Rivista "IBC" XIII, 2005, 3

interventi, leggi e politiche, storie e personaggi

Un intervento pubblicato su queste colonne nel 1993, e ancora attualissimo, per ricordare lo stile di uno dei protagonisti più fedeli e appassionati del nostro Istituto.
Turismo fra cultura e promozione

Aldo d'Alfonso
[già membro del Consiglio direttivo dell'IBC]

Alla fine dello scorso maggio è improvvisamente venuto a mancare Aldo d'Alfonso, uomo di spicco nella vita pubblica e culturale della città di Bologna e della regione Emilia-Romagna. Tanti e prestigiosi gli incarichi che ha ricoperto, nei quali ha portato la sua profonda competenza e un'onestà intellettuale e umana in cui eleganza e ironia rivelavano matrici familiari rintracciabili dalle falde del Vesuvio alle nebbie britanniche e una formazione culturale assai composita.

Un legame intenso e proficuo legava l'Istituto per i beni culturali a d'Alfonso, che ne fu consigliere dalla fine degli anni Settanta fino alla seconda metà dei Novanta, annoverandosi tra le personalità che con maggiore passione e competenza hanno contribuito a radicare una consapevolezza etica e sinceramente democratica del concetto di patrimonio, dell'importanza della sua valorizzazione e conoscenza, su un nuovo modo di considerare economia e cultura. Fu a lungo anche presidente dell'Azienda provinciale del turismo di Bologna.

Nei lunghi anni di "militanza" nell'Istituto, Aldo d'Alfonso ha diretto diversi progetti e collaborato a tanti altri. Delle iniziative dell'IBC che lo hanno visto protagonista ci piace ricordare "Acquedotto 2000", una mostra e un catalogo che partendo dal condotto di età romana della città di Bologna ebbero un quid di grande novità nel riproporre il tema, poi diventato sempre più attuale, delle acque, del loro regime e dei significativi sviluppi che queste comportano in ordine alla vita economica e sociale di una comunità.

Particolarmente attento alle dinamiche della comunicazione e della divulgazione, giornalista egli stesso e poi negli anni anche autore di saggi che riflettevano sulla compagine politica in cui era cresciuta e aveva operato la sua generazione, d'Alfonso ha sistematicamente collaborato e dialogato con la nostra rivista anche dopo aver lasciato l'incarico di consigliere. In questa sede desideriamo ricordarlo attraverso il suo pensiero, riproponendo un editoriale firmato per "IBC" nel 1993,1 ancora di grande attualità. È interessante cogliere l'importanza che da vero uomo di cultura d'Alfonso assegna alla didattica per realizzare un efficace e capillare percorso di conoscenza e dunque di identità culturale. La leggerezza della profondità è stata una delle caratteristiche di questo gentiluomo con il quale molti di noi hanno avuto la felice opportunità di collaborare e di "crescere".

 

Può la cultura ­- intesa come beni, eventi, manifestazioni culturali - dare impulso al turismo e in che modo? Dando per scontata la risposta affermativa alla prima parte della domanda, sulla seconda è acceso il dibattito tra chi si interessa di turismo e, purtroppo meno, tra chi si interessa di cultura. Nella nostra regione il tema è di particolare attualità di fronte alle difficoltà di tutti i turismi in posizione di stallo, quando non in flessione e al sogno secolare degli operatori dell'entroterra di essere considerati alla pari di Venezia e Firenze o di raggiungere i traguardi dei fratelli della costa gratificati da un turismo di vacanze. Anche questi ultimi, d'altra parte, hanno cominciato a guardare alla "cultura" come sostegno e complemento al sole e al mare.

Sorvolando sulla equivocità del termine, credo non possa mettersi in dubbio che tutta l'Emilia-Romagna ha una "vocazione" anche per un turismo "culturale" oltre a quello vacanziero, di affari, fieristico, congressuale, sportivo, verde e via viaggiando. La ricchezza di "beni", la vivacità e il numero degli eventi culturali, l'organizzazione della cultura, la pongono, senz'altro, in pole position, non solo tra le regioni italiane. Perché le "sinergie", tanto invocate, tra cultura e turismo possano dar frutti è necessario, però, mettere con i piedi sulla terra un discorso che, altrimenti, rischia di restare astratto.

