Rivista "IBC" XXVII, 2019, 2

territorio e beni architettonici-ambientali / progetti e realizzazioni, restauri

Modernità versus filologia.
Il Teatro Galli

Stefano Pivato
[Docente di Storia contemporanea, Università di Urbino]

 

Scriveva qualche decennio fa Marc Bloch, indimenticato maestro della storiografia contemporanea, che “ognuno è figlio più dei propri tempi che dei propri padri” ( 1). L’osservazione vale per le donne e gli uomini che hanno attraversato le generazioni. Ma conta anche per l’architettura: i palazzi, gli edifici pubblici e i monumenti “portano” il segno del tempo nel quale sono costruiti. O, nel caso del Teatro Galli, ricostruiti. Detta così l’osservazione rasenta l’ovvio. Riferita alla ricostruzione del teatro riminese appena terminata non è così scontata. Certo, per quel che riguarda la parte non danneggiata dai bombardamenti alleati nel dicembre del 1943 i tratti sono quelli del padre dell’opera, l’architetto modenese Luigi Poletti. Per ciò che concerne la parte ristrutturata i ‘segni’ sono quelli del primo decennio del 2000 e del clima culturale che respirava l’architettura di un ventennio fa, quando cioè il restauro, terminato nell’autunno del 2018, fu concepito, disegnato e, particolare non secondario, finanziato. Non sembri un paradosso: se il Teatro fosse stato ricostruito, così come si era auspicato (e progettato) nell’ultimo ventennio del Novecento oggi avremmo molto probabilmente la prevalenza di un segno architettonico modernista anziché quel modello felicemente, e per certi versi polemicamente, ribattezzato “Com’era, dov’era” , a replicare fedelmente il disegno originale di Luigi Poletti e che giunse all’inaugurazione nel 1857. Particolare forse casuale ma non di scarso significato: l’8 agosto 1843, con una cerimonia solenne, era stata posta la prima pietra del Teatro. Poche settimane prima, Il 3 luglio, era stato inaugurato lo Stabilimento Bagni alla presenza del Legato di Forlì, il cardinale Luigi Vannicelli Casoni. Come a dire che nell’estate del 1843 aveva preso l’avvio di quel binomio cultura turismo che un secolo e mezzo più tardi avrebbe costituito uno dei segni caratteristici di Rimini.

Comunque sia, giunta finalmente in porto la ricostruzione del teatro il cui dibattito si è trascinato dal 1945, possiamo finalmente dire che “l’abbiamo scampata bella”. Oggi qualcuno, a torto o a ragione, sostiene che la ricostruzione del Teatro Galli non è una fedele riproduzione dell’originale. O che gli interni soffrono di un colore bianco troppo rilucente. O che altri particolari tradiscono un fedele “Com’era dov’era”. Il risultato tuttavia è lì a testimoniare una sorta di copia carta carbone fra la fotografia attuale e i disegni del 1857. Insomma ha vinto il partito dei “comeristidoveristi” e della ricostruzione filologica (o quasi). E per fortuna.
Perché, come da decenni sostiene Luigi Cervellati, uno dei padri del Teatro Galli, mentre l’architettura moderna o postmoderna dovrebbe manifestarsi in periferia per caratterizzare la città contemporanea, nei centri urbani le ricostruzioni devono restituire l’autenticità di un’opera d’arte. E quindi, nel caso in questione, dovevano restituire le linee e lo spirito impresso dal Poletti nell’Ottocento e danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

