Rivista "IBC" XIII, 2005, 3

mostre e rassegne, pubblicazioni, storie e personaggi

Mario Nanni: i giochi delle metamorfosi, a cura di B. D'Amore, Bologna, Pitagora Editrice, 2005.
L'orologio dell'universo

Claudia Collina
[IBC]

Mario Nanni ricorda sempre, parlandomi del suo lavoro, che la differenza tra un artista e un ingegnere è la fedeltà al progetto iniziale: il tradimento che l'artista può perpetrare al disegno dell'opera, l'irresponsabile deviazione, improvvisa e inconscia, dall'idea iniziale, è ciò che porta l'artista al brivido della scoperta e dell'invenzione, a percorrere nuove e sconosciute espressioni d'arte con la libertà di chi è privo di responsabilità se non con se stesso, con il significato e la forma del suo lavoro mediato dal "grezzo e materiale (materico) diaframma" (A. Emiliani, 1967) della tecnica.

Artista a tutto tondo, non codificabile da un solo medium, Nanni ha espresso le sue costanti poetiche nell'arco di sei decenni attraverso il disegno, la pittura, la scultura, l'installazione e l'environment, all'insegna dell'ossimoro di una costante trasformazione dell'idea. Egli ha recentemente esposto al pubblico i suoi ultimi lavori, I giochi della metamorfosi, summa in una stilla dei suoi percorsi concettuali e formali; e donato due opere di tale ciclo all'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna. Questa monografica di Mario Nanni - tenutasi nell'ambito del ciclo "Mostre a Castello: l'artista al lavoro" organizzato da Carola Pandolfo Marchegiani presso la Galleria d'arte moderna di Castel San Pietro Terme (Bologna), e accompagnata da un piccolo, ma prezioso, catalogo con testi di Bruno D'Amore e Monica Miretti - diventa così un'occasione per riflettere sull'attività feconda di questo artista.

Nato in Toscana, ma endemicamente emiliano-romagnolo, Nanni è uno dei protagonisti della storia dell'arte del territorio da più di cinquant'anni e il suo operato, nel complesso, trova sintesi omologa, ut pictura poёsis, nei versi di Thomas S. Eliot: "Il tempo presente e il tempo passato / Son forse presenti entrambi nel tempo futuro, / E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato / Se tutto il tempo è eternamente presente / Tutto il tempo è irredimibile". Un arte dell'esistenza, quindi, iniziata con esordi figurativi subito lasciati per i significati e i gesti della poetica informale, che Nanni interpreta, a metà degli anni Cinquanta, con qualche suggestione spazialista, ma privilegiando sostanzialmente un organicismo materico che, attraverso il suo coagularsi, arriva ai "nuclei" dell'esistenza, metafora visiva delle cellule vitali in trasformazione.

Dalla fine di quel decennio alla metà degli anni Sessanta egli fa scaturire dai suoi lavori informali quella parca "possibilità di relazione" (Crispolti, 1960) con la figurazione, composta in strutture reiterate e dinamiche, tanto da aver fatto parlare di neofuturismo. Poco dopo la riflessione sull'oggetto e lo spazio diventa preponderante nell'ambito della sua ricerca, come per la maggior parte degli artisti più aggiornati: la cultura della pop art lo portava a riflettere sul "culto dell'oggetto" legato alla tecnologia, discorso sul quale l'artista ha insistito a lungo sino a esiti oggettuali, in cui l'astrattismo geometrico dà vita a sculture che diventano la sintesi formale dell'oggetto fenomenico esperito dall'artista, ma filtrato dalla sua "coscienza selettiva" (Accame, 1967).

Il 1968 si dimostra cruciale per Nanni: realizza un importante environment d'arte ambientale, I giochi del malessere, cui seguono lo straordinario Amore mio e la performance Il limite del mare, dove i segni dell'idea stesa sul progetto cartaceo rifluiscono, oggi, nei Giochi della metamorfosi, come se Mario continuasse a cercare la misura dei limiti del globo e dello spazio, attraverso i canali materici della sua pittura che ci stupisce attraverso l'incessante, regolare, metamorfosi operata dai flussi energetici dell'orologio cosmico, con una fantasia più storica e simbolica rispetto a quella matematica, fisica e geometrica con cui misurava il "limite del mare".

Con Amore mio, inoltre, Nanni adotta stabilmente la carta geografica, materialmente sostituita alla tela, sulla quale si trasforma "una sorta di action painting congelato e meccanizzato" (Caroli, 1974) da cui poi scaturiscono le Geografie dell'attenzione: installazioni bidimensionali o tridimensionali, attraverso l'elaborazione pittorica della cartografia, in cui l'indagine di Nanni diventa topografica e fantastica al tempo stesso, un'interpretazione emotiva e concettuale dell'habitat trasformato dall'essere umano e dal suo sviluppo tecnologico, che trae origine dalla riflessione e maturazione di opere degli anni Sessanta, come Macchina-faro, Sequenze e Finestra sulle cose.

