Rivista "IBC" XIII, 2005, 3

convegni e seminari, interventi, mostre e rassegne

Nella capitale della riviera romagnola per ascoltare, dalla voce di un grande studioso, il racconto di come è nata la tradizione dei classici. Al primo "Festival del mondo antico" può succedere anche questo.
L'antico nel presente

Luciano Canfora
[docente di Filologia greca e latina all'Università di Bari]

Dal 23 al 26 giugno 2005, sullo sfondo di una inusitata Rimini romana e preromana e di alcuni luoghi vicini, si è svolto il primo "Festival del mondo antico". La manifestazione è stata interamente dedicata alla fruizione critica dell'antichità in tutte le sue espressioni storiche, artistiche, letterarie, filosofiche, scientifiche, ludiche, e dei suoi valori o suggestioni latenti nelle espressioni del contemporaneo. Il festival - che nasce come sedimento ed espansione di altre iniziative riminesi degli ultimi anni, come "Antico/Presente", di cui rappresenta una naturale evoluzione - ha riscosso grande attenzione, proponendosi come rappresentazione di quanto il presente pensa e opera in relazione al passato più o meno remoto, più o meno ammantato di classicità. Un'antichità non solo greco-romana ma, anche per ragioni storiche e comparative, più remota nello spazio e nel tempo. Tra i numerosi contributi degli autorevoli studiosi che hanno partecipato alla rassegna, vi proponiamo la parte iniziale della lezione tenuta dal professor Luciano Canfora sul tema "Tradizione dei classici. Come si salvarono i classici e come si persero. E perché".

 

Il tema di questo incontro è, ovviamente, smisurato e vorrei delimitarlo per punti che a me paiono più rilevanti. Il destino dei testi è un argomento che propone un'infinità di "uscite" e di "porte". Può condurci verso questioni di carattere materiale: la forma dei libri, perché si perdono, perché e come sopravvivono, quanto durano. Oppure possiamo chiederci quando comincia la consapevolezza che si stanno accumulando dei libri da conservare, quindi l'idea di conservarli. E quali forze presiedono alle scelte che fatalmente si determinano. I testi vivono un percorso che incrocia vari problemi, varie questioni e io cerco di mettere insieme queste varie prospettive, in modo semplice, schematico, come credo che sia più utile e giusto fare, muovendo da problemi di carattere fisico.

Partiamo dal mondo greco. Non perché i Greci siano gli unici antichi possibili, ma perché, per molte ragioni, sono i nostri più immediati Antichi. Il mondo greco, nel nostro immaginario, è un punto d'inizio. Ma non fu tale. Era un punto d'approdo di una storia precedente, lunghissima. I Greci avevano coscienza di avere un passato molto più breve del passato di altri popoli, con i quali erano entrati in contatto. Ricorderò almeno due autori distanti tra loro nel tempo: Erodoto e Diodoro di Sicilia. Erodoto vive nel pieno V secolo a.C., nasce ad Alicarnasso e vive ad Atene, poi anche in Magna Grecia. Diodoro vive al tempo di Giulio Cesare: tra loro, quindi, c'è di mezzo una distanza quasi pari a quella che c'è tra Ariosto e noialtri, per intenderci. Entrambi hanno ben chiara l'idea che molto si deve agli Egizi.

Dice Erodoto, in un passo famoso, che i Greci hanno tradotto il pantheon egiziano in termini greci, lo hanno trasportato e tradotto anche come onomastica. L'Egitto è presente pure per un'altra ragione: perché è un mondo con un passato così lungo, che dà ai Greci la percezione della loro giovinezza. È celebre un episodio che Erodoto racconta con ironia. Ecateo di Mileto va in Egitto e dice che ci sono alle sue spalle, sulla sua testa, sedici generazioni in cima alle quali ci sono gli Dei, e i sacerdoti egizi gli fanno vedere trecento e passa statue, corrispondenti ciascuna a una generazione di sacerdoti: in cima c'era ancora un essere umano, gli dei erano molto più lontani. È come se si scoperchiasse il cielo sulla testa di Ecateo, dice Gomperz, un grande studioso del pensiero greco, quando racconta questo episodio riportato da Erodoto. Ancora nel Crizia di Platone, Solone va anche lui Egitto, paese che rappresenta il passato e la storia, e si sente dire "voi greci fanciulli". Ma in quella narrazione s'introduce un altro elemento: una sorta di diluvio che ha travolto una realtà remotissima. I Greci sono al di qua di questa cesura. Perciò sono, come dice appunto il sacerdote egiziano a Solone, "fanciulli".