“Il Tempio Malatestiano – questo il ragionamento di Cervellati – è stato ricostruito com’era e dov’era. Riuscite a immaginarlo cosa sarebbe oggi se lo avessero ricostruito secondo i canoni dell’architettura moderna? Chi ignaro della distruzione bellica lo visita, è consapevole di essere di fronte ad un capolavoro del Rinascimento. Il Tempio Malatestiano è famoso nella storia dell’architettura anche per l’intervento di restauro. La Fenice di Venezia è stata ricostruita quasi uguale a prima. Fra qualche anno nessuno ricorderà l’ultimo incendio”.
Qualcuno, nel corso di un dibattito durato decenni, aveva anche sostenuto che, anziché procedere a una ricostruzione, sarebbe stato doveroso nei confronti della memoria storica offrire agli occhi del visitatore il Galli con le ferite dei bombardamenti. Insomma una sorta di riproposizione del memoriale della pace di Hiroshima che con il suo scheletro ricorda lo sganciamento della bomba atomica sulla città giapponese del 6 agosto 1945.
Qualcun altro, incline a fare i conti con la mentalità di una città spesso “bottegaia”, sosteneva che anziché spendere i tanti milioni per la ricostruzione sarebbe stato più economico mettere a disposizione gratuitamente dei riminesi che si sentivano orfani dell’opera gli autobus per raggiungere l’Arena di Verona, La Scala o la Fenice.
Città davvero bizzarra Rimini quando si tratta di discutere.

Fra tutte le ipotesi avanzate nessuna però conteneva i rischi di una ferita perenne alla città e al buon gusto come quelli contenuti nel Concorso nazionale di idee che l’Amministrazione comunale lanciava negli anni ottanta per la ricostruzione del Teatro Galli. Se andiamo a esaminare i disegni di quel concorso si constata che su 99 ben 98 hanno una chiara impostazione modernista ( 2).
Quel concorso sembrava porre fine a decenni di dibattiti nel corso dei quali la parte distrutta del Galli aveva ospitato discutibili iniziative (una palestra) e la parte non bombardata si era prestata a ospitare la fiera alberghiera (nella parte sottostante) e il Consiglio comunale (al piano superiore del foyer). Insomma, si era trattato di far di necessità virtù in una cittadina che andava ricostruendosi e per il quale, peraltro comprensibilmente, il teatro non costituiva una necessità immediata.Ma negli anni ottanta, con una città avviata verso una economia florida indotta dal boom economico degli anni sessanta, si poteva pensare anche alla ricostruzione del teatro. Il rischio che ha corso la ricostruzione del Galli in quel frangente è stato veramente elevato perché, in quel caso, purtroppo, l’enunciazione di Marc Bloch sulla somiglianza più ai tempi che ai padri avrebbe potuto rivelarsi deleteria. Gli anni ottanta – gli anni in cui il concorso viene lanciato - sono quelli della Milano (e della Rimini) “da bere”. E l’esasperata modernità degli anni ottanta, sempre quelli da “bere”, si declina nelle forme più bizzarre (e anche provinciali). Nei vari progetti presentati e che vengono esposti nella Sala delle Colonne fra l’aprile e il maggio del 1986 il segno distintivo è quello di uno scimmiottamento del Beaubourg parigino, cioè di un inserimento ultramodernista nel cuore del centro storico della città. Nei vari progetti presentati guglie a forma di missili spaziali affiancano la torre scenica e tendoni da Circo Barnum sostituiscono il tetto del foyer polettiano. E, ancora, gallerie di centri commerciali circondano il Teatro in un tentativo di dialogo fra l’opera lirica e l’edonismo reaganiano che stava in rima con la “Milano da bere”. Insomma forme improbabili e bizzarre da far impallidire persino l’architetto ufficiale del socialismo Filippo Panseca che nel tentativo di modernizzare la politica riempiva di architetture futuribili i congressi socialisti, quasi a voler comunicare che il più antico partito d’Italia era avviato sulla strada della modernità.