Il primo equivoco dal quale è utile sgombrare il campo è la convinzione di molti che un qualsiasi bene o evento, anche notevole, sia di per sé, solo se ben "promosso", creatore di flussi turistici. Questi vanno, infatti, verso un "prodotto" complesso fatto di facilità di accesso, ricettività, notorietà, vivibilità della località, durata della possibile fruizione. La mancanza o la carenza di uno di questi elementi non può non penalizzare l'effetto turistico. Se il bene o l'evento, poi, è notevole, sì, ma soltanto perché suscita passioni, ricordi e nostalgie di chi lo sente proprio, è meritevole che gli sia data importanza, ma è illusorio che possa avere un reale impatto turistico.

Detto questo, un'osservazione utile non certo per mortificare iniziative culturalmente valide, ma per evitare una confusione voluta o non, che spesso porta a una "distrazione" di fondi dal turismo (che ne ha pochi) alla cultura che non ne ha certo tanti e viceversa, una confusione che non giova né all'uno né all'altro settore, la ricerca va sviluppata sul terreno del pubblico o, se si preferisce, del cliente al quale si guarda. I conti vanno fatti, innanzitutto, con la realtà "culturale" oggetto di un'offerta turistica.

Il pubblico interessato a eventi e beni culturali può dividersi in tre categorie. Gli specialisti, gli acculturati o di cultura media, quelli della "cultura di massa". Il primo trova a iosa opportunità per venire in Emilia-Romagna. E non può dirsi che manchi, per occasioni "universitarie" o perché sempre sufficientemente informato sulla gran copia di beni ed eventi che offre la regione. Purtroppo non è numeroso, almeno sotto il punto di vista del turismo.

Il terzo, e l'ho sostenuto e lo sostengo, scontando l'impopolarità dell'affermazione, è difficile che trovi motivazioni tali da fargli preferire le nostre città a Venezia o Firenze come meta, per esempio, per il viaggio di nozze o per una sosta prolungata dopo una fiera delle calzature o un congresso sindacale o come un interessante intermezzo di sempre più poche giornate di mare e di sole. Le nostre città gli offrono gastronomia, discoteche et similia, come complemento alla sua prima motivazione e non guasta. Sarebbe utile esaminare come lo fanno, ma non è questa la sede. Le ragioni sono tante, in primo luogo un'educazione scolastica tendente a privilegiare una storia e un'arte fatte di personaggi famosi o di eventi straordinari, anziché la coralità di uomini e di fatti dai quali questi sono emersi, non in secondo luogo le comunicazioni di massa che, in generale, sono dello stesso tipo. Una promozione cultural-turistica verso questo genere di pubblico potrebbe esser fatta, ad abundantiam, se i mezzi a disposizione fossero tanti ma, con i tempi che corrono, è uno spreco se toglie poco o molto a una promozione più mirata. Le città dell'Emilia-Romagna sono ricche di una cultura diffusa, nella quale gli "unici" sono poco presenti, che può esser apprezzata e assaporata da chi ha coscienza che l'insieme architettonico e urbanistico, i capolavori "minori", il complesso della vita culturale, serve, spesso, a capire e a diventar saggi più di ciò che si trova sulle scatole dei cioccolatini e dei fiammiferi o nei titoloni.

Per questi motivi è alla seconda categoria di questo pubblico potenziale (in parte già esistente) che, a mio parere, va indirizzata l'attenzione di chi intende "sfruttare" la cultura anche a fini turistici o di chi pensa, giustamente, che il turismo possa servire anche a elevare il livello culturale di tanti. Per non essere accusato di minimalismo voglio precisare che di tanti si tratta e non di pochi. Rinunciare a un pubblico che ho definito di "cultura di massa", non significa rinunciare a una massa consistente di pubblico. Di cultura media, infatti, sono, ormai, decine di milioni, in Italia e all'estero. C'è di che riempire alberghi, ristoranti, strade e pinacoteche per tutti i giorni e per molti anni. Il problema è quello di trovare il modo e le forme per raggiungere questo pubblico, per convincerlo che vale davvero la pena di venire e sostare in Emilia-Romagna. A questo dedicherò l'ultima parte delle mie osservazioni, aggiungendo che il discorso non riguarda soltanto la nostra regione, ma altri ancora, in un'iniziativa verso questo tipo di pubblico vanno esaminate quali sono le carenze che si sono finora manifestate e le sinergie che non si sono sufficientemente realizzate.

