Rivista "IBC" X, 2002, 1

interventi, mostre e rassegne

Tra sopravvivenze e demolizioni, tra riutilizzi e trasformazioni, tra pubblico e privato, si riapre il dibattito sulle vecchie "colonie a mare". A Rimini, intanto, una mostra chiusasi in gennaio - "Un relitto moderno. La colonia Novarese di Rimini", promossa dall'IBC e dal Comune locale - ha spiegato come è possibile trasformare una malridotta colonia d'età fascista in una vera e propria "nave delle culture".
Colonie: ancora a-mare?

Orlando Piraccini
[IBC]

"Le colonie marine? Certo, avevamo più speranze di farcela a salvarne più d'una dalla decadenza definitiva e dallo stravolgimento speculativo", ricorda Vittorio Emiliani. "Era il 1986, quindici anni fa, e però per la politica urbanistica, per la stessa salvaguardia dei beni culturali e ambientali sembra trascorso un periodo lunghissimo".

Oggi, che appare concreta la possibilità di un recupero e di un utilizzo destinato al turismo culturale della colonia Novarese di Rimini - finalmente un successo per la causa antispeculativa dopo anni segnati da piccole e grandi vittorie del partito del cemento -, la memoria torna all'oramai celebre convegno di Cervia ("Colonie a mare"). Organizzato dall'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna per promuovere i risultati di una ricerca sulle "colonie a mare", l'incontro si concluse con un clamoroso atto d'accusa sullo stato di devastazione della costa romagnola dopo decenni di sfruttamenti e di speculazioni edilizie, ma anche alcune importanti indicazioni programmatiche su come favorire un'impresa di risanamento e di riqualificazione territoriale.

 

Fu detto, allora, che le duecentoquarantasei colonie esistenti dai lidi comacchiesi fino a Cattolica avrebbero potuto rappresentare il "banco di prova" di un reale, effettivo cambiamento di rotta nella politica urbanistica regionale. Il punto focale di una riconversione dell'arenile intesa anche come inizio di una riconsiderazione, in termini di salvaguardia, dell'entroterra.

Sì dunque alla difesa ed alla tutela di quei contenitori. Sì al loro recupero, come edifici e aree verdi, alla causa comunitaria, al pubblico servizio e specificamente all'utenza turistico-culturale. Un no deciso, invece, alla perdurante incuria ed alla crescente decadenza di quelle architetture. E un rifiuto ancor più netto di qualsiasi insorgenza speculativa, capace di produrre interventi demolitori o di radicale trasformazione delle strutture originali.

"C'era una convizione" - rammenta l'architetto Pierluigi Cervellati, presente anch'egli a Cervia nell'86 - "[la convinzione] che, a cominciare dalle colonie, fosse necessaria una riflessione per suggerire un processo di immaginazione collettiva su un possibile e fattibile scenario della costa, senza dover distruggere, com'è stato fatto finora, quei 'pezzetti' di ambiente naturale, quegli spazi rimasti ancora liberi". Correva l'anno del dopo Decreto Galasso, ma anche quello segnato dagli infiniti consulti tecnici e dalle consultazioni popolari che avrebbero portato di lì a poco alla stesura definitiva del Piano paesistico emiliano e romagnolo. Fu in quel tempo di larga adesione alla causa ambientalistica che maturarono, è bene ricordarlo, alcune importanti leggi nazionali, come quella sulla difesa del suolo, anno 1989, e quella, di poco successiva, sulle aree protette.

Coniugare sviluppo, progresso, innovazione tecnologica e qualità della vita, difesa della salute: ma come? Tre anni dopo Cervia, con un numero speciale dedicato alle colonie marine, la rivista "IBC" rilanciava la questione costa, peraltro ancora segnata dal devastante effetto mucillagini.

 

Un fenomeno clamoroso, il turismo balneare in ginocchio: "Una catastrofe, ma cos'altro se non l'aspetto terminale di una politica ostile alla natura?", scriveva Cervellati presentando lo speciale di "IBC": inchiesta, dossier, vero e proprio libro bianco su un dopo-Cervia in verità deludente, segnato, nella prima fase attuativa del Piano paesistico regionale, da poche luci e tantissime ombre. Era lecito sperare, tuttavia, che la malattia del mare venisse affrontata nella piena consapevolezza, finalmente, che "non esiste soluzione al di fuori di una diversa politica ambientale che faccia della natura (e del suo rispetto) il cardine delle marcate scelte culturali e (dunque) economiche", aggiungeva ancora Cervellati, come tanti sorpreso dall'affermarsi dell'ipotesi di una ulteriore congestione e degrado del territorio costiero, ipotesi tanto forsennata quanto pianificata, al punto da trasformarsi in diffusa realtà. Una ipotesi che anziché puntare ad una riqualificazione del litorale, sia territoriale che turistica, tendeva a riempire i pochi spazi liberi con nuove cattedrali del consumo.