La grande trasformazione dell’Italia nel tentativo di adattarsi al modello di modernità che era emerso per la prima volta all’epoca del “miracolo economico” aveva trovato negli anni Ottanta la sua età dell’oro. E i suoi profeti appartenevano a una nuova classe dirigente socialista che per bocca di Gianni De Michelis, vicepresidente del Consiglio, aveva parlato del passato come del “crepuscolo degli dei” e del presente come di una nuova era.
Il 17 febbraio 1992 viene arrestato Mario Chiesa: inizia l’era di Tangentopoli. Il 16 settembre 1992, ricordato come il “mercoledì nero”, scoppia quella crisi economica che costringe la lira italiana alla uscita dallo SME. Si tratta di due fatti apparentemente distanti ma che segnano l’inizio di un nuovo periodo: Tangentopoli manda in soffitta una classe politica malata di gigantismo e di modernismo; la crisi economica inizia a far riflettere il paese su un più corretto rapporto fra sviluppo e consumo. È in quel contesto che, con un rinnovato spirito, rientra al centro del dibattito la questione ambientale. Il rifiuto della modernità assume anche un aspetto ideologico nelle riflessioni di correnti come quelle dell’ecosocialismo che imputano al capitalismo e ai suoi eccessi la causa del degrado ambientale. Torna proprio in quei mesi d’attualità l’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il patrimonio storico, artistico e naturale della Nazione”) e associazioni ambientalistiche attingono proprio in quel frangente il loro massimo storico: il WWF, per produrre un solo esempio, arriva ai 300.000 iscritti, numero mai più toccato neppure negli anni successivi.
E cosa c’entra quel rinnovato spirito ambientalistico (e anticonsumistico) con il Teatro Galli? In realtà quel nuovo clima produce una inversione di tendenza anche nei confronti dei beni architettonici: concetti come restauro, conservazione e tradizione finiscono per prevalere sugli esasperati modernismi degli anni Ottanta. Tant’è che in quel rinnovato clima finisce per naufragare “Il progetto Natalini”, che nel 1986 aveva vinto il concorso di idee sul teatro Galli.
Ma quali erano le linee del progetto Natalini? L’architetto fiorentino aveva avanzato la suggestione del “teatro doppio”, cioè in grado di rispondere alle diverse esigenze dell’estate e dell’inverno, con la possibilità di unificare le due parti raggiungendo una capienza di 3000 posti in occasione di eventi speciali. Si trattava di uno stravolgimento dell’originario progetto del Poletti. Anzi, il progetto di Natalini accantonava quella che egli stesso definiva la “nostalgica ricostruzione” e puntava sulla “grande torre scenica, disegnata dalle esigenze di un moderno teatro, capace di funzionare su due lati opposti: sul retro infatti il teatro continua a crescere con una cavea all’aperto di 2000 spettatori”. A questa si sarebbero aggiunti i 950 posti interni, grazie a una sala di impianto wagneriano che stravolgeva completamente il progetto del Poletti. Per inciso: è un caso che a guidare la Giunta comunale che promuove il progetto modernista del Galli sia un sindaco socialista? È ancora un caso che la maggioranza dei progettisti del Galli futurista appartengano a quello stesso partito che in quegli anni passa sotto gli allestimenti di Panseca in segno di devozione e ossequio agli idoli della modernità?

E quel tipo di “modernità” sta spesso in rima con un gigantismo che non è solo architettonico ma anche finanziario: dal Concorso di idee per la ricostruzione del Teatro Galli del 1985, il gruppo vincitore di architetti, guidato da Adolfo Natalini, ha realizzato sette progetti in 14 anni. La sola progettazione è costata al Comune di Rimini 5 miliardi e 57 milioni di lire ai quali si è aggiunta la buonuscita di 605.857 euro. In totale le spese di progettazione ammontano a 6 miliardi e 250 milioni di lire.
Bruno Zevi nel 1987 definirà il progetto Natalini un “pasticcio eclettico”. Decine sono gli studiosi che si mobilitano contro quel progetto che aumenta i volumi del teatro originario. A un comitato, presieduto da Renata Tebaldi, aderiscono fra gli altri Federico Zeri, Claudio Abbado, Carlo Bo, Andrea Emiliani, Vittorio Emiliani, Renato Barilli, Pier Luigi Cervellati, Riccardo Muti, Vittorio Sgarbi. Altri appelli si aggiungono da parte di eminenti personalità della cultura in ambito nazionale. La vicenda si arricchisce anche di alcuni esposti alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti. Nel 1999, quando è ormai scomparso dalla scena politica il Partito socialista, si insedia una nuova giunta comunale, di centro-sinistra come la precedente, che avvia una “pausa di riflessione”. E alla fine di quella pausa un comitato di saggi consegna al Sindaco il comune sentire della città: i riminesi vogliono il com’era dov’era. Il progetto Natalini viene alla fine accantonato.

