Rivista "IBC" XIII, 2005, 3

Dossier: Destinazione Cina - Proposte italiane per la riqualificazione urbana

progetti e realizzazioni

"Asia Urbs Chn5-08": Roma chiama Pechino

Elisabetta G. Mapelli
[responsabile a Pechino del progetto "Asia Urbs Chn5-08" per conto di "Risorse RPR" spa]
Alberto Sansi
[collaboratore del progetto "Asia Urbs Chn5-08" per conto di "Risorse RPR" spa]

All'interno della linea di finanziamento della Commissione europea denominata "Asia Urbs" il progetto di cooperazione decentralizzata "Chn5-08 - Urban Sustainable Development Model for Beijing" è mirato allo sviluppo di un modello sostenibile e replicabile per la conservazione e riqualificazione del patrimonio storico, architettonico, urbano e sociale a Pechino, attraverso l'approfondimento di un caso studio, un progetto-pilota, su di un'area selezionata all'interno della città storica. È un progetto promosso dal Comune di Roma, che agisce attraverso "Risorse RPR", azienda specializzata nel settore, e ha come partner i Comuni di Parigi e Pechino, supportati ciascuno da università locali, in particolare dalle facoltà di Architettura e di Ingegneria dell'Università "La Sapienza" di Roma, dalla Science Po di Parigi e dall'Istituto di sociologia e dalla Scuola di architettura dell'Università Tsinghua di Pechino.

Il progetto (www.asiaurbschn5-08.org/) segue una precisa metodologia e fasi temporali definite e mira a proporre un approccio alla riqualificazione dei tessuti storici alternativo alla attuale politica della tabula rasa con sostituzione della popolazione esistente. L'approccio alternativo proposto sarà supportato da un piano economico finanziario e da un'analisi del quadro normativo che ne dimostri la fattibilità. Oggi, a oltre un anno dall'inizio, sono concluse le fasi di analisi e di sviluppo delle linee guida e degli scenari alternativi. Sta invece iniziando la fase di consultazione con i possibili attori interessati (sia sociali che economici) cui seguirà la definizione del modello finale.

L'area, di poco più di 6 ettari, è situata a nord-ovest della Città Proibita, un angolo del quartiere "Shichahai" delimitato a est dall'antico asse imperiale che dalla città proibita porta alla Torre del Tamburo e a nord e nord-ovest dalla riva meridionale dei grandi e suggestivi laghi artificiali che dall'epoca Yuan caratterizzano l'ambiente di quest'area. L'area prende il nome dalla via principale che l'attraversa, "Baimixiejie", che vuol dire "Via diagonale del riso bianco". Le origini del nome risalgono almeno alla dinastia Yuan, 1247-1368, quando, data anticamente una più ampia superficie del lago, era probabile vi fosse commercio di riso bianco qui trasportato per via fluviale. Al termine di una ricognizione su più ampia scala, è iniziata sull'area-studio un'indagine architettonica e sociologica, condotta porta a porta, per capire l'effettiva consistenza dell'ambiente costruito, le sue condizioni, le sue qualità e le condizioni di vita e il pensiero della popolazione locale.

Gli edifici costruiti prima del 1949, anno della fondazione della nuova Repubblica popolare cinese, rappresentano il 28,7% della totalità dell'ambiente costruito nell'area della Baimixiejie. Essi mostrano ancora quei caratteri tipici dell'architettura tradizionale cinese, come le murature in mattoni grigi, i tetti ricurvi, le strutture, le finestre e le decorazioni lignee: una memoria viva della tipologia pechinese tradizionale del siheyuan (letteralmente, "corte con costruzioni ai 4 lati"). Tali edifici costituiscono l'ossatura portante di questo contesto urbano e trasmettono le peculiarità di un tessuto costituito da case a un piano, con grandi alberi all'interno delle corti. Il rimanente è costituito per lo più da case costruite occupando e frazionando gli ampi cortili tradizionali, sia realizzate dal governo per provvedere a nuove abitazioni minime per i lavoratori, che assemblate abusivamente dagli abitanti per sopperire a necessità primarie del vivere quotidiano.

Il verde ha un peso straordinario nella caratterizzazione del tessuto a hutong ("vicoli"), in particolare il sistema formato dagli alberi più imponenti, cresciuti tra le case all'interno nelle corti, che spesso superano i cento anni e costituiscono un carattere fondamentale dell'architettura locale: dall'alto della collina del carbone questi alberi mostrano un altro volto della Pechino storica, quello di una città che vive all'ombra delle chiome verdi. Per comprendere l'origine e il valore del tessuto a hutong e la eventuale presenza di complessi di una certa rilevanza, oggi celati dal marasma di volumi e materiali che costituiscono l'edificato, è stata condotta un'analisi storica sulle mappe della città, a cominciare dalla carta dell'imperatore Qian Long della Dinastia Qing, datata 1750.