Insomma: le circostanze, i fatti, gli episodi rivelati da "IBC" indicavano chiaramente che era ben lungi dall'essersi esaurita la spinta verso una ulteriore occupazione e cementificazione della costa. Che, anzi, a questa logica, alla fine degli anni Ottanta, andavano rispondendo nuovi sostenitori tra gli amministratori locali d'allora, solerti patrocinatori di un rapporto pubblico-privato inteso come panacea dell'emergenza Adriatico e garanzia della ripresa turistica della costa, ma anche scopertamente ostili ai dettati urbanistici regionali ed in specie alla vincolistica territoriale.

A distanza di tempo appare ancor più aspro e severo il commento dell'assessore regionale all'urbanistica, Felicia Bottino, pubblicato in apertura del dossier di "IBC". Una esplicita pretesa di chiarezza, quella affidata alla rivista dell'Istituto per i beni culturali dalla madrina di quel piano paesistico rispetto al quale non erano più rinviabili scelte attuative importanti. Come quelle che riguardavano, appunto, la costa romagnola, là dove bisognava scegliere, ad esempio, "se le aree libere, i varchi a mare, gli arenili, le pinete, il sistema delle colonie, le cosiddette 'invarianti' che il Piano paesistico regionale vincola quali valori in sé e pone quali elementi cardine di un nuovo modello di riqualificazione del sistema costiero, devono restare tali ed essere ripensati complessivamente, o divenire, caso per caso, con la decisione di ogni singolo comune, tanti acquafan, piscine sulla spiaggia, villaggi turistici afroasiatici".

Il fatto è che "nel frattempo" - ricorda l'architetto Marina Foschi - "la logica vincente del progetto speciale aveva insegnato a ricercare strumenti finanziari diversi sulla base esclusiva della convenienza economica di ogni singolo intervento". Dopo i vari finanziamenti legati ai fondi investimento e occupazione o ai giacimenti culturali, ecco la "grande torta" della cosiddetta legge Carraro, quella collegata allo svolgimento dei mondiali di calcio del Novanta. Può stupire che piccoli e grandi comuni di costa guardassero a Roma più che alle torri del potere regionale? E come potevano uscire indenni le "colonie a mare" da tanta ansia progettuale?

L'inchiesta di "IBC" dimostrò che dei quindici interventi realizzati, in via di completamento o previsti, diciamo sotto l'"effetto Carraro", alcune vedevano direttamente coinvolte proprio le care, vecchie colonie. Colonie tra le più rilevanti per estensione e caratteristiche storico-architettoniche. Colonie già vincolate dallo Stato, già indicate a tutela dal Piano paesistico regionale. Cominciando dalle demolizioni: quella della "Trento" di Igea Marina (risalente al '39, su progetto degli ingegneri Gaffuri e Segalla) abbattuta tra l'estate del 1987 ed i primi mesi dell'88; quella della "Dante" di Cervia, atterrata nell'89, in chiaro contrasto con l'articolo 18 del Piano paesistico regionale che imponevano la salvaguardia ed il recupero di un edificio risalente al 1927, un vero e proprio modello architettonico degli ospizi marini dell'epoca.

E poi i progetti e le intenzioni: "Icaro" per la "Varese" di Milano Marittima (costruita tra il 1937-1939 dall'architetto Mario Loreti); "Giovani d'Europa", in fase appena ideativa, ma direttamente incidente sul sistema delle colonie nel territorio costiero di Igea Marina; "Rimini-Rimini", con la ristrutturazione della celebre "Murri" risalente al 1912 ad opera dell'ingegnere bolognese Marcovigi, e con destinazione ad attività commerciali, pubblici esercizi, uffici, aree polivalenti, parco balneare coperto e all'aperto, parcheggio coperto, piattaforma panoramica elevabile sull'arenile; il piano di trasformazione della riccionese "Dalmine" (1936) in centro turistico alberghiero; il concorso bandito dal Comune di Cattolica nel 1988 per la sistemazione dell'area della "Ferrarese", tenuto conto del parere favorevole alla demolizione dell'edificio espresso dalla Soprintendenza statale, in contrasto con la decisione della Regione di assoggettare la colonia a normativa di tutela.

 

Insomma, l'impressione era proprio quella: "Che a dichiarazioni d'intenti volte a non cementificare, impermeabilizzare, occupare aree inedificate in una costa già satura non rispondessero i desiderata di amministratori locali e operatori economici", così dovettero concludere gli architetti Claudio Fabbri e Claudio Ugolini, autori del censimento delle colonie marine emiliano-romagnole.

Tra lenti e progressivi degradi delle strutture, distruzioni procurate e recuperi inconsulti, gli anni Novanta scorrono, segnalandosi però anche la perfetta efficienza di alcuni grandi complessi (AGIP di Cesenatico in testa a tutti) e qualche sensato riuso a destinazione scolastica o di foresteria giovanile (la "Forlivese" a Rimini, e, sempre a Cesenatico, la "Baracca"). In quel tempo - afferma Pierluigi Cervellati - "certo l'orizzonte è cosparso di relitti. Certo il congelamento del rudere della 'Bolognese', in attesa che sia inghiottito dal tempo, dopo essere stata tanto difesa, fa pensare al peggio". E poi i fallimenti: "Quello delle 'Navi' di Cattolica" - aggiunge l'architetto - "era annunciato nel momento stesso che venivano propagandate con trombe di latta. La fine della 'Dalmine' a Riccione era già intuibile nella illusoria speranza salvifica del privato".