Le "cose" tecnologiche trovano l'acme nel Mitico computer, anno 1973: le forze energetiche ideali e ordinate delle sculture in ferro sono espresse da Nanni sulla carta, trasformate in linee disordinate e confuse, aggrovigliate in una metafora rivelatoria del caos e delle nevrosi che talvolta albergano nel cervello umano, simbolizzato dal computer quale ricercata forma di una poetica oggettuale rinata dalle braci non ancora sopite della pop art. "Questo mio lavoro poggia su due componenti contraddittorie (che sono poi in fondo una mia costante): una di origine grossomodo fenomenologica che mi porta verso una fusione e compenetrazione organica, un contatto con le cose, l'altra di ordine analitico strutturale che mi fa considerare il versante dell'indagine e dell'analisi, così che l'impeto energetico, dinamico, di coinvolgimento organico, l'energia immaginativa e il meccanismo dell'immaginazione con la sua inevitabile parte di gioco assumono un aspetto di vertigine fredda" (Nanni, 1975).

Alla fine degli anni Settanta l'artista è in linea con le istanze della pittura segnica, ma il suo lavoro trae linfa dal passato, ossia dalle prime esperienze informali che, trasformate, s'innestano con cogenza nella corrente poetica degli anni Ottanta e Novanta. Dopo una parentesi in cui "i segni tendono a rimarginarsi" (C. Spadoni, 1978) in installazioni di breve seduzione poverista come Topologia dell'immaginario e Soldificazioni, i topoi che fanno parte della carriera di Nanni - il concetto di stratificazione, il segno e la materia - sono messi in opera nelle sculture e nei dipinti che ripropongono con coerenza le tensioni concettuali dell'artista, come nelle Colonne, sino ad arrivare a punte qualitative come la serie di opere La traccia dell'esistente, indagine sulla precarietà e inafferrabilità fenomenica e sulla ricchezza di un fuggevole presente noumenico, erede del passato e genesi del futuro al contempo, capace di lasciare l'impressione, il segno, la traccia. Materia magmatica e rigore geometrico convivono con consapevolezza nel lavoro di Nanni sino alle Impronte e Installazioni del 1993-94, dove ricompare, in scultura, un altro dei simboli del passato dell'artista: l'ingranaggio dell'orologio quale metafora dei cosmi, micro e macro, e della circolarità del tempo che li governa.

Nel 1995 lo studio dell'artista viene danneggiato da un incendio dove, purtroppo, molte opere storiche del periodo informale vengono semidistrutte; cultore del processo della trasformazione della materia e dell'energia, come un alchimista, Nanni valorizza ciò che è rimasto ed espone a Ravenna, nel 1997, nuove pagine d'arte la cui combustione involontaria ha portato rinnovata energia alle opere che, simbolicamente purificate, palesano sul legno drammatiche partiture intersecate da arabeschi sinuosi: segni del passato provati da un presente infausto, che risorgono come araba fenice a nuova emozione estetica.

La convivenza degli opposti in perenne trasformazione l'un con l'altro in un'unica unità, sono alla base di filosofie orientali e delle teorie psicanalitiche d'inizio Novecento, mentre l'analogia e l'osmotico rapporto tra microcosmo e macrocosmo ha attraversato secoli di storia della filosofia, da Lucrezio al Romanticismo tedesco, sino ad arrivare ad Herman Hesse. Ne I giochi della metamorfosi, ciclo d'installazioni che Nanni compie dal 2004 a oggi, egli amplia le Geografie dell'attenzione a sguardi universali, spostando il punto di vista nel tentativo di rileggere e superare il rapporto sublime e romantico tra l'uomo e il cosmo alla luce della tecnologia spaziale, che ha squarciato le prospettive dell'uomo verso l'universo, e della ricerca fisica sui neutrini e l'armonia cosmica; e il suo lavoro culmina, attualmente, nella sintesi perfetta della scultura, dal titolo di sapore calviniano, La città errante, dove Nanni, recuperando ancora una volta un elemento dal passato, l'ingranaggio a orologio per le Componenti variabili, crea una nuova metafora del pianeta, del luogo in cui s'interseca un'umanità nomade e globalizzata la cui energia, vorticosa, orizzontale e costellata da simboli, è proiettata verso il sistema solare e la scoperta di nuovi mondi, o verso un'inquietante esplosione della stella nebulosa.

 

Mario Nanni: i giochi delle metamorfosi, a cura di B. D'Amore, Bologna, Pitagora Editrice, 2005, 30 p., s.i.p.

 

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