Oggi sono ancora in essere la quasi totalità degli hutong individuati nella carta del 1750. Sono stati individuati diversi complessi di edifici tradizionali di una certa importanza e moduli di siheyuan minori. Di questi, gli impianti di maggior interesse e meglio conservati nella loro interezza sono due ex residenze di importanti generali del passato. Entrambe con una tipologia complessa a tre assi, la prima ha due edifici a due piani verso il lago e racchiudeva due ampi giardini, oggi occupati da case, la seconda mostra invece uno schema più compatto e lungo gli assi centrale e occidentale sono visibili ancora l'architettura e gli elementi decorativi di un tempo.

Dallo studio approfondito per comprendere il processo di sviluppo del tessuto, dalla tipologia hutong-siheyuan allo stato attuale, in cui forti componenti politico-economiche hanno apportato significativi cambiamenti nei modi di vita e di uso delle abitazioni, è emerso come il passaggio da corte unifamiliare a plurifamiliare, la densificazione del costruito o la sostituzione integrale, hanno portato alla formazione di un "microtessuto", sovrapposto a quello preesistente, composto da nuovi percorsi pedonali, con funzione distributiva, interni agli antichi complessi. Un accurato rilievo porta a porta ha riscontrato nuovi modi di fruizione degli alloggi, individuando i principali modelli di sviluppo.

Interessante è stato per esempio scoprire che nonostante le corti originali abbiano perso la loro unità funzionale, l'evoluzione più o meno spontanea dell'ambiente costruito vede ancora la corte come tipologia dominante, sebbene riadattata e più piccola rispetto all'originale. Altro forte elemento di interesse è scaturito dal rilievo della distribuzione interna dei vani degli alloggi, dove emerge chiaro il desiderio di riproporre, per quanto possibile, schemi tradizionali che prevedono, per esempio, l'accesso da sud, un filtro all'ingresso o l'assegnazione agli anziani delle stanze migliori. Altra conseguenza del processo di densificazione-evoluzione è poi la formazione di spazi di aggregazione pubblica (micropiazze e giardini), che non sono propri della tradizionale forma urbana di Pechino e che oggi vanno a sostituire lo spazio relazionale delle vecchie corti private.

Una dettagliata analisi sociologica ha affiancato l'analisi architettonica e urbana, rivelando elementi di disagio più o meno visibili. Le linee guida del progetto sono volte quindi sia a salvaguardare le peculiari caratteristiche architettonico/urbano/ambientali, ma anche a soddisfare per quanto possibile i bisogni della popolazione, che in questo caso partono dal miglioramento di elementi basilari, quali la costruzione ex novo o la razionalizzazione delle reti infrastrutturali, il consolidamento degli edifici, il risanamento degli ambienti e degli spazi aperti e l'aumento della superficie minima pro capite, che oggi è stimata intorno ai dieci metri quadrati (comprese le edificazioni spontanee e precarie).

Una quantificazione del problema è stata prospettata attraverso l'elaborazione di scenari alternativi, da cui si esclude uno scenario puramente lucrativo, a vantaggio di scenari che pur mirando alla conservazione del patrimonio tengano alta l'attenzione verso il problema sociale. Per l'intervento che determina scenari "fisici", il tessuto è stato diviso in due grandi aeree, una caratterizzata da una forte e strutturante presenza di elementi del tessuto tradizionale, l'altra da edificazione povera o compromessa. Nella prima, a un esame approfondito corrisponderà, caso per caso, un intervento di trasformazione minimo: qui si mirerà a una valorizzazione del patrimonio, interpretando l'evoluzione spontanea del tessuto attraverso gli anni nel rispetto delle esigenze della popolazione. Nella seconda si attuerà una riqualificazione per sostituzione degli edifici, in modo però da mantenere inalterate le caratteristiche spaziali e le matrici generative del tessuto urbano esistente.

Le principali differenze tra gli scenari consistono da un lato nel trattamento dei tessuti abitativi, dove a un scelta "culturale" di mantenere tutta l'edificazione a un piano - soluzione più svantaggiosa dal punto di vista sia del mantenimento della popolazione, che dal punto di vista dell'analisi economico finanziaria - si contrappone l'ipotesi di una parziale edificazione a due piani, sempre attenta però alla valorizzazione delle caratteristiche principali del contesto; dall'altro in una scelta di tipo "sociale", dove o si tiene a social housing quanto basta per la popolazione da mantenere e il resto si immette sul mercato, o si prevede tutto il residenziale a edilizia sociale.

Dato il carattere prevalentemente sociale, sono in corso di valutazione metodologie per il bilanciamento dei diversi scenari, alternative all'intervento pubblico. Lo studio di fattibilità finale, completo, verrà pubblicizzato dai tre partner nel dicembre del 2005 nel corso di un evento sulla riqualificazione della città che si terrà a Pechino.

 

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