilmente, l'era che stiamo vivendo e che appaiono decisivi nel futuro.

Il nostro lavoro si muove dunque in questa direzione e vuole essere un piccolo ma significativo contributo alla ricerca di un modo di esprimere Dio, il Dio cristiano, per l'uomo del terzo millennio, partendo dai segni che hanno contraddistinto il passato. Da qui sarà possibile muoversi anche per "inventare", come possiamo affermare con curiosa assonanza semantica, modi rinnovati per parlare del Soprannaturale.

L'originalità del lavoro consiste soprattutto nella lettura comparata del linguaggio teologico, liturgico e iconografico dei manufatti che andiamo inventariando; spesso la riflessione teologica si collega ad altre scienze a lei vicine (la storia ecclesiastica, la filosofia, il diritto, la morale, ecc.), ma molto raramente si arricchisce della relazione fondamentale con l'arte cristiana. Questa può così assurgere alla dignità di fonte teologica, di linguaggio che non ha nulla da invidiare, per profondità e complessità, ad altri linguaggi ugualmente importanti e necessari.

Come hanno ricordato i vescovi italiani, nel tempo "è andata emergendo una precisa riflessione teologica sui beni culturali; si è sviluppato il senso della loro funzione, sia per la migliore fruizione in generale sia per la fruizione precipua secondo la natura dei prodotti d'arte e cultura; si è affermata la percezione dell'efficacia di cui i beni culturali sono pregnanti e per il culto e per l'evangelizzazione".

Si deve infine ricordare come l'iniziativa sia stata un'occasione di arricchimento per le comunità civili, andando a riannodare un'esperienza che è espressione di un'antica appartenenza condivisa. Anche le amministrazioni pubbliche sono state coinvolte attraverso ripetuti incontri; si è così evidenziato come l'opera intrapresa non sia a servizio della sola comunità cristiana ma vada ad arricchire il territorio nel suo complesso. Un messaggio che è stato accolto a diversi i livelli dagli enti locali e che ha avuto significative ricadute, permettendo di realizzare collaborazioni non episodiche; si citano i casi delle convenzioni stipulate con i Comuni di Rubiera, Guastalla, Vezzano sul Crostolo.

La Regione, condividendo le motivazioni dell'inventariazione, ha partecipato al progetto attraverso l'Istituto per i beni culturali, per mezzo di un accordo che ha previsto una partecipazione finanziaria dell'IBC a fronte della consegna di un lotto significativo delle schede elaborate. L'augurio è che, in questa direzione, la collaborazione possa continuare nel comune servizio alle persone e alle comunità del nostro territorio.

[Tiziano Ghirelli]

 

L'inventario del patrimonio ecclesiastico reggiano tra metodo e ricerca

In un contesto di cooperazione fra Chiesa e Stato in tema di beni culturali e in particolare di catalogazione del patrimonio storico-artistico italiano di proprietà ecclesiastica,1 gran parte della ricerca effettuata negli ultimi anni (e tuttora in corso) è stata condotta grazie alla compartecipazione attiva dell'organo ecclesiastico alla realizzazione del catalogo promosso dal Ministero per i beni e le attività culturali. Seppure progettata e realizzata in ogni sua fase nel rispetto della normativa in materia stabilita dall'ICCD, l'iniziativa ecclesiastica in ambito catalografico si contraddistingue per alcuni aspetti peculiari che, non a torto, potremmo definire fondamentali per nuovi sviluppi conoscitivi sul patrimonio ecclesiastico italiano, per la sua tutela e la sua corretta valorizzazione.

Il caso del Progetto di Inventario in corso presso la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla in adesione a quanto elaborato a livello centrale dalla CEI,2 può suggerire alcune riflessioni in tal senso. Avviato nella Diocesi reggiana a partire dal 2000, il progetto ha già portato alla completa inventariazione di 172 enti parrocchiali fra i 319 che compongono l'intera provincia ecclesiastica, per un totale di oltre 300 edifici tra chiese parrocchiali, sussidiarie e oratori, principalmente situati in territorio appenninico, lungo l'asse pedemontano, lungo la fascia medio-montana e di crinale e, per quanto riguarda la pianura, Rubiera per la zona orientale, il guastallese con Gualtieri e Boretto per la zona occidentale. Fino ad ora sono oltre 40.000 i beni mobili schedati e già entrati a far parte della banca dati diocesana e si prevede supereranno la soglia dei 100.000 al termine delle operazioni. Si tratta di cifre che vanno ben oltre le conoscenze acquisite in seguito alle campagne di catalogazione ministeriale che hanno interessato questo territorio negli ultimi trent'anni. Ed è senz'altro possibile affermare che il patrimonio ecclesiastico reggiano sta per la prima volta emergendo nella sua globale entità e reale consistenza, non senza rilevanti implicazioni anche ai fini della sua tutela e salvaguardia. Un immenso patrimonio tradizionalmente, ma anche erroneamente, considerato "minore", fino ad oggi solo parzialmente noto e apprezzato; una messe copiosissima di testimonianze collegate allo svolgimento della celebrazione liturgica, non sempre assurte a fatti artistici, ma in ogni caso significativi documenti cultuali, affiorano quotidianamente grazie alla analiticità di metodo che contraddistingue la catalogazione CEI.