Il racconto erodoteo, che di solito viene guardato come racconto di un passato non solo remoto ma mitico, in realtà risale assai poco indietro nel tempo. Lo spazio storico alle spalle di Erodoto è assai breve. La percezione di un passato raccontabile era di corto respiro. E c'era però l'idea che da un mondo molto più vecchio, cioè dall'Egitto, fosse venuto tantissimo. Diodoro, nel libro in cui parla del debito intellettuale dei Greci nei confronti dell'Egitto, è assai dettagliato e probabilmente dipende da fonti assai più vecchie di lui. Mi sono fermato su questo punto perché uno dei lasciti di importanza epocale che viene al mondo greco da questo mondo più vecchio è l'idea che il passato si conserva su strumenti materiali: rotoli di papiro, fasci di carte, fatte di strisce di papiro, memoria di qualche cosa. Traccia scritta di opere dell'intelletto. Non era l'unica base materiale per lasciare traccia del pensiero, ma l'approdo a questo strumento nel mondo greco ha segnato una rivoluzione, importantissima, strettamente connessa con la creazione, usiamo una parola azzardata, letteraria.

In un passo di un periegeta, Pausania, che racconta la Grecia, siamo nel II secolo d.C., nel libro che riguarda la Beozia, a proposito di Esiodo, un poeta remotissimo, si dice che di Esiodo si conservava il testo su lastre di piombo. Dunque c'era l'idea di un'altra base scrittoria, diversa dal papiro, ma questa forniva un esemplare unico. Tra l'altro Pausania scrive che gli mostrarono questo testo, ma che cominciava in modo diverso dal testo esiodeo a lui noto. È evidente che con la diffusione di uno strumento come il foglio di papiro, che s'incolla ad altri fogli e crea un rotolo, comincia a costituirsi la possibilità di conservare quello che si è scritto e pensato. Le nostre conoscenze in questo campo sono, come cercherò di ribadire nel corso di quest'esposizione, molto limitate, molto unilineari.

Il viaggio dello spirito, si potrebbe dire con linguaggio vagamente hegeliano, corrispondente a quella che persone più poetiche di me chiamano l'avventura greca, il viaggio dello spirito, dicevo, ha un andamento piuttosto singolare. Comincia con un preludio rappresentato dall'epica. L'epica arcaica raccolta dentro due corpora di poemi. La Ionia produce la poesia lirica, ma poi questo viaggio si sposta verso Atene, nel momento in cui entrano in scena personaggi, per esempio, come Solone. Dopo di che Atene diventa il centro della nostra idea di questo viaggio dello spirito. E sembra quasi che questo viaggio abbia davvero una tappa stabile, durevole, centralissima: la tragedia, tutto il teatro, il pensiero filosofico, storiografico, l'oratoria, eccetera: tutto è ad Atene. Quindi - sempre perché lo spirito non si sa mai dove spira, e questo è uno dei suoi problemi - succede che esso si trapianta, si dice, perché Alessandro Magno ha avuto l'idea straordinaria di conquistare il mondo. E il nuovo centro diviene Alessandria. Di lì s'irradia in un ambito geografico più grande. Atene passa in seconda linea e da Alessandria, dal mondo ellenistico - sempre perché lo spirito è lungimirante e sa provvedere a noi che ne siamo i beneficiari - trova poi un nuovo approdo nel mondo romano, che ne diventa erede. Questa idea che ho cercato di presentare è piuttosto comune; è l'immagine che si è affermata e che, se vogliamo, anche manualisticamente, può essere codificata e documentata. Ma, ripeto, è una costruzione a posteriori. Il modo in cui si è configurata la tradizione superstite, quello che c'è rimasto, ha delle cause precise, che cercherò di indicare. Quest'idea del viaggio dello spirito è frutto di una scelta che si è affermata nel tempo.