La fondamentale carenza - che riguarda, principalmente, chi si occupa di cultura - è data dal fatto che, salvo rare eccezioni, il prodotto culturale, si tratti di eventi o di beni, è creato, organizzato, pubblicizzato, al livello di chi lo costruisce, lo studia, lo "dibatte". Per molti di "alta cultura" sembra che dare un posto alla didattica, al significato del fenomeno, sia abbassarsi di due spanne. Dar per scontato che in un museo una premessa didascalica sugli etruschi sia un'inutile perdita di tempo e che sia più importante chiarire che un certo reperto è stato trovato a settanta centimetri, anziché a due metri sotto terra, o che in una mostra sia inutile dire che cosa è stato il divisionismo, significa parlare soltanto ai colti colti e, se non rinunciare a un pubblico medio, allontanarlo. L'osservazione vale anche per cataloghi e materiale che è utile sia specialistico, ma non inutile che sia anche didattico, nelle dimensioni e nella forma.

Il discorso va esteso alle attività promozionali. Troppo spesso, anziché prevedere nei bilanci preventivi che almeno un dieci per cento della spesa sia destinato alla promozione, si spendono gli ultimi soldi per esporre un quadro in più, salvo, poi, lamentarsi che non si è avuta l'affluenza di pubblico che l'evento meritava. Rimbrotti, questi, che vanno essenzialmente rivolti alla "cultura". Insieme a quello, non ultimo, che i tempi della promozione vanno anticipati, con date certe, di mesi e non di giorni o settimane se si vuol dare il tempo, a gente sempre più occupata, di programmare un viaggio allo scopo. Una "missione culturale" non si esaurisce nel "fare" una cosa, ma può dirsi compiuta solo se si è fatto in modo che il prodotto giunga più lontano possibile.

Perché non si pensi che le colpe siano soltanto da una parte, c'è da dire che gli interessati al turismo ne hanno non poche. La prima è quella di una divisione di compiti che, per quanto li riguarda, consiste sovente nel principio: "Voi dovete spendere, noi dobbiamo incassare!". Una collaborazione, anche finanziaria, all'organizzazione di una manifestazione o alla visibilità di un bene culturale sarebbe auspicabile, ma una disponibilità a non formali facilitazioni alberghiere, ristoratorie o di shopping è da miopi non dimostrarla. Sono ancora pochi che lo capiscono. Così come sono ancora pochi, tra i promotori turistici, che non si rendono conto dello spreco rappresentato da opuscoli, libri e filmati - una spesa che va dal milione alle decine di milioni [di lire, ndr] - che una volta prodotti, non ci si preoccupa a chi e come giungono.

Un difetto che accomuna gli addetti alla cultura e quelli al turismo è la presunzione di saper parlare in modo convincente per qualsiasi pubblico, ignorando che un qualsiasi messaggio va calibrato secondo il target che si desidera colpire e confezionato secondo i gusti e le suggestioni di questo. Non ce l'ho con gli "storici locali" e non sopravvaluto la scienza dei "comunicatori", ma guide e itinerari proposti da chi si intende solo di una materia sono troppo spesso di un'efficacia nulla ai fini turistici e anche culturali.

Per concludere va detto che una collaborazione tra cultura e turismo, e viceversa, può dare frutti notevoli soltanto se alla... improvvisazione individuale si sostituisce un'intelligenza collettiva fatta di scienza, di esperienza, di capacità comunicativa, avendo coscienza che gli esperti tuttologi non esistono e che il "fai da te", già rischioso per il bricolage, è senz'altro dannoso quando si pretende di perseguire il bene pubblico. Le potenzialità esistenti sono molte, i tempi propizi, il fatto che sempre più spesso si parli di cultura e turismo insieme, che un istituto come l'IBC non si limiti a un grido di dolore e a un incitamento, ma su questi temi abbia aperto un dibattito approfondito, fa ben sperare. Perché dalle parole si passi ai fatti è necessario non solo mettersi tutti una mano sulla coscienza e una nella tasca, ma ricercare seriamente modi di lavoro comune, in una programmazione precisa che superi incomprensioni e improvvisazioni.

 

Nota

(1) A. d'Alfonso, Turismo fra cultura e promozione, "IBC", I, 1993, 6, pp. 3-4.

 

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