Rivista "IBC" VIII, 2000, 3

editoriali

Beni culturali e memoria

Ezio Raimondi
[italianista, presidente dell'IBC]

In un mondo come il nostro, dominato dal demone tecnologico dell'informazione, la memoria collettiva è divenuta un problema, un'esperienza non più vincolata ai valori della tradizione e investita dalla dialettica e dall'avventura del nuovo. Così, al termine di un libro ricco e documentato sugli Spazi di memoria, Aleida Assman ha potuto parlare di "crisi della memoria culturale" e di squilibrio nel rapporto costitutivo tra ricordo e oblio. Ma la sua conclusione non ha nulla di pessimistico: citando Herder e Nietzsche e il loro "oceano di sensazioni", essa considera ancora possibile un "raccogliere" che sia insieme "giudizio", riflessione, capacità di distinguere, forza attiva di risonanza e di rinnovamento, anche attraverso il sistema percettivo del tecnocosmo informatico. Le metamorfosi della memoria non aboliscono la sua funzione profondamente umana di consapevolezza vissuta della temporalità e della storia. Restano poi da determinare le traduzioni e i modi nel linguaggio quotidiano della pratica sociale, magari sino a un'industria della memoria.

Sia come si vuole, non vi è dubbio che allorché si affronta il tema molteplice dei beni culturali, e il Testo unico dell'ottobre 1999 ne è la migliore occasione, occorre collocarlo anche nella prospettiva della memoria culturale e dei suoi possibili mutamenti, che forse rimettono in discussione concetti e procedure intellettuali di paradigmatica e consolidata evidenza. Ciò che chiamiamo patrimonio artistico e naturale non ha un senso definitivo e la sua funzione va commisurata a una realtà antropologica che muta, a ciò che essa chiede al confronto con il passato e alla conoscenza delle sue opere e dei suoi fantasmi. Qui amministrare significa anche interrogarsi sul proprio lavoro, non appagarsi delle formule istituzionalizzate ma sottoporle a un paziente esame critico, proprio alla luce di quanto accade fuori e dentro di noi. Che cosa vogliamo ancora ricordare e vedere? Il boom dei musei, di cui si ha una conferma anche nel repertorio regionale di recente pubblicazione, è la risposta degli anni Ottanta con un'onda lunga che continua, quando addirittura non aumenta. E tuttavia la "febbre museale", come l'ha definita qualcuno, deve essere interpretata e governata, non si può procedere all'infinito, bisogna istituire una tavola di valori, cioè di significati, affinché il "bisogno" della memoria e della testimonianza non si converta nel disordine organizzato, per dirla con il vecchio e sagacissimo Valéry, di un magazzino enciclopedico. E poi non si deve dimenticare il paradosso, segnalato da una corretta e necessaria economia della cultura, per cui il museo è una delle istituzioni culturali più ricche, per il valore delle opere possedute, e insieme più povere, per il divario tra questo valore e il proprio budget. È un paradosso a cui nessuno può sottrarsi, tanto più in un paese come il nostro dove ogni luogo conserva tesori e "mirabilia", degni in molti casi di una metropoli.

Si diceva prima del repertorio dei musei dell'Emilia-Romagna, e conviene riprenderlo perché può fornire più di un insegnamento, con la sua mappa che è insieme una storia, a cominciare da un'idea già riconoscibile di sistema, dove alla verità storica delle discipline, in cui si riflette tutta la tradizione regionale, corrisponde una pluralità geografica di istituti e di soggetti sociali, già pronti, si direbbe, a una concertazione negoziata, ossia a uno scambio o una correlazione di iniziative e di esperienze, nell'ottica di un "insieme" dinamico a più combinazioni interne. Anche questa, in fondo, è un'economia della cultura, che attende di diventare una politica, una razionalità condivisa di progetti e di valori.

 

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