Tale scelta diventa, nella nostra consapevolezza, la realtà. Altri teatri attraversò lo spirito, che noi non conosciamo altrettanto bene. E però questa idea unilineare e coerente si è affermata, sostituendosi a una realtà effettiva che è molto più grande e noi possiamo solo intravederla. Noi trasformiamo in realtà oggettiva ciò che ci è giunto attraverso una scelta fatta da altri nel tempo. Riscriviamo il passato sulla base di questo, che è un effetto rispetto a noi. Anch'io quindi vi parlerò del mondo ateniese. E dirò di più: aggiungerò che nella lettura retroattiva, che la tradizione ha determinato, il mondo ateniese ha presto raggiunto una centralità. A un certo momento si afferma l'idea che ad Atene, al tempo di Pisistrato, siamo nel VI secolo a.C., c'è stata una biblioteca. La biblioteca di Pisistrato. La stessa fonte che ci dà questa notizia dice che anche altri tiranni, per esempio Policrate di Samo, avevano una biblioteca. Però l'accento è sulla biblioteca di Pisistrato. Questa biblioteca, che non c'è mai stata, naturalmente, viene descritta con dei caratteri che la rendono assai simile alla biblioteca di Alessandria d'Egitto, sorta molto tempo dopo. Possiamo collocarla al tempo del secondo Tolomeo, nella migliore delle ipotesi, e siamo dunque nella prima metà del III secolo a.C., un bel po' di tempo più tardi.

Una volta, in un bellissimo articolo per l'Enciclopedia italiana sulle Biblioteche antiche, Giorgio Pasquali - filologo molto notevole, intellettuale italiano della prima metà del Novecento, ma è un po' riduttivo definirlo filologo: lo chiamerei più volentieri uno storico - pose una domanda apparentemente ingenua: chissà cosa mai ci poteva essere nella biblioteca di Pisistrato. Forse qualche poema epico intorno all'Iliade e all'Odissea, visto che una tradizione, in parte accettabile, ci fa capire che Pisistrato ha avuto, lui e il suo entourage, una certa influenza nel costituirsi del corpus omerico. Questo non fa una biblioteca, naturalmente.

Quali libri leggevano gli Ateniesi e perché? Conservavano i libri per quale pubblico? Quale circolazione libraria ci poteva essere, quale alfabetismo diffuso poteva giustificare una circolazione libraria? La domanda che, giustamente, ci si pone è: dopo la fruizione collettiva che si produce, per esempio, nel teatro, o all'assemblea, o nel tribunale, la diffusione libraria di un'orazione giudiziaria, di un'orazione politica o di un testo di teatro, che senso ha? A chi era diretta? O è una nostra illusione modernistica? La risposta che si dà a questo quesito orienta il nostro giudizio anche sul problema delle raccolte librarie possibili.

E tuttavia sappiamo da una fonte coeva, da una commedia di Aristofane, che Euripide, tragediografo importante, molto discusso, poco accetto al pubblico - nasce quando finiscono le guerre persiane e muore quando cade l'impero ateniese - veniva deriso, e anche Aristofane si affretta a farlo, perché aveva dei libri. Avere dei libri era oggetto di sospetto, d'ironia. Negli Uccelli di Aristofane si dice: "Cosa ci porti? Un decotto di libri?". Quindi una cosa al tempo stesso magica, misteriosa, pericolosa, guardata con diffidenza. Ma Euripide aveva dei libri. Anche Aristofane aveva dei libri.

Abbiamo di lui solo undici commedie; di Euripide oltre una ventina di tragedie, per un caso assolutamente fortuito, altrimenti ne avremmo solo sette, come sette ne abbiamo di Eschilo e sette di Sofocle. Ci sarà quindi una ragione, e non di carattere mistico, per cui sono soltanto sette e cercheremo di dirla. Quanto ad Aristofane ci rendiamo conto che ha avuto accesso alle opere dei tragediografi del tempo suo. Nelle Rane, commedia di grande successo all'epoca, ma difficilissima, fruibile a molti livelli di pubblico, egli fornisce non solo una sorta di antologia, ma di antologia parodica della produzione dei due grandi tragediografi che mette a confronto: Eschilo ed Euripide. E tant'altra sua produzione è parodica rispetto a Euripide. Questo vuole dire che copie private dei testi che Euripide metteva in scena erano nelle sue mani. Quindi degli intellettuali, usiamo questa parola modernistica, dei personaggi la cui attività era essenzialmente creativo-letteraria, si procuravano copie di libri.

