Rivista "IBC" XIV, 2006, 3

musei e beni culturali, territorio e beni architettonici-ambientali, biblioteche e archivi / media, editoriali

Una saggia politica dei beni culturali è intimamente legata ai linguaggi con cui si comunicano, tanto più all'interno di una civiltà multimediale che ha moltiplicato le tecniche e le virtù della comunicazione, con la forza della parola e con quella dell'immagine.
Fare cultura

Ezio Raimondi
[italianista, presidente dell'IBC]

Come forse si ricorda, il grande storico delle "Annales", Marc Bloch, apriva la sua classica Apologia della storia con la domanda: "Papà, spiegami a che serve la storia", che un ragazzo, suo figlio, rivolgeva al padre studioso; e aggiungeva subito che quel libro voleva essere la sua risposta, perché ciò che importava, e per questo poteva divenire una lode, era di saper parlare, con il medesimo tono, ai dotti e agli scolari, ossia a tutti, e quindi anche all'uomo comune. Osservava inoltre che una semplicità così elevata era una qualità rara, che insieme col desiderio di conoscere comportava il trovarci gusto, il piacere, come aveva detto il vecchio Leibniz, di conoscere cose singolari, ritrovandovi il fremito di vita umana, con un linguaggio capace di tracciare con precisione i contorni dei fatti, ma con duttilità, senza ondeggiamenti né equivoci.

Era una lezione di stile e di misura mentale che poi si realizzava nella sua scrittura, così viva, affabile, lucidamente ragionata, e che faceva della chiarezza e della limpidezza il principio fondamentale, e quasi il dovere, del dialogo del sapiente con i suoi lettori. E forse conviene ricordarsene proprio nel momento in cui si vuole ragionare, come in questo numero, di quella che tradizionalmente si definisce la divulgazione, cioè la trasmissione nitida ed efficace del sapere al di fuori della sfera dei competenti e degli addetti ai lavori. Certo una saggia politica dei beni culturali è intimamente legata ai linguaggi con cui si comunicano, tanto più oggi, all'interno di una civiltà multimediale che ha moltiplicato gli stili e le retoriche, le tecniche e le virtù della comunicazione e della persuasione, non solo con la forza della parola ma anche con quella, più suggestiva e forse più coinvolgente, dell'immagine.

Ma ciò che osservava Marc Bloch vale ancora di più per i molteplici codici comunicativi del nostro presente, in quella sorta di enciclopedia quotidiana che si realizza tra pubblicistica, televisione e internet. Qui non resta allora che interrogare la realtà e misurare il valore concreto delle pratiche e degli esperimenti; e per questo si è pensato di dare la parola ad altrettanti esperti, che illustrassero, dal vivo del proprio lavoro e della propria passione, i modi e le virtualità del discorso culturale e delle sue forme espressive. Tocca ora al lettore, come sempre, seguire le loro ragioni e trarne i primi orientamenti.

Intanto, per parte sua - mentre ripropone, e non è la prima volta, il problema di un'accorta, precisa e interessante comunicazione culturale - il nostro Istituto continua il suo lavoro nel territorio regionale e mette a disposizione le sue iniziative, i suoi progetti e le sue indagini perché possano fruttare in più luoghi, musei e biblioteche, e per pubblici diversi; di qui la circolazione plurima di mostre e rassegne tematiche come "Giganti protetti", "Gli occhi del pubblico", "L'offesa della razza", "La Nona Arte", per citare soltanto alcuni esempi, che bastano però per indicare un programma, e soprattutto una volontà, di ricerca e di messa alla prova di uno stile comune, di una coerente e incisiva sensibilità culturale. A modo suo l'IBC è anche un laboratorio di esperienze e di indagini e proposte espositive: se poi ci si richiama a Marc Bloch, è solo per dare una rinnovata tensione, intellettuale e morale, al proprio lavoro, e sottrarlo alle tentazioni di un'onesta routine, col rumore di fondo, diceva Calvino, dell'attualità.

 

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