Rivista "IBC" IX, 2001, 2

restauri

Il restauro di alcuni luoghi verdiani

Pier Luigi Cervellati
[docente di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale all'Università di Venezia]

"Torniamo all'antico e sarà un progresso" è una delle tante sue celebri frasi. Magari ricordata per denigrarlo. Come fecero i giovani musicisti del primo Novecento quando indicarono un Verdi "vecchio" e reazionario. O per esaltarlo. Attribuendogli una lungimirante consapevolezza storicistica. Come ebbe quando compose le sue opere. Come bisognerebbe avere quando si fa un restauro. E tanto più quando il restauro non può limitarsi al singolo oggetto architettonico.

Sia come sia, "torniamo all'antico e sarà un progresso" smitizza quell'insieme di luoghi comuni che da tempo ormai troppo lungo accompagna la sua opera. Il passato visto come origine contadina, l'eco del "tonfo della vanga", da cui "genio contadino con l'alito di cipolla", "volgarità" come "popolanità". Dunque, "compositore provinciale"... Per dov'è nato? Per aver scelto Sant'Agata - provincia della provincia di una terra di confine - come casa della vita? Per la musica? In realtà, affermano gli esperti, nel corso di tutta la sua esperienza creativa, "Verdi cercò sempre di donare una connotazione internazionale al suo teatro [...] non si stancò mai di guardare al di là delle Alpi in un'ansia di aggiornamento che poteva toccare gli aspetti più disparati della sua produzione" (Arrigo Quattrocchi). (E tutti quei numeri ai margini dei brogliacci scambiati - come ricorda Pierluigi Petrobelli - per rendiconti di campagna, appunti di spesa, non potrebbero invece far parte della struttura compositiva? Nella biblioteca per altro non mancano i quindici volumi delle opere complete per strumento e tastiera di Bach, "il nostro grande Giovanni Sebastiano").

Anche i "posti" di Verdi sono infarciti di "luoghi comuni" o di corone di alloro, targhe, busti, medaglie, lapidi e varia cianfrusaglia cimiteriale. Visti non per quello che sono, o sono stati, ma quale icona celebrativa. Più che la vita questi posti riflettono un retorico rimpianto per il "genio", il "cigno". In alcuni casi, poi, il rimpianto diventa faticosa ipocrisia. Come la casa natale. Spartitraffico suo malgrado. Eppure, quella "provincia" che abitò per tante stagioni ("battaglie", le definì Gabriele Baldini), sarebbe da studiare quale epicentro - colore, spazio e tempo - delle sue opere.

Restaurare significa restituire. Per i luoghi della bassa parmense-piacentina si tratta di restituire la presenza di Verdi. Sia per Roncole, che rimase impressa nella memoria del maestro; sia per Sant'Agata, che fa parte della sua produzione operistica. Ciò significa allargare e approfondire la nostra conoscenza dei luoghi. Significa eliminare le incrostazioni del "luogo comune", ripristinando lo spazio alterato.

La casa natale non è (e non era, anche se più piccola) una "casetta" per poverissima (o "modestissima") famiglia. Era un'osteria spaccio attaccata ad un mulino. Dirimpetto all'abside della chiesa parrocchiale. Era un luogo frequentato. Dove - in certe pause dal lavoro - si beveva e si cantava, forse si bestemmiava. Si vociava. L'intreccio delle voci si accompagnava al rumore dei carri, ai suoni della natura, delle campane, dell'organo della chiesa e di quelli di Barberia. Si vedeva gente, si raccontavano storie. Insomma, era un punto di riferimento di una estesa pianura.

La pianura padana è stata costruita dall'uomo. "Perfetta" la definì Montaigne. Come un'opera fatta ad arte. I filari di pioppi segnavano confini geometrici, accompagnavano cavedagne, fiancheggiavano canali. Pochi i boschi anche ai suoi tempi. E anche questi "artificiali". La nebbia acceca. La "galaverna" cristallizza tutto. La tempesta è tale e quale a quella dipinta da Giorgione e da Guercino. La notte è più buia e misteriosa, come nel Trovatore. O in Don Carlos. O in tante altre opere.