Eppure Platone, quando volle procurarsi poesia epica non accessibile immediatamente in Atene, dovette faticare parecchio, come dice Diogene Laerzio. Platone voleva i poemi di Antimaco e dovette addirittura rivolgersi alla città dove Antimaco era nato; quindi Platone non aveva poi una raccolta di libri così ampia. Certamente aveva dei libri suo zio Crizia, il capo dei trenta tiranni, grande amico di Euripide, con il quale si scambiava le tragedie. Ogni tanto mettevano in scena una tragedia di Euripide ed era Crizia, magari, il vero autore, e viceversa. Ciò che faceva impazzire gli Alessandrini quando dovevano stabilire le attribuzioni. Le prime grandi raccolte sistematiche le possiamo ammettere nella scuola di Aristotele.

Nell'ultima parte del secolo IV a.C., quando Aristotele si pone il problema di raccogliere sistematicamente le costituzioni di tutte le città greche, di tutte le comunità greche di cui comunque si aveva notizia che avessero delle costituzioni, in vista di quel grande trattato sulla Politica, noi ci rendiamo conto che ha anche un proposito bibliotecario. Quando leggiamo la Retorica e vediamo la padronanza con cui domina la produzione oratoria di Atene, ci rendiamo conto che ha raccolto i materiali. Quando leggiamo la Poetica ci rendiamo conto che ha fatto la stessa cosa sulla produzione drammaturgica. Dentro il Liceo c'è già una biblioteca. Questo è il punto di svolta ed è anche il momento in cui la coscienza che esiste una tradizione da conservare è matura.

Non a caso, nello stesso tempo, c'è un altro fenomeno che segnala questa consapevolezza: sono dati noti, ma non è inutile metterli in relazione. Un grande personaggio politico dell'Atene del tardo IV secolo, Licurgo, che non ha nulla a che fare con il legislatore spartano, ha fissato un canone dei tragediografi ateniesi. Dal momento che anche se continuavano a esserci concorsi e nuovi tragediografi si proponevano, le vecchie tragedie degli autori del secolo precedente continuavano a essere rappresentate, e ciò costituiva un segno di forte vitalità, c'era però il rischio che di volta in volta nella messa in scena gli attori o il regista apportassero delle variazioni, innovazioni che avrebbero potuto stravolgere i testi. Licurgo dunque fissa un canone, individua un testo dal quale non si dovrà derogare. E i tre autori su cui Licurgo interviene e su cui crea il canone sono appunto Eschilo, Sofocle, Euripide. I tre che per noi sono gli unici superstiti e che già alla fine del IV secolo a.C. costituiscono un canone. Un fatto, per noi, di grande rilevanza.

Noi ci chiediamo come si è formata la tradizione che abbiamo tra le mani e che ci appare così esile (e lo è). Centinaia di persone, più o meno dotate, si cimentavano in questa attività drammaturgica, affrontavano ciò che la rappresentazione e il giudizio del pubblico comportavano; ma solo questi tre autori erano al di sopra di tutti gli altri, e già nel momento in cui vivevano: ce ne dà un'efficace testimonianza proprio Aristofane. Ma anche dopo: quando Licurgo definisce il canone sono trascorsi una settantina d'anni. E sono quelli i testi che vanno tutelati. Significa che si è determinata una selezione, ma soprattutto che si è formata la coscienza dell'opportunità di conservare questa produzione.

Siamo entrati così nella storia della tradizione dei testi, dentro la storia vivente dei testi. Questo per la letteratura romana è ovvio: essa convive con l'erudizione che la mette in salvo. Le stesse persone sono grammatici che si occupano di poesia più antica e autori di testi. Nel mondo ateniese il passaggio avviene nel tardo IV secolo e trova sbocco in strutture bibliotecarie più grandi che sono quelle create da Alessandro Magno e dai suoi eredi con Alessandria: al tempo stesso punto di partenza e modello di una realtà molto più vasta che su questa città si configura. Non è possibile dilungarsi, ma tengo a sottolineare come, senza dubbio, il passaggio rappresentato da Alessandria e dalle sue copie (Antiochia, Pergamo, Roma, e in piccolo Taormina), dalle infinite biblioteche dei ginnasi di tutto il mondo ellenistico, ecco, questo passaggio costituisce un salto in direzione della possibilità di conservare quanto fino ad allora prodotto. Ma il modello è la biblioteca del Liceo, è Aristotele, e il tratto di unione tra Atene e Alessandria può essere individuato nel filosofo peripatetico Demetrio Falereo: toccò a lui trasportare nella città egizia il modello che aveva imparato a conoscere nel Liceo di Aristotele.

 

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