Che fare a quel punto? La soluzione la fornisce Vittorio Sgarbi che nel 2002, sottosegretario nel governo Berlusconi, nomina il soprintendente regionale per i Beni e le attività culturali dell’Emilia-Romagna, Elio Garzillo, architetto, quale referente per il ministero sulla vicenda del teatro Galli. Garzillo si mette subito al lavoro ed elabora il progetto di “restauro e di restituzione integrale”.
Nel 2003 il Ministero dei Beni Culturali stanzia 384.524 per la realizzazione di un nuovo progetto, e affida l’incarico all'architetto Pier Luigi Cervellati, che, come già detto, aveva negli anni ottanta presentato l’unico progetto di ricostruzione filologica al concorso promosso dalla amministrazione comunale.
Si tratta dell’atto formale che affossa definitivamente le pretese di quegli architetti (e di quegli amministratori) che avrebbero voluto il Teatro Galli figlio della modernità (e del cattivo gusto).
Il resto è cronaca: i lavori di ricostruzione iniziano nel 2014. Il 17 settembre 2015 viene inaugurato il foyer e nel luglio 2016 inizia la posa del tetto della sala andata distrutta dai bombardamenti. L’inaugurazione del Teatro avviene il 28 ottobre 2018 con La Cenerentola di Rossini, interpretata da Cecilia Bartoli e dall'ensemble bavarese Les Musiciens du Princes diretto da Gianluca Capuano.

Certo alla fine, come molto spesso succede, le polemiche accompagneranno anche l’inaugurazione. Anzi Cervellati, il “padre” della ricostruzione filologica, definirà la realizzazione del Galli “una occasione sprecata” rinnegando, di fatto, quella che all’origine era stata una sua creatura. Resta il fatto che, pur con queste critiche, Rimini ha evitato uno scempio modernista che avrebbe deturpato definitivamente il suo centro storico ( 3).

 

NOTE 

1 Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969, p. 36.

2 Comune di Rimini. Assessorato alla cultura. Assessorato all’urbanistica, La città @ il teatro. Catalogo della mostra dei progetti per il concorso nazionale di idee per il teatro Amintore Galli e Piazza Malatesta a Rimini, Rimini, Maggioli Editore, 1986.

3 L’opera più aggiornata sulla storia e sulla ricostruzione del Teatro è: Il Teatro oltre la memoria. Rimini e il Galli ritrovato, a cura di Annarosa Vannoni, Giulia Vannoni, Carpi, Edizioni APM, 2018.

 

Azioni sul documento

Elenco delle riviste

    Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna - Cod. fiscale 800 812 90 373

    Via Galliera 21, 40121 Bologna - tel. +39 051 527 66 00 - fax +39 051 232 599 - direzioneibc@postacert.regione.emilia-romagna.it

    Informativa utilizzo dei cookie

    Regione Emilia-Romagna (CF 800.625.903.79) - Viale Aldo Moro 52, 40127 Bologna - Centralino: 051.5271
    Ufficio Relazioni con il Pubblico: Numero Verde URP: 800 66.22.00, urp@regione.emilia-romagna.it, urp@postacert.regione.emilia-romagna.it