Già, il privato: il solo capace, si diceva allora, ma si dice ancora adesso, di far diventare realtà i sogni e le speranze del pubblico. Lo cercano a Cesenatico, dove intanto la Colonia Veronese, nel cuore della città balneare, viene comunemente ma falsamente indicata come il "Palazzo". "Recentemente ho assistito all'apertura della divertente mostra 'di costume' a Cesenatico sugli anni che furono di lancio turistico per la città del porto-canale leonardesco, e la sede dell'ex Colonia Veronese mi è parsa molto adatta a simili manifestazioni", ricorda Vittorio Emiliani. Ma davvero a Cesenatico sarà un'idea luminosa come quella di far sorgere un "piccolo Beaubourg" che saprà invogliare il privato, per dirla con l'architetto Renato Nicolini dei tempi di Cervia? La "Veronese" figura nel gruppo delle magnifiche diciannove colonie classificate "di complessivo pregio architettonico" dal Piano paesistico regionale, in parte vincolate anche dallo Stato.

Per tutte, quindi, prima di tutto, par di capire, si porrebbero le questioni delle destinazioni d'uso, ma anche i criteri dell'eventuale recupero. E allora come non pensare al caso delle "Navi" di Cattolica, lo straordinario complesso architettonico costruito nel 1934 per le vacanze dei "Figli degli Italiani all'Estero", costituito da vari corpi in forma di flotta navale. Divenuta di proprietà della Regione Emilia-Romagna, l'intera struttura è stata di recente oggetto di un ampio intervento salvifico. "Prima della riconversione a parco tematico" - sostiene chiaramente l'architetto Claudio Fabbri, unitamente ai colleghi Gianfranco Giovagnoli e a Giovanni Mulazzani - "colpiva per il forte impatto espressivo degli interni, le studiate relazioni tra interno ed esterno e l'accorto disegno delle aperture e dell'illuminazione. Il progetto di riconversione dei fabbricati, nonostante abbia ottenuto l'autorizzazione della Soprintendenza di Ravenna, se all'esterno garantisce la conservazione dei caratteri formali e volumetrici originali dell'opera di Busiri Vici, all'interno nega qualsiasi possibilità di fruizione e di lettura dell'architettura degli anni Trenta".

In tanta sregolatezza edilizia costiera è naturale, dunque, l'apparire come "una specie di miracolo che la Colonia Novarese, questo immane relitto dello 'welfare' fascista, sia arrivata intatta ai giorni", commenta Antonio Paolucci. Un appuntamento da non mancare, un recupero come segno di civiltà.

"Il ruolo di questo monumento-relitto non può essere la rimozione o la lottizzazione", dice Marina Foschi. Un monito, ma anche la preoccupazione per il riaffiorare di nuovi impulsi edificatori. In verità, se per la "Novarese" un recupero funzionale all'uso specificamente culturale risulta oggi possibile, vecchi timori permangono per quella reazione della spinta speculativa al piano paesistico, apparsa tanto vigorosa nel corso dell'ultimo decennio e non senz'effetto nella realtà odierna. Per questo, tra sopravvivenze e demolizioni, tra riutilizzi e trasformazioni, tra pubblico e privato, sono tornate agli onori della cronaca e del dibattito le vecchie "colonie a mare", mentre a Rimini una mostra ed un catalogo [pubblicato come supplemento di "IBC", IX, 4, 2001, ndr] andavano spiegando come far diventare una vera e propria "nave delle culture" la fascinosa anche se derelitta colonia d'età fascista. "Non esiste a Rimini e forse in Italia un luogo più bello e suggestivo per ospitare le testimonianze dei popoli che hanno abitato, nei secoli, la nave meravigliosa del nostro mondo", scrive in questa occasione Antonio Paolucci a proposito di un riallestimento del Museo delle culture extraeuropee Dinz Rialto, all'interno della "Novarese". Questo e altro all'insegna dell'interculturalismo, tra storia e realtà della balneazione e le forme dell'immaginario (a partire da Fellini). Senza però dimenticare che la "Novarese", come sostiene il professor Giorgio Conti, dovrà essere connotata dal "rapporto simbiotico tra fruizione di massa, luogo di ricerca, di formazione e di loisir".

Rimini alla prova dunque. Un segno di buona volontà, dopo la sciagurata stagione del divertimentificio e dintorni. E chi d'altra parte più di Rimini "sa bene cosa succede" - si chiede Pierluigi Cervellati - "quando non si prende cura della propria identità. Della propria storia, della propria cultura. Quando in nome di una presunta 'modernità' ci si abbandona a progetti tesi a distruggere l'eredità del passato. Non solo si attua la modernità, ma ci si conficca nelle barbarie"?

Intanto, dal ponte della "Novarese", dalla grande ammiraglia arenata sulla costa riminese, le altre "colonie a mare" della Romagna attendono il segnale per una riscossa forse possibile.

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