L'approccio analitico alla schedatura dei beni è attuato nella sua accezione più ampia: dalla ricognizione a tappeto di ogni edificio presente sul territorio, alla scelta di censire singolarmente ogni opera che rivesta carattere storico, artistico, liturgico, culturale, senza vincolo di vetustà, adottando il criterio della unicità fisica dell'oggetto nella sua integrità. La stessa sistematica di compilazione non prevede schede e fotografie cumulative per elementi di insieme, fatto salvo il caso della serie di oggetti realizzati senza intervento artigianale. Al contrario, l'intervento manuale insito in ogni manifattura, dà luogo a tante schede (e tante immagini) quanti sono i singoli componenti di un insieme: metodo che oltre a favorire la massima tutela per ciascuna opera, arriva talvolta a delineare precise fisionomie territoriali. Ne è esempio, in ambito reggiano, la consistente presenza di testimonianze tessili, specchio di quel fervore che caratterizzò la città emiliana, capitale italiana fra le prime nell'industria della seta già dal Quattrocento: incredibilmente conservati fino ad oggi, le nostre chiese stanno restituendo paramenti liturgici altamente significativi sia in quantità sia in preziosità, nella maggioranza dei casi finora del tutto ignorati.

Inoltre, l'informatizzazione del dato analitico e di quello fotografico, accanto alla elaborazione di un tracciato schedografico di livello inventariale dilatabile sino al livello catalografico ICCD, corredato di vocabolari di controllo, archivi relazionati Autore e Bibliografia e distinguibile per l'inserimento di ulteriori specifici campi peculiari del mondo ecclesiastico, conferiscono al metodo scientificità e rigore sul piano documentario, informativo e conoscitivo.

Parallelamente, tali caratteristiche consentono a ciascun gruppo diocesano di ricerca di elaborare propri percorsi di approfondimento, in relazione alle singole realtà culturali. In ambito reggiano, la possibilità di registrare informazioni specifiche (derivate dal livello catalografico ICCD) quali iscrizioni, stemmi, punzoni e marchi talvolta apposti sugli oggetti, ha suggerito l'opportunità di avviare il primo, sistematico censimento dell'oreficeria reggiana attraverso la punzonatura degli oggetti prodotti da botteghe di lunga tradizione attive nel corso dei secoli: un percorso di indagine a tutt'oggi inesplorato e che, al termine delle operazioni di inventario, consentirà di tracciare la storia locale di una delle arti più strettamente connaturate alla liturgia.

Ed è infine proprio questo legame fra tipologia e funzione, legame che dà vita a ogni opera prodotta nel circuito della fede, ad essere opportunamente evidenziato e messo in luce dalla metodologia di catalogazione ecclesiastica. La dimensione funzionale dell'oggetto liturgico è inclusa fra i contenuti richiesti dalla sistematica catalografica CEI, allo stesso modo della dimensione temporale, spaziale, attributiva, conservativa. L'inserimento del nuovo campo USOL Uso liturgico inerente la funzione, la fruizione e la ricezione di un'opera sacra, aiuta, almeno concettualmente, a ricondurre l'oggetto a quelle esigenze liturgico-devozionali che, seppur decadute nella pratica in molti casi, vivono come motivazioni della sua stessa creazione.

La menzione obbligatoria del colore liturgico nella schedatura specifica di un paramento o la scelta di analizzare episodi figurati, miniati o a stampa, posti a illustrare la scansione del tempo liturgico fra le pagine di un messale, un lezionario, un evangeliario, servono proprio a questo: affinché la catalogazione di un patrimonio a tal punto connotato quale è quello ecclesiastico, possa contemporaneamente coniugare le pressanti esigenze di salvaguardia con la necessità di una conoscenza matura e allargata, nella consapevolezza dell'unità e pari dignità delle arti e del loro servizio come strumento di comunicazione di fede.

[Cristiana Francesconi]

 

Note

(1) Nell'ampio quadro di intese a livello di Conferenza episcopale italiana e Ministero per i beni e la attività culturali si ricordino le "Norme per la tutela e la conservazione del patrimonio artistico e storico della Chiesa" approvate dalla X Assemblea Generale della C.E.I., n. 5 ("Notiziario CEI", 6, 1974, p. 107 e seguenti), e il successivo I beni culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti, 22, ("Notiziario CEI", 9, 1992); l'Intesa Ruini-Veltroni (DPR n. 571 del 1996), recentemente abrogata e sostituita dall'Intesa Ruini-Urbani del 25 gennaio 2005. In materia di catalogazione, l'azione congiunta fra l'amministrazione pubblica dello Stato e quella ecclesiastica è sancita dalla specifica Convenzione tra l'Istituto per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e la Attività Culturali e la Conferenza Episcopale Italiana circa le modalità di collaborazione per l'inventario e il catalogo dei beni culturali mobili appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche, 8 aprile 2002 ("Notiziario CEI", 5, 2002, pp. 17-20).

(2) Si rimanda a quanto illustrato in questa stessa sede da monsignor Giancarlo Santi, direttore dell'Ufficio Nazionale CEI per i beni culturali.

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