Sant'Agata racchiude Roncole. A nord di Busseto appare come il suo opposto e non solo geografico. La costruisce per oltre trent'anni. "...Così faccio l'architetto, il mastro muratore, il fabbro ferraio, un pò di tutto. Quindi addio ai libri, alla musica, mi pare d'aver dimenticato e non conoscere più le note". Non è vero. Basta osservare i disegni. I disegni fitti di note, fatti apposta per la villa: sembrano pentagrammi. Il sangue, il cuore, ricorda Roncole. Il doppio filare dei pioppi, parallelo all'Ongina. Il viale dei platani, sotto cui cammina tutte le mattine. Ricorda la villa castelletto dei padroni della casa natale, i signori marchesi Pallavicino. Ecco il lusso della ghiacciaia. Ecco le grotte, come in certe ville palladiane conosciute molto bene dai fratelli Boito. Ecco l'acqua del laghetto assai più romantica e misteriosa dei geometrici canali che circondano il castelletto invidiato dai vili cortigiani. Superba la cucina. (Chissà com'era quella dei Pallavicino?).

L'impianto tipologico appare analogo a Villa Paradiso e con l'ultimo ampliamento e completamento, le due simmetriche terrazze bastionate, la memoria ritorna alla dimora estiva dei Pallavicino. Da dove prende le statue settecentesche che il marchese - si dice - era costretto a vendere per debiti di gioco. Ma gli occhi, la testa, guardano al di là delle Alpi. Ecco il giardino all'inglese. Ecco la mobilia e la tappezzeria comprate a Parigi. E quante visite riceve. Gli ospiti sono sistemati al primo piano, al piano nobile. Lui il piano e la Strepponi al piano terra. A diretto contatto con quel parco che è, a un tempo, palcoscenico e barriera. Mura di verde e spettacolo specie per chi lo guarda dal piano degli ospiti. Si dice anche che a Sant'Agata parlasse poco o nulla delle sue opere. Preferiva mostrarsi come ortolano, contadino, semplice muratore. Grande impresario agricolo. A Sant'Agata componeva. Sempre. Anche quando programmava un viaggio. Soprattutto quando costruiva la casa e il parco. Il modulo è ripartito secondo precisi ritmi...

Il teatro si sa non lo voleva. Trovava assurdo che un paese come Busseto avesse un teatro. Però non impedì la costruzione, dette anche un contributo cospicuo. Un teatro tutto verdino e finto argento. Versione ultima e in sordina del teatro tipo La Fenice (la moda la suggeriva Vienna). Fu inaugurato nel 1860. Maria Luisa di Borbone fu duchessa di Parma e Piacenza dal 1845 al '59. Realizzato dentro la Rocca che poi venne abbellita e privata del canale difensivo. Venne anche restaurata e come modello ancora Venezia, il Palazzo Ducale.

Dopo, il teatro, diventò "italiano", ossia rosso carducciano, come lo vediamo adesso.

Anche la casa natale non è più quella in cui nacque. È stata ingrandita e abitata fino a qualche decennio fa. Il mulino ha cessato di macinare. Hanno tolto la ruota e nel Canale delle Roncole manca l'acqua. Sempre più spartitraffico e sempre meno ambiente della bassa parmense-piacentina. Se non si ripristina l'ambiente circostante l'ultimo restauro perde di significato.

Villa Pallavicino sarà restaurata e utilizzata come "museo" verdiano. Nel circuito bussetano potrà assumere un significato importante se e in quanto anche Busseto - e in particolare la vecchia cinta di mura - saranno oggetto di un attento progetto.

Il mantenimento della casa della vita, Villa Verdi di Sant'Agata, non è facile e non solo per il costo. Le auto moderne convivono (male) con le carrozze. L'impianto arboreo soffre. Per la mancanza del maestro si sente abbandonato.

I lavori di restauro tendono a restituire la specificità dei luoghi. Mai come in questo caso, "tornare all'antico" ha rappresentato un'autentico progresso. Depurati dalle incrostazioni dei "luoghi comuni" e dalle retoriche mortuarie, questi posti possono rappresentare non solo la specificità dell'ambiente in cui Verdi nacque e visse lunghe stagioni: essi determinano l'identità culturale di una terra in cui la storia s'incontra con il lavoro e la natura con l